
Siete un pezzo storia del paese
Ermanno Rea
Non ho dubbi: il manifesto supererà anche questo brutto momento. A trasmettermi questa certezza è la convinzione che la vita di questo giornale (il giornale dei no intelligenti, lo chiamo io) sta a cuore non soltanto a una quota più o meno vasta di lettori di sinistra nonché di artisti, letterati e intellettuali, ma sta a cuore all'Italia nel suo complesso, che sarebbe portata a vivere la sua scomparsa come un'ulteriore e forse definitiva prova del disastro sociale, economico e politico in atto.
Il manifesto insomma, per mille ragioni che è impossibile qui approfondire, ormai non è più soltanto un giornale di opinione, o se si vuole uno degli ultimi organi cui fa capo l'area della protesta militante. È diventato un'istituzione. Un nervo importante del sistema della comunicazione politico-culturale nazionale. In breve, un pezzo della nostra storia. Per cui, naufragando, si trasformerebbe in un'ulteriore perdita di credibilità del nostro Paese, oltre che sul piano interno, su quello internazionale.
Il manifesto dunque sarà salvato. Il problema semmai sta nel come questo salvataggio avrà luogo, con quali strumenti e quali prospettive di durata, se cioè il nodo sarà risolto per così dire all'italiana, con alcuni pannicelli caldi, oppure se la «malattia» sarà presa di petto e debellata una volta per tutte. È possibile che questo avvenga? Che il manifesto esca dalla sua accidentata navigazione che lo vede periodicamente incagliato in qualche scoglio? Io credo di sì. Evidentemente a due condizioni: l'azzeramento dei debiti e una forte riduzione delle spese di gestione. Sembra parlare dell'Italia e invece parliamo di un giornale, chiamato a sua volta a un difficile ma inevitabile esercizio di austerità. Non credo di dire cose stravaganti o campate in aria. Logicamente io non conosco i libri contabili del manifesto e mai vorrò conoscerli. I miei suggerimenti nascono semplicemente dall'amico buon senso. Due più due fa quattro, come tutti sanno, e questa addizione, applicata alla materia in discussione, significa che se, pur vendendo parecchie migliaia di copie, il manifesto non ce la fa a sopravvivere vuol dire che vi sono rami, o forse soltanto rametti, da tagliare.
In ogni caso, la soluzione non sta di sicuro nel rendere il giornale più aggressivo, più «di sinistra», riempiendo questa parola di significati che non ha. La soluzione semmai sta nel rendere il manifesto ancora più intelligente e penetrante, più analitico, più «laboratorio» di nuova cultura politica, più autorevole, estendendo la formula, già da qualche tempo praticata, di giornale aperto a una vasta area di pensiero dissidente e alternativo, per altro alla ricerca di una casa comune pur nelle differenti ispirazioni che lo caratterizzano.
Ho letto domenica scorsa sulla Alias libri, il settimanale letterario del manifesto, l'articolo di Corrado Stajano dedicato alla figura di Alberto Cavallari, giornalista colto, scrupoloso e intelligente che diresse per alcuni anni il Corriere della sera. In quel mirabile testo Stajano denuncia, nello stile sferzante che gli è proprio, la degenerazione dell'attuale mondo della carta stampata, e dei media in genere, popolato da figuri senza grammatica, senza sintassi, senza logica. E soprattutto privi di senso etico. «Se penso - dice - alla povertà e alla sciatteria di tanti striminziti articoli di oggi, chiamati magari inchieste, costruiti con un paio di telefonate, uno sguardo su internet, senza neppure prendersi la briga di sfogliare una Garzantina...».
Perché la citazione di questa aspra invettiva di Stajano?
La risposta è semplice: rovesciata, essa racchiude una raccomandazione, anzi quella che senza un'ombra di retorica può essere definita una missione. Che il manifesto dovrebbe issare sul suo pennone come una bandiera, conformemente agli insegnamenti dei suoi maggiori maestri, a cominciare da quel Luigi Pintor la cui prosa asciutta e tagliente, e tuttavia di sorprendente eleganza, non sarà mai abbastanza rimpianta.
