
La prima volta
ero poco più di un bambino
Emanuele Trevi
Tutti dobbiamo abituarci a fare qualsiasi cosa come se fosse l'ultima volta che la facciamo. Un altro conto è arrivare effettivamente all'ultima volta. Si slitta dal terreno di una generica saggezza collettiva al campo ingovernabile delle emozioni soggettive. E mentre ci ripetiamo che tutto deve finire perché si trasformi in altro, e che è giusto così, e che il mondo è sempre andato in questo modo, la fine di ciò che abbiamo amato ci coglie sempre alla sprovvista, ci sradica, scopre carte che non volevamo mostrare nemmeno a noi stessi.
Non più di due o tre giorni fa, mi stavo affrettando a consegnare, nei tempi stabiliti, un articolo per il nuovo Alias della domenica. E a un certo punto, quando avevo ormai imboccato il rettilineo finale delle centoventi righe, la consapevolezza che quello che stavo scrivendo poteva davvero essere l'ultimo di una serie innumerevole di articoli si è impadronita di me, acuta come un dolore fisico. Perché adesso ho quasi cinquant'anni, e bene o male una recensione ho imparato a scriverla. Ma quando ho scritto per la prima volta su un giornale, ero poco più che un bambino. Erano gli anni Settanta e il manifesto, con le sue quattro pagine e il titolo lunghissimo in prima, lo vendevamo di fronte a scuola. Poco lontano, c'era un altro gruppetto di ragazzini con le copie di Lotta Continua. La concorrenza era spietata. Lotta Continua lo compravano solo gli studenti, che se lo ficcavano nella tasca dietro dei pantaloni, la testata rossa bene in vista; del manifesto, invece, capitava di vendere qualche copia anche ai professori. Ci coprivamo le spalle a vicenda, tra venditori o «diffusori», come si diceva allora, perché non erano infrequenti i raid del Fronte della Gioventù. Ma ci sfottevamo anche parecchio. A noi, Lotta Continua sembrava... come dire? un po' rozzo. Magari efficace, ma rozzo. Sì, c'era una pagina centrale dove parlavano di Kafka, o del cinema delle avanguardie russe, ma il manifesto, che a quei tempi non aveva la pagina della cultura, era, e sempre sarebbe rimasto, raffinatissimo da capo a fondo.
«È illeggibile», ribattevano puntuali quelli di Lotta Continua - grave insulto, che a Roma si pronuncia con molte «g» e altrettante «b». E un giorno, una ragazzina tra le più fiere sparò un'accusa che mi è sempre rimasta in testa: il manifesto, disse con l'aria di chi la sapeva lunga, «è un giornale per disturbati». Ci sono parole che, a una certa età, colpiscono e affondano. Ma alla fine, la mia incondizionata fede nel manifesto non fece che accrescersi: non sono forse i disturbati il sale della terra? Nella mia fervida mente di adolescente, mi immaginavo la redazione di via Tomacelli come una specie di Olimpo di disturbati, dediti alle pratiche esoteriche del tabagismo e dell'illeggibilità. Essere lì, equivaleva per me alla forma più alta dell'esistenza umana. Ma non osavo nemmeno pensarci. A stento stavo imparando a fumare, e non avevo scritto altro che dei miseri compiti in classe e delle vergognose letterine d'amore. Un curriculum troppo scarso.
Non ero nemmeno bravo a venderlo, il manifesto. C'è da dire che la vita degli adolescenti possiede delle risorse fiabesche destinate purtroppo a scomparire, ma stupefacenti. E un giorno, arrivò la grande occasione: scrivere un articolo mio, firmato da me, sul manifesto!!! Mi ero trovato ad essere il testimone oculare di non ricordo che baruffa al margine di qualche corteo, e un redattore del giornale (Maurizio Caprara, poi passato al Corriere della Sera), al quale l'avevo raccontato, mi propose di raccontare il fatto. A questo scopo, mi consegnò dei fogli che non avevo mai visto prima: sotto la testata del giornale, riprodotta in rosso, c'era una specie di griglia che serviva a numerare le righe e le battute. Battendo a macchina sul primo foglio, gli strati di carta carbone di quell'oggetto magico permettavano di ottenere altre due copie. Restava il problema della macchina da scrivere. Mio padre, molto indulgente, si fece requisire la sua Olivetti, esortandomi a essere «oggettivo». Oggettivo o disturbato? Arriva il momento magico in cui i consigli non significano più niente, devi fare il salto, e cavartela da solo. E se è vero che nella vita non si fa che scrivere un solo, unico libro, il mio è iniziato lì. E non so nemmeno quantificare il numero di ragazzini al quale il manifesto, prima e dopo di me, ha fatto fare la stessa esperienza, lo stesso rito di passaggio. Mica è facile, negli altri giornali. Sarà sempre meno facile.
Ecco, ho sputato il rospo, è stato questo ricordo che mi ha interrotto, l'altra mattina, mentre gli amici di «Alias» aspettavano il pezzo su Cristina Campo. Odio confessare quando mi commuovo, ma così è stato. Il manifesto è stato una cosa importante per me, per la mia vita, per la mia maniera di scrivere. Se quello di domenica scorsa è stato il mio ultimo articolo, spero che sia all'altezza della situazione. Spero che sia abbastanza rigoroso, che contenga delle notizie, che sia parte dell'amore e dell'energia vitale e della speranza che tantissime persone hanno investito in questo giornale. E alla fine, lasciatemelo dire, spero di essere abbastanza disturbato da non poter uscire che su queste pagine.
