
Una palestra gentile
Annemarie Sauzeau Boetti - 28.02.2012
Caro manifesto, come altri lettori che attualmente vi sostengono, sono in qualche modo legata al giornale da quasi quarant'anni, da quando con mio marito Alighiero Boetti ci siamo spostati da Torino a Roma.
Per vie assai casuali ho cominciato a proporre articoli a metà degli anni '70, sull'arte contemporanea e sulla nascente cultura femminista, grazie alla generosissima apertura della redazione e in particolare di Michelangelo Notorianni con il quale prendevo spesso il caffè sotto casa, a Santa Maria in Trastevere. Erano tempi di vacche magre per i giovani artisti (davvero "poveri"), e di sradicamento culturale per me, francese, ex insegnante e senza attività precisa se non quella di collaborarice di un artista...Il mio italiano era ancora approssimativo (sono anglista e germanista di formazione), mi ero addentrata nella grammatica dell'italiano non solo parlandolo ma insegnando il francese ai torinesi, presso il Centro Culturale Francese.
I primi pezzi che proposi al manifesto erano forse interessanti (cosi mi dicevano), ma certamente assai sgrammaticati, e loro - Carla Casalini, con modi materni ma robusti, o Severino Cesari, con modi felini e timidi, me li correggevano. Poi, rileggendoli, facevo tesoro della lezione... Insomma il manifesto mi ha fatto da scuola di lingua, sempre con gentilezza, con eleganza, e mi ha dato il gusto di scrivere, con regole strette (lunghezza, tempi ecc).
Dopo alcuni anni Notarianni, affascinato dai discorsi di Boetti (sempre al bar) sulla possibile diffusione diretta e a costo zero di "idee visive" proposte nel bianco/nero dell'offset da un giovane artista a un pubblico vivace com'era quello del manifesto, inventò un tipo inedito di collaborazione: ospitare un disegno di Boetti ogni giorno per alcuni mesi. A cominciare dal giorno dei quarant'anni (il 16 dicembre 1980) di Alighiero, che ci mise più fervore che non nella preparazione di una "normale" mostra. Non tutti al giornale gradirono, ma i più giovani, quelli delle pagini culturali, sì. Una certa felice anarchia generale tra la redazione (cosi la percepivo) e un rispetto mutuo tra individui diversi, garantiva pluralità: c'erano i duri e i possibilisti, i politici e la cultura alternativa sofisticata, c'era posto per il cinema americano e quello impegnato ecc.
Tornando al mio caso, il manifesto fu palestra di allenamento alla riflessione e alla scrittura, garantendo l'originalità contro la formattazione professionale, e credo che pochi giornali potessero competere su quel terreno. Andando spesso al giornale e frequentando la redazione (e un po' il bar di fronte, in via Tomacelli) ho incrociato giovani redattori che si chiamavano Lucia Annunciata, Riccardo Barenghi, Gianni Riotta, Domenico Starnone, Paolo Virno, Severino Cesari, per citare soltanto quelli che dopo una solida formazione si sono allontanati verso carriere letterarie, filosofiche, editoriali o giornalistiche di grande successo, in Italia e all'estero. Certamente devono molto al manifesto come scuola. Altri sono rimasti, diventando noti lo stesso , si chiamano ad esempio Roberto Silvestri per il cinema, Gianfranco Capitta per l teatro, sono degli eroi fedeli... Dalle testimonianze che leggo in questi giorni, noto che anche per gente molto più giovane, come Roberto Saviano o Tommaso Pincio, il manifesto ha rappresentato il luogo di formazione intellettuale e metodologica, e tutti gliene sono grati.
I tagli all'editoria, in un caso come il manifesto, sono catastrofici e la legge del mercato una forca. Come si fa a penalizzare il manifesto e lasciare svilupparsi per anni l'enorme truffa dell'Avanti, nobile e storica testata socialista che oggi ha purtroppo la faccia, il faccione, del senatore De Gregorio e del suo complice, il faccendiere Lavitola (che hanno occultato migliaia di documenti compromettenti in ben quattro container)? Va messo ordine nei contributi statali, ma il caso del manifesto non può essere assimilato ad "improprio utilizzo".
Infine, che la testata si dichiari «quotidiano comunista» non mi ha mai disturbato, anzi. Si era subito trattato di comunismo dissidente, e anche dopo la fine pietosa del comunismo "reale" , mi andava bene. Al pensiero occorre un sogno, un orizzonte di riferimento. C'è chi si dice "cristiano" o "libero pensatore", socialista, utopista o anarchico, l'importante è quanto si scrive. I conflitti sociali non si estinguono, anzi si stanno accentuando, drammaticamente. Occorrono progetti nuovi contro l'iniquità, siano essi «economia frugale» o «decrescita felice».
il manifesto continua ad essere per me voce necessaria fuori dal coro, non sempre condivisibile ma sempre intelligente e spiazzante. L'inserto Alias ad esempio è straordinariamente unico nel coro omologato della cultura dei quotidiani.
