domenica 17 febbraio 2013
alias 11 agosto 2012
Alfonsina Ciculi
LUCIANO DEL SETTE
C’è stato un tempo, nel mondo artistico di Alfonsina Cìculi, dove il colore non esisteva. E un altro tempo, lungo, molto lungo, in cui Alfonsina si è allontanata da quel mondo.
Difficile credere a entrambe le cose, guardando le straordinarie cromie delle opere di questa maceratese, che nel 2011 ha visto concretizzarsi la sua passione per l’illustrazione rivolta ai bambini con il libro Il bambino colabrodo, pubblicato da Rizzoli.
La storia delle due assenze, Cìculi la racconta così: «Ho frequentato l’Accademia di Belle Arti di Macerata e mi sono diplomata al corso di pittura. Durante quegli anni mi sono interessata soprattutto al disegno, e ho prodotto diversi autoritratti, anche di grandi dimensioni. Ma tutti a matita nera, o matita colorata. Insomma: costruiti solo attraverso il segno. Il colore non mi interessava, e neanche il chiaroscuro. Facevo fatica a trovare il mio posto nel mondo dell’arte che in quel periodo, gli anni ’80, era soprattutto installazioni e performance».
E allora Alfonsina appende il diploma al chiodo, per dedicarsi ad altro che nulla c’entra o quasi.
Lavora per un po’ nell’animazione, ma solo come colorista al computer, e si arma di pennelli nel ruolo di truccatrice durante le stagioni liriche del teatro di Macerata.
Nella testa, però, le frulla sempre un’idea tentatrice, il desiderio di cedere al fascino di un genere illustrativo molto particolare: il disegno dedicato all’infanzia. «Un’estate, per caso,venni a sapere che nella mia città si organizzava un corso di illustrazione adatto anche a chi voleva avvicinarsi per la prima volta a questa dimensione creativa. Mi sono trovata così bene che le
settimane del corso, da una sono diventate tre.
Dopo un decennio, Ciculi riprende in mano la matita, e per la prima volta usa il colore: «Finalmente ilmio mondo interiore usciva allo scoperto, io stessa ero curiosa di vedere quel che saltava fuori». Alfonsina ama lavorare sulle fiabe classiche della sua infanzia, ma anche mettersi davanti a un foglio bianco e grande «Senza nessuna idea. Inizio a sporcarlo di colore e poi mi faccio trasportare, un colore ne richiama un altro, una forma chiede di essere contenuta, il braccio ha bisogno di gesti ampi che si trasformano in segni spesso circolari. Non ragiono mai su ciò che sto facendo, mi lascio guidare da una specie di forza invisibile».
 
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