Non più di due o tre giorni fa, mi stavo affrettando a consegnare, nei tempi stabiliti, un articolo per il nuovo Alias della domenica. E a un certo punto, quando avevo ormai imboccato il rettilineo finale delle centoventi righe, la consapevolezza che quello che stavo scrivendo poteva davvero essere l'ultimo di una serie innumerevole di articoli si è impadronita di me, acuta come un dolore fisico. Perché adesso ho quasi cinquant'anni, e bene o male una recensione ho imparato a scriverla. Ma quando ho scritto per la prima volta su un giornale, ero poco più che un bambino. Erano gli anni Settanta e il manifesto, con le sue quattro pagine e il titolo lunghissimo in prima, lo vendevamo di fronte a scuola. Poco lontano, c'era un altro gruppetto di ragazzini con le copie di Lotta Continua. La concorrenza era spietata. Lotta Continua lo compravano solo gli studenti, che se lo ficcavano nella tasca dietro dei pantaloni, la testata rossa bene in vista; del manifesto, invece, capitava di vendere qualche copia anche ai professori. Ci coprivamo le spalle a vicenda, tra venditori o «diffusori», come si diceva allora, perché non erano infrequenti i raid del Fronte della Gioventù. Ma ci sfottevamo anche parecchio. A noi, Lotta Continua sembrava... come dire? un po' rozzo. Magari efficace, ma rozzo. Sì, c'era una pagina centrale dove parlavano di Kafka, o del cinema delle avanguardie russe, ma il manifesto, che a quei tempi non aveva la pagina della cultura, era, e sempre sarebbe rimasto, raffinatissimo da capo a fondo.
«È illeggibile», ribattevano puntuali quelli di Lotta Continua - grave insulto, che a Roma si pronuncia con molte «g» e altrettante «b». E un giorno, una ragazzina tra le più fiere sparò un'accusa che mi è sempre rimasta in testa: il manifesto, disse con l'aria di chi la sapeva lunga, «è un giornale per disturbati». Ci sono parole che, a una certa età, colpiscono e affondano. Ma alla fine, la mia incondizionata fede nel manifesto non fece che accrescersi: non sono forse i disturbati il sale della terra? Nella mia fervida mente di adolescente, mi immaginavo la redazione di via Tomacelli come una specie di Olimpo di disturbati, dediti alle pratiche esoteriche del tabagismo e dell'illeggibilità. Essere lì, equivaleva per me alla forma più alta dell'esistenza umana. Ma non osavo nemmeno pensarci. A stento stavo imparando a fumare, e non avevo scritto altro che dei miseri compiti in classe e delle vergognose letterine d'amore. Un curriculum troppo scarso.
Non ero nemmeno bravo a venderlo, il manifesto. C'è da dire che la vita degli adolescenti possiede delle risorse fiabesche destinate purtroppo a scomparire, ma stupefacenti. E un giorno, arrivò la grande occasione: scrivere un articolo mio, firmato da me, sul manifesto!!! Mi ero trovato ad essere il testimone oculare di non ricordo che baruffa al margine di qualche corteo, e un redattore del giornale (Maurizio Caprara, poi passato al Corriere della Sera), al quale l'avevo raccontato, mi propose di raccontare il fatto. A questo scopo, mi consegnò dei fogli che non avevo mai visto prima: sotto la testata del giornale, riprodotta in rosso, c'era una specie di griglia che serviva a numerare le righe e le battute. Battendo a macchina sul primo foglio, gli strati di carta carbone di quell'oggetto magico permettavano di ottenere altre due copie. Restava il problema della macchina da scrivere. Mio padre, molto indulgente, si fece requisire la sua Olivetti, esortandomi a essere «oggettivo». Oggettivo o disturbato? Arriva il momento magico in cui i consigli non significano più niente, devi fare il salto, e cavartela da solo. E se è vero che nella vita non si fa che scrivere un solo, unico libro, il mio è iniziato lì. E non so nemmeno quantificare il numero di ragazzini al quale il manifesto, prima e dopo di me, ha fatto fare la stessa esperienza, lo stesso rito di passaggio. Mica è facile, negli altri giornali. Sarà sempre meno facile.
Ecco, ho sputato il rospo, è stato questo ricordo che mi ha interrotto, l'altra mattina, mentre gli amici di «Alias» aspettavano il pezzo su Cristina Campo. Odio confessare quando mi commuovo, ma così è stato. Il manifesto è stato una cosa importante per me, per la mia vita, per la mia maniera di scrivere. Se quello di domenica scorsa è stato il mio ultimo articolo, spero che sia all'altezza della situazione. Spero che sia abbastanza rigoroso, che contenga delle notizie, che sia parte dell'amore e dell'energia vitale e della speranza che tantissime persone hanno investito in questo giornale. E alla fine, lasciatemelo dire, spero di essere abbastanza disturbato da non poter uscire che su queste pagine.






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