domenica 17 febbraio 2013
Il nome di un'indignazione
 
Antonio Negri
Dopo quarant'anni, mi sembrerebbe strano vivere senza il manifesto. Vivere - pensare, militare, scrivere e costruire con gli altri - senza confrontarmi e informarmi con (e talora passare attraverso) le pagine del manifesto.Ci sono stati periodi nei quali, con gli amici del giornale, abbiamo costruito assieme strumenti di analisi e di organizzazione: è stato proprio all'inizio della vita della testata, quando i militanti di Potere Operaio elaborarono un primo tracciato dell'avventura politica che si sarebbe in gran parte accompagnata a quella del giornale.
Ricordo ancora con gioia come ci si litigava sotto il tendone del circo nel quale si tenne il primo convegno dei comitati di classe...
Qualche anno dopo, il manifesto decise di impegnarsi nella difesa di tutti i compagni coinvolti nell'inchiesta "7 aprile". Fu un gesto pieno di coraggio: dette un aiuto costante e senza equivoche inflessioni, duro ed efficace. Ricordo con quale attenzione, in galera, leggevamo il giornale: vi trovavamo molto spesso più elementi di comprensione di ciò che succedeva "fuori" di quanto riuscissero a darci le spiegazioni dei nostri avvocati. Il giornale era come un cordone ombelicale: necessario per continuare a respirare.
Eppure, con il manifesto, spesso, mi sono anche incazzato. Quando sosteneva ipotesi e linee politiche che mi sembravano sbagliate, o quando rifiutava di vedere come la realtà stava cambiando, e quali nuovi strumenti politici fossero necessari per cogliere quel mutamento. Ma guardando oggi a come la sinistra italiana si è trasformata, non posso non riconoscere che il giornale è sempre rimasto comunista - nel senso che fin dall'inizio esso ha dato a quella parola: non l'aggettivo di un partito, ma il nome di un'indignazione e l'intelligenza di un progetto di classe.
Oggi, proprio mentre il discorso sul comune si sta riaprendo, al manifesto viene tolta la possibilità di partecipare a questa svolta, a questo nuovo fronte di lotte. È dunque proprio oggi che la testata diventa più che mai necessaria, ed è oggi che dobbiamo salvarla.
Il manifesto non può sparire. Ma non può neanche diventare altro rispetto a ciò che è sempre stato: libero, scomodo, radicalmente onesto, un po' giansenista, un po' extraparlamentare, capace sempre di annusare il mondo che cambia, esigente, diffidente davanti alle false seduzioni e agli imbrogli, pieno d'intuito e di coraggio.
Il manifesto, il nostro manifesto, deve continuare a vivere e a renderci il mondo più intelligibile. Dopo quarant'anni, mi sembrerebbe strano vivere senza il manifesto. Vivere - pensare, militare, scrivere e costruire con gli altri - senza confrontarmi e informarmi con (e talora passare attraverso) le pagine del manifesto.Ci sono stati periodi nei quali, con gli amici del giornale, abbiamo costruito assieme strumenti di analisi e di organizzazione: è stato proprio all'inizio della vita della testata, quando i militanti di Potere Operaio elaborarono un primo tracciato dell'avventura politica che si sarebbe in gran parte accompagnata a quella del giornale. 
Ricordo ancora con gioia come ci si litigava sotto il tendone del circo nel quale si tenne il primo convegno dei comitati di classe...
Qualche anno dopo, il manifesto decise di impegnarsi nella difesa di tutti i compagni coinvolti nell'inchiesta "7 aprile". Fu un gesto pieno di coraggio: dette un aiuto costante e senza equivoche inflessioni, duro ed efficace. Ricordo con quale attenzione, in galera, leggevamo il giornale: vi trovavamo molto spesso più elementi di comprensione di ciò che succedeva "fuori" di quanto riuscissero a darci le spiegazioni dei nostri avvocati. Il giornale era come un cordone ombelicale: necessario per continuare a respirare.
Eppure, con il manifesto, spesso, mi sono anche incazzato. Quando sosteneva ipotesi e linee politiche che mi sembravano sbagliate, o quando rifiutava di vedere come la realtà stava cambiando, e quali nuovi strumenti politici fossero necessari per cogliere quel mutamento. Ma guardando oggi a come la sinistra italiana si è trasformata, non posso non riconoscere che il giornale è sempre rimasto comunista - nel senso che fin dall'inizio esso ha dato a quella parola: non l'aggettivo di un partito, ma il nome di un'indignazione e l'intelligenza di un progetto di classe.
Oggi, proprio mentre il discorso sul comune si sta riaprendo, al manifesto viene tolta la possibilità di partecipare a questa svolta, a questo nuovo fronte di lotte. È dunque proprio oggi che la testata diventa più che mai necessaria, ed è oggi che dobbiamo salvarla.
Il manifesto non può sparire. Ma non può neanche diventare altro rispetto a ciò che è sempre stato: libero, scomodo, radicalmente onesto, un po' giansenista, un po' extraparlamentare, capace sempre di annusare il mondo che cambia, esigente, diffidente davanti alle false seduzioni e agli imbrogli, pieno d'intuito e di coraggio.
Il manifesto, il nostro manifesto, deve continuare a vivere e a renderci il mondo più intelligibile.
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