
Un giornale prezioso, perché difende la diversità
Carlo Petrini - 29.02.2012
Sento il dovere di difendere la sopravvivenza del «manifesto» esattamente come cerco di difendere la biodiversità con Slow Food.
Il «manifesto» fa parte della mia storia personale, dai primi anni avventurosi della fondazione, fino alla creazione di quell'inserto - il Gambero Rosso - che rappresentò il punto d'incontro tra le storie di Slow Food e del giornale più indipendente d'Italia. Ma non è soltanto per evidenti motivi di affetto che voglio difendere l'esistenza di questa testata indispensabile.
La mia esperienza mi ha insegnato che difendere la biodiversità alimentare significa anche difendere la diversità culturale, sia gastronomica (i saperi, le tecniche di coltivazione e di trasformazione legate a una varietà vegetale o una razza animale) sia quella che ne discende a cascata (i riti comunitari legati alle stagioni, alle ricette, a come si consuma il cibo, la tradizione e l'identità di una comunità). Ciò significa avere memoria delle tradizioni e delle persone che le hanno modellate, custodite, tramandate.
Anche difendere il «manifesto» è un qualcosa che va al di là della protezione di una diversità che riguarda la pura varietà di punti di vista, quella libertà di stampa essenziale per il processo democratico. Il «manifesto» è anche uno stile di fare giornalismo, un contenitore di storie e di approcci alle storie spesso unico. Si hanno notizie snobbate da altri o non cercate, si hanno narrazioni approfondite ed evocative, si conoscono mondi inesplorati dai più. C'è la cultura del nostro Paese e c'è la memoria. Con tutta la professionalità e serietà del caso, unita alla capacità di strappare un sorriso con un titolo beffardo o di far riflettere guardando le cose secondo un'angolazione inedita.
Proteggere la diversità, in ogni campo, non significa soltanto fare qualcosa per garantire un valore indispensabile per la democrazia e per la formazione di un'identità (perché senza diversità saremmo tutti uguali), ma anche appassionarsi del particolare, di storie minime ma sempre molto preziose e istruttive. Non riesco a immaginare un'edicola senza il «manifesto», sarebbe triste così com'è triste vedere un punto vendita senza i prodotti locali dei contadini. Pezzi di cultura e d'identità che si perdono e ci rendono irrimediabilmente più poveri, e purtroppo anche pronti a dimenticare.
Il «manifesto» fa parte della mia storia personale, dai primi anni avventurosi della fondazione, fino alla creazione di quell'inserto - il Gambero Rosso - che rappresentò il punto d'incontro tra le storie di Slow Food e del giornale più indipendente d'Italia. Ma non è soltanto per evidenti motivi di affetto che voglio difendere l'esistenza di questa testata indispensabile.
La mia esperienza mi ha insegnato che difendere la biodiversità alimentare significa anche difendere la diversità culturale, sia gastronomica (i saperi, le tecniche di coltivazione e di trasformazione legate a una varietà vegetale o una razza animale) sia quella che ne discende a cascata (i riti comunitari legati alle stagioni, alle ricette, a come si consuma il cibo, la tradizione e l'identità di una comunità). Ciò significa avere memoria delle tradizioni e delle persone che le hanno modellate, custodite, tramandate.
Anche difendere il «manifesto» è un qualcosa che va al di là della protezione di una diversità che riguarda la pura varietà di punti di vista, quella libertà di stampa essenziale per il processo democratico. Il «manifesto» è anche uno stile di fare giornalismo, un contenitore di storie e di approcci alle storie spesso unico. Si hanno notizie snobbate da altri o non cercate, si hanno narrazioni approfondite ed evocative, si conoscono mondi inesplorati dai più. C'è la cultura del nostro Paese e c'è la memoria. Con tutta la professionalità e serietà del caso, unita alla capacità di strappare un sorriso con un titolo beffardo o di far riflettere guardando le cose secondo un'angolazione inedita.
Proteggere la diversità, in ogni campo, non significa soltanto fare qualcosa per garantire un valore indispensabile per la democrazia e per la formazione di un'identità (perché senza diversità saremmo tutti uguali), ma anche appassionarsi del particolare, di storie minime ma sempre molto preziose e istruttive. Non riesco a immaginare un'edicola senza il «manifesto», sarebbe triste così com'è triste vedere un punto vendita senza i prodotti locali dei contadini. Pezzi di cultura e d'identità che si perdono e ci rendono irrimediabilmente più poveri, e purtroppo anche pronti a dimenticare.





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