mercoledì 18 settembre 2013
"Il simbolo delle libertà
da far rifiorire"
Corrado Stajano - 23 febbraio 2012
Caro Direttore,
il vecchio «che fare» serve ancora. In che modo difendere un giornale che ha contato e conta proprio per la sua anomalia, per la sua indipendenza e il suo spirito di libertà? 
Valentino Parlato ha illustrato il bilancio economico. Ermanno Rea ha definito con realismo le condizioni per sopravvivere. Rossana Rossanda ha toccato il nodo politico, essenziale in un giornale come il manifesto. Tu, poi, caro Direttore, hai fatto ben capire, martedì scorso, la meschinità dei giornali che sperano, con la sparizione del manifesto e delle altre testate in difficoltà, di accaparrarsi come predoni i lettori rimasti orfani e fanno mancare anche il più piccolo e doveroso segno di solidarietà. Pensavo fosse superfluo manifestarla, mi hai convinto del contrario. Anche se mi mettono in imbarazzo tanti, sconosciuti o famosi, che vi scrivono con sincera sofferenza, ma non riescono a trattenersi dal parlare di se stessi, dall'infanzia alla vecchiaia, con quel delirio dell'io che il tempo berlusconiano ha reso quasi ossessivo.
Che fare, dunque. Occorre anzitutto mettere i conti a posto. Le promesse fatte dal governo, anche pubblicamente, per rimettere in moto i fondi per l'editoria debbono essere mantenute. E' inutile parlare a vanvera di libertà di stampa, di pluralismo, e rimanere poi indifferenti, omissivi, davanti alla possibile morte di un giornale come il manifesto: è stato ed è lo specchio di minoranze infedeli che in questo nostro infelice Paese sono state da sempre il lievito di quanto si è riusciti a fare. Questo anche in conflitto con le idee espresse dal giornale.
E' possibile - chi scrive non capisce nulla di problemi finanziari - tentare di dar vita a una specie di duopolio, con un rigoroso statuto: la continuità della cooperativa e, parallela, la nascita di una società paritaria portatrice di nuovi capitali? Si possono trovare persone di buona volontà capaci di investire soldi in un'impresa editoriale che può anche diventare fruttifera nella povertà dell'informazione di oggi in Italia?
La questione politica, poi. «Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo», come dice il poeta. Ma anche ciò che siamo e ciò che vogliamo. Il problema riguarda i giornalisti e i lettori, naturalmente, che potrebbero anche crescere in un giornale ben fatto, considerando la qualità di molti quotidiani di oggi, per lo più nelle mani del marketing che detta le leggi del fare e del nonfare. E anche di quotidiani non succubi del marketing, alla ricerca angosciante dello scandalo, adesso che gli è venuto a mancare Berlusconi.
Il tema centrale, sempre dibattuto dal manifesto, ma che dovrebbe esserlo sempre di più ora che nella vita e nella politica tutto è cambiato, è la costruzione della sinistra, contribuendo a far sì che le lacerazioni di ieri, di oggi, di sempre vengano smussate, ricomposte. 
Ne avete l'autorità e la cultura. Quasi due milioni di cittadini sono privi di rappresentanza. Non è sopportabile che nella pratica politica quotidiana salti fuori di continuo qualche grillo parlante in cerca della famosa «visibilità» a dir rovinosamente la sua, in modo suicida per tutti.
Ha ragione Maurizio Landini: il modo di produzione non investe soltanto la fabbrica, ma tutta la società. Spesso sconosciuta. Tutto è in discussione. Siamo dentro una delle più tormentose transizioni di cui l'Italia è prigioniera da sempre, ma forse questa condizione può offrire una briciola di libertà in più a chi sa prendersela. Guardando anzitutto dentro se stessi e i propri errori. Scrivendo con chiarezza. Documentando ogni parola di quel che si scrive, facendosi capire. 
(Giancarlo Caselli ha fatto quel che doveva coi violenti della Tav. Non è sufficiente un'intervista sbagliata per buttarlo in prima pagina).
I temi? Sono tanti, oltre al compito primario di fare ogni sforzo per la costruzione della sinistra che esiste ancora, è ben viva, nonostante tutto, e attende qualche grido di speranza.
Gli altri temi sono quelli di sempre, da affrontare con un piglio maggiore e un po' di passione in più: la difesa della Costituzione, della legalità, che non sono fissazioni di matrice azionista, ma riguardano l'essenza di una comunità. E poi: la denuncia della corruzione e del diffondersi dei poteri criminali, acculturati - i figli dei vecchi mafiosi hanno studiato a Harvard e sono diventati esperti di Scienza delle finanze e di Diritto internazionale privato - sempre più pericolosi in molte regioni italiane. E ancora, i problemi della democrazia violentata brutalmente o sottilmente e quelli del lavoro: il manifestopossiede più di tutti i saperi e la sensibilità adatti. 
Ogni giorno nuovi operai trovano sbarrato il cancello della loro fabbrica. Non lo si viene neppure a sapere. Siete stati gli unici, o quasi a parlarne, a difendere lotte disperate.
E infine. Dalle sue origini, o quasi, il manifesto è stato un giornale precario. Lo sia di meno, ma diventi il giornale dei giovani, dei precari di ogni età o condizione. Non esiste alcun organo di informazione che si sia assunto questo impegno. Il più importante se l'Italia vuole avere un futuro.
Caro Direttore, oggi, più che mai, dopo due tormentosi decenni, il manifesto può essere - non è soltanto una speranza - ancor più che nel passato, una insostituibile presenza. Il simbolo delle libertà da far rifiorire.
 
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