domenica 17 febbraio 2013
"Fare" il manifesto, un'impresa comune.
 
Chiara Zamboni*
 
Ripensare oggi il manifesto significa pensare ad una parte della mia storia e di quella di molte donne della mia generazione, e non solo. Forse il giornale chiuderà, forse no. So per certo, comunque, che l'intenzione politica che lo sostiene troverà un nuovo inizio o in questa forma-giornale o in altre. Se non pensassi questo, non mi metterei a scrivere.
La mia storia con il manifesto inizia nei primi anni Ottanta ed è tutta inscritta nel movimento delle donne. Il fatto è che, come ad altri che hanno raccontato in questi giorni dei loro primi articoli per il giornale, anche a me è capitato che mi sia stato chiesto un articolo, ma assolutamente non per caso. Donne con un radicato percorso femminista che lavoravano al giornale mi hanno chiesto di scrivere per partecipare ad una comune scommessa politica e di senso. Si trattava, si tratta del fatto che lo sguardo femminile sulla realtà ha una specificità nel leggere quello che accade, una forza simbolica, di cui è possibile che si giovino tutte le lettrici e i lettori del giornale. Là dove le donne portano una loro verità soggettiva sul lavoro, sui rapporti interpersonali, sulle città, sul gusto di fare politica con gli altri, danno conto di una realtà modificata dalla loro presenza. È un sapere personale connesso a trasformazioni in atto.
Ho visto aprirsi sulle pagine del giornale, non sempre esplicitato, un conflitto per me coinvolgente. Da un lato una posizione che costantemente riduce la soggettività femminile ad una tra le tante voci emergenti dei movimenti che puntano a una politica senza deleghe: le donne come soggetti di bisogni e desideri, accanto ad altri soggetti. Dall'altro lato la posizione in cui anch'io mi riconosco: lo sguardo delle donne come sapere innovativo sulla politica, l'ecologia, l'economia, la cultura, la religione. Ricordo in questo senso articoli memorabili, che ho ritagliato accuratamente, fatto circolare anche tra chi non leggeva il giornale, discusso con studentesse e studenti.
In questo cercarsi con intenzione tra donne, di cui la mia partecipazione al manifesto dà testimonianza, c'è stata anche un'altra scommessa: creare relazioni femminili, credere che queste relazioni abbiano la potenza di modificare i contesti intensificando il gioco politico: mostrare che queste relazioni sono il nerbo che permette di attraversare contesti diversi - la redazione di un giornale, i luoghi di partecipazione delle istituzioni come un comune, una università, un sindacato organizzato, le associazioni libere che creano realtà nuove. Ad esempio, lo scambio di pensiero con le amiche che lavorano al manifesto mi ha permesso di essere più libera e lucida nell'università dove insegno. Questi aspetti non compaiono direttamente sulle pagine del giornale. Non vengono detti. Ma se ne vedono gli effetti in una qualità maggiore della scrittura e in una maggiore complessità dello sguardo. Come tutto ciò che è vivente, queste relazioni non sono formalizzabili, e questo porta inevitabilmente a storie non lineari, ad inciampi, vissuti tuttavia con leggerezza quando c'è un comune desiderio di politica.
In questo senso considero il manifesto come il nome proprio di una rete di relazioni. Alcune, come ho detto, mi hanno coinvolto personalmente. Ad altre, che mi sono meno familiari, non so come e in che forma sia stato dato un significato politico. Leggo il giornale da tanto tempo, ne conosco la storia, so riconoscere le linee di pensiero che lo attraversano senza amalgamarsi. Non gli darei, come in questi ultimi mesi è stato fatto, l'appellativo di "bene comune", come se questo lo preservasse dalla disgregazione ponendolo come feticcio, come sostanza estranea all'aggregarsi, disgregarsi e riannodarsi di legami, di desideri, di lavoro contestuale, di pratiche di pensiero. È un'impresa comune, questo sì, che ha impegnato anche i lettori e le lettrici come me, ma non è un idolo, un sostantivo. Piuttosto un verbo, una pratica: "fare" il manifesto.
Vorrei aggiungere anche questo. Leggendo il giornale, una delle linee di pensiero che mi hanno più interessata è quella che ha interpretato gli avvenimenti italiani e mondiali alla luce del legame tra politica e inconscio. È una chiave per leggere il rapporto tra capitale e lavoro nella prospettiva più soggettiva dei desideri e dei bisogni; per saper vedere i movimenti pulsionali delle città, delle organizzazioni, delle società nei loro aspetti disgreganti e di attrazione; per vedere il lato eccedente dell'ordine simbolico, che ci riguarda tutti. Fa comprendere trasformazioni che si pongono sulla soglia tra soggettivo e collettivo, e che si percepiscono quando ci sentiamo all'interno del quadro che analizziamo. Durante la crisi berlusconiana molto si è parlato, sul giornale, di godimento, legge del padre e sua evaporazione, mostrando il legame tra politica, inconscio e sessualità. Anche in questo caso ho visto aprirsi sul giornale un conflitto, molto indiretto, mai esplicito, tra chi dedica molto spazio ai temi della biopolitica, che parlano sì di corpi, ma come pedine di giochi di potere a cui è possibile solo resistere, e chi invece parla del corpo come soglia tra conscio e inconscio. Un inconscio con le sue leggi sì impersonali, ma patite soggettivamente, nutrimento per scommesse politiche che impegnano in un movimento desiderante.
Sono di parte anche in questo caso. Eppure penso che l'esserlo in un momento così difficile per la storia del giornale sia indice di quanto tutto ciò che il manifesto ha creato sia vivo, in fieri, aperto al divenire. In qualsiasi forma esso si presenti.

* Comunità filosofica femminile "Diotima"
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