
Una quotidiana di tessitura di idee
Yves Citton, Yann Moulier-Boutang, Anne Querrien* - 21 febbraio 2012
Come ci ha insegnato l'antropologo inglese Tim Ingold, le società umane trovano equilibrio e sviluppo attraverso un continuo lavoro di tessitura creato dalle varie attività dei loro membri. Noi costruiamo edifici e monumenti, produciamo beni che poi scambiamo, immaginiamo idee che poi comunichiamo - ma tutto ciò è possibile solo e soltanto attraverso il quotidiano intrecciarsi delle diverse relazioni che ci fanno vivere. Quando una società muore, i suoi monumenti, i suoi prodotti, le sue idee, possono sopravvivere per un tempo più o meno lungo. La morte di una società non è, infatti, un problema di monumenti o di idee, ma è semplicemente l'interruzione di un quotidiano e continuo lavoro di intreccio e tessitura.
Per interi decenni il manifesto ha operato in prima persona questo lavoro di quotidiana tessitura. Un lavoro di intreccio e di costruzione della vita sociale, politica, intellettuale e artistica italiana.
Ma quello del manifesto è stato anche un lavoro di intreccio e di scambio tra la cultura italiana e la cultura europea e mondiale. Attraverso le sue pagine culturali, dall'estero, noi abbiamo visto entrare in dialogo le nuove forme del pensiero italiano con ciò che proveniva dagli altri paesi. Grazie alla sua periodicità, la forma cartacea del giornale permette la sincronizzazione di questo intrecciarsi collettivo, una sincronia che la pubblicazione in rete, malgrado tutti i suoi vantaggi, verrebbe necessariamente a perdere. Possiamo tessere la nostra realtà sociale soltanto insieme, e possiamo tessere insieme soltanto secondo un ritmo e un tempo comuni. Ed è proprio questo che si verrebbe a perdere con la scomparsa del manifesto, e per «questo» si intende la vita sociale stessa. O meglio: una certa vita sociale, in grado di concepire l'atto del tessere come attività propriamente umana e intellettiva. Privata del manifesto, l'Italia continuerà senza alcun dubbio a costruire case, a produrre e scambiare beni, così come a produrre e scambiare idee: lo si può fare grazie a una tessitura automatizzata, a un costo più basso, dentro grandi fabbriche animate da grosse macchine standardizzate. La nostra è un'epoca in cui, sotto la pressione di un capitalismo suicidario, «l'industria del pensiero» rischia di far subire alla nostra intelligenza collettiva esattamente ciò che un tempo l'industria tessile ha fatto subire alle abilità artigiane.
Ben al di là dell'eredità berlusconiana, ben al di là della Shock Therapy applicata all'Italia dal nuovo governo, la possibile scomparsa del manifesto testimonia di una vera e propria calamità antropologica. Con la perdita di questo continuo gesto che consiste nell'intreccio e nella tessitura dell'attualità, così come lo attua in modo artigianale la redazione del giornale, viene minacciata la scommessa stessa di rendere più umano l'intreccio e il tessuto del nostro vivere-insieme, impedendo che si riverberi intorno a noi. Siamo di fronte a una calamità lenta, contagiosa, costernante - ma non irreversibile.
* Codirettori della rivista Multitudes
(Traduzione di Isabella Mattazzi)
Per interi decenni il manifesto ha operato in prima persona questo lavoro di quotidiana tessitura. Un lavoro di intreccio e di costruzione della vita sociale, politica, intellettuale e artistica italiana.
Ma quello del manifesto è stato anche un lavoro di intreccio e di scambio tra la cultura italiana e la cultura europea e mondiale. Attraverso le sue pagine culturali, dall'estero, noi abbiamo visto entrare in dialogo le nuove forme del pensiero italiano con ciò che proveniva dagli altri paesi. Grazie alla sua periodicità, la forma cartacea del giornale permette la sincronizzazione di questo intrecciarsi collettivo, una sincronia che la pubblicazione in rete, malgrado tutti i suoi vantaggi, verrebbe necessariamente a perdere. Possiamo tessere la nostra realtà sociale soltanto insieme, e possiamo tessere insieme soltanto secondo un ritmo e un tempo comuni. Ed è proprio questo che si verrebbe a perdere con la scomparsa del manifesto, e per «questo» si intende la vita sociale stessa. O meglio: una certa vita sociale, in grado di concepire l'atto del tessere come attività propriamente umana e intellettiva. Privata del manifesto, l'Italia continuerà senza alcun dubbio a costruire case, a produrre e scambiare beni, così come a produrre e scambiare idee: lo si può fare grazie a una tessitura automatizzata, a un costo più basso, dentro grandi fabbriche animate da grosse macchine standardizzate. La nostra è un'epoca in cui, sotto la pressione di un capitalismo suicidario, «l'industria del pensiero» rischia di far subire alla nostra intelligenza collettiva esattamente ciò che un tempo l'industria tessile ha fatto subire alle abilità artigiane.
Ben al di là dell'eredità berlusconiana, ben al di là della Shock Therapy applicata all'Italia dal nuovo governo, la possibile scomparsa del manifesto testimonia di una vera e propria calamità antropologica. Con la perdita di questo continuo gesto che consiste nell'intreccio e nella tessitura dell'attualità, così come lo attua in modo artigianale la redazione del giornale, viene minacciata la scommessa stessa di rendere più umano l'intreccio e il tessuto del nostro vivere-insieme, impedendo che si riverberi intorno a noi. Siamo di fronte a una calamità lenta, contagiosa, costernante - ma non irreversibile.
* Codirettori della rivista Multitudes
(Traduzione di Isabella Mattazzi)






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