Lunga vita al manifesto, anche se dovesse essere ridotto a poche pagine, da tempi di guerra.
Per vie assai casuali ho cominciato a proporre articoli a metà degli anni '70, sull'arte contemporanea e sulla nascente cultura femminista, grazie alla generosissima apertura della redazione e in particolare di Michelangelo Notorianni con il quale prendevo spesso il caffè sotto casa, a Santa Maria in Trastevere. Erano tempi di vacche magre per i giovani artisti (davvero "poveri"), e di sradicamento culturale per me, francese, ex insegnante e senza attività precisa se non quella di collaborarice di un artista...Il mio italiano era ancora approssimativo (sono anglista e germanista di formazione), mi ero addentrata nella grammatica dell'italiano non solo parlandolo ma insegnando il francese ai torinesi, presso il Centro Culturale Francese.
I primi pezzi che proposi al manifesto erano forse interessanti (cosi mi dicevano), ma certamente assai sgrammaticati, e loro - Carla Casalini, con modi materni ma robusti, o Severino Cesari, con modi felini e timidi, me li correggevano. Poi, rileggendoli, facevo tesoro della lezione... Insomma il manifesto mi ha fatto da scuola di lingua, sempre con gentilezza, con eleganza, e mi ha dato il gusto di scrivere, con regole strette (lunghezza, tempi ecc).
Dopo alcuni anni Notarianni, affascinato dai discorsi di Boetti (sempre al bar) sulla possibile diffusione diretta e a costo zero di "idee visive" proposte nel bianco/nero dell'offset da un giovane artista a un pubblico vivace com'era quello del manifesto, inventò un tipo inedito di collaborazione: ospitare un disegno di Boetti ogni giorno per alcuni mesi. A cominciare dal giorno dei quarant'anni (il 16 dicembre 1980) di Alighiero, che ci mise più fervore che non nella preparazione di una "normale" mostra. Non tutti al giornale gradirono, ma i più giovani, quelli delle pagini culturali, sì. Una certa felice anarchia generale tra la redazione (cosi la percepivo) e un rispetto mutuo tra individui diversi, garantiva pluralità: c'erano i duri e i possibilisti, i politici e la cultura alternativa sofisticata, c'era posto per il cinema americano e quello impegnato ecc.
Tornando al mio caso, il manifesto fu palestra di allenamento alla riflessione e alla scrittura, garantendo l'originalità contro la formattazione professionale, e credo che pochi giornali potessero competere su quel terreno. Andando spesso al giornale e frequentando la redazione (e un po' il bar di fronte, in via Tomacelli) ho incrociato giovani redattori che si chiamavano Lucia Annunciata, Riccardo Barenghi, Gianni Riotta, Domenico Starnone, Paolo Virno, Severino Cesari, per citare soltanto quelli che dopo una solida formazione si sono allontanati verso carriere letterarie, filosofiche, editoriali o giornalistiche di grande successo, in Italia e all'estero. Certamente devono molto al manifesto come scuola. Altri sono rimasti, diventando noti lo stesso , si chiamano ad esempio Roberto Silvestri per il cinema, Gianfranco Capitta per l teatro, sono degli eroi fedeli... Dalle testimonianze che leggo in questi giorni, noto che anche per gente molto più giovane, come Roberto Saviano o Tommaso Pincio, il manifesto ha rappresentato il luogo di formazione intellettuale e metodologica, e tutti gliene sono grati.
I tagli all'editoria, in un caso come il manifesto, sono catastrofici e la legge del mercato una forca. Come si fa a penalizzare il manifesto e lasciare svilupparsi per anni l'enorme truffa dell'Avanti, nobile e storica testata socialista che oggi ha purtroppo la faccia, il faccione, del senatore De Gregorio e del suo complice, il faccendiere Lavitola (che hanno occultato migliaia di documenti compromettenti in ben quattro container)? Va messo ordine nei contributi statali, ma il caso del manifesto non può essere assimilato ad "improprio utilizzo".
Infine, che la testata si dichiari «quotidiano comunista» non mi ha mai disturbato, anzi. Si era subito trattato di comunismo dissidente, e anche dopo la fine pietosa del comunismo "reale" , mi andava bene. Al pensiero occorre un sogno, un orizzonte di riferimento. C'è chi si dice "cristiano" o "libero pensatore", socialista, utopista o anarchico, l'importante è quanto si scrive. I conflitti sociali non si estinguono, anzi si stanno accentuando, drammaticamente. Occorrono progetti nuovi contro l'iniquità, siano essi «economia frugale» o «decrescita felice».
il manifesto continua ad essere per me voce necessaria fuori dal coro, non sempre condivisibile ma sempre intelligente e spiazzante. L'inserto Alias ad esempio è straordinariamente unico nel coro omologato della cultura dei quotidiani.
Lunga vita al manifesto, anche se dovesse essere ridotto a poche pagine, da tempi di guerra.






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