Concludo. Il modo migliore di affrontare questo momento, benché obiettivamente difficile, io credo che sia quell'ottimismo della volontà così caro alla nostra tradizione politica. Uscirne a testa alta, questa la consegna. So che c'è chi pensa, sbagliando, che sia disonorevole battere cassa in continuazione, invocando elargizioni statali. Le cose non stanno così. Lo stato ha il dovere di proteggere i patrimoni del Paese, e il manifesto tale è. Ma non sono d'accordo neppure con chi pretende che il giornale, sdegnoso delle sfide del mercato, debba vivere soprattutto di assistenza e di elemosine. Diventare un giornale attivo non è impossibile. Non lo penso. A coloro che lavorano al manifesto il compito di trovare il modo, senza troppi danni per nessuno, di sbrogliare la matassa.
Il manifesto insomma, per mille ragioni che è impossibile qui approfondire, ormai non è più soltanto un giornale di opinione, o se si vuole uno degli ultimi organi cui fa capo l'area della protesta militante. È diventato un'istituzione. Un nervo importante del sistema della comunicazione politico-culturale nazionale. In breve, un pezzo della nostra storia. Per cui, naufragando, si trasformerebbe in un'ulteriore perdita di credibilità del nostro Paese, oltre che sul piano interno, su quello internazionale.
Il manifesto dunque sarà salvato. Il problema semmai sta nel come questo salvataggio avrà luogo, con quali strumenti e quali prospettive di durata, se cioè il nodo sarà risolto per così dire all'italiana, con alcuni pannicelli caldi, oppure se la «malattia» sarà presa di petto e debellata una volta per tutte. È possibile che questo avvenga? Che il manifesto esca dalla sua accidentata navigazione che lo vede periodicamente incagliato in qualche scoglio? Io credo di sì. Evidentemente a due condizioni: l'azzeramento dei debiti e una forte riduzione delle spese di gestione. Sembra parlare dell'Italia e invece parliamo di un giornale, chiamato a sua volta a un difficile ma inevitabile esercizio di austerità. Non credo di dire cose stravaganti o campate in aria. Logicamente io non conosco i libri contabili del manifesto e mai vorrò conoscerli. I miei suggerimenti nascono semplicemente dall'amico buon senso. Due più due fa quattro, come tutti sanno, e questa addizione, applicata alla materia in discussione, significa che se, pur vendendo parecchie migliaia di copie, il manifesto non ce la fa a sopravvivere vuol dire che vi sono rami, o forse soltanto rametti, da tagliare.
In ogni caso, la soluzione non sta di sicuro nel rendere il giornale più aggressivo, più «di sinistra», riempiendo questa parola di significati che non ha. La soluzione semmai sta nel rendere il manifesto ancora più intelligente e penetrante, più analitico, più «laboratorio» di nuova cultura politica, più autorevole, estendendo la formula, già da qualche tempo praticata, di giornale aperto a una vasta area di pensiero dissidente e alternativo, per altro alla ricerca di una casa comune pur nelle differenti ispirazioni che lo caratterizzano.
Ho letto domenica scorsa sulla Alias libri, il settimanale letterario del manifesto, l'articolo di Corrado Stajano dedicato alla figura di Alberto Cavallari, giornalista colto, scrupoloso e intelligente che diresse per alcuni anni il Corriere della sera. In quel mirabile testo Stajano denuncia, nello stile sferzante che gli è proprio, la degenerazione dell'attuale mondo della carta stampata, e dei media in genere, popolato da figuri senza grammatica, senza sintassi, senza logica. E soprattutto privi di senso etico. «Se penso - dice - alla povertà e alla sciatteria di tanti striminziti articoli di oggi, chiamati magari inchieste, costruiti con un paio di telefonate, uno sguardo su internet, senza neppure prendersi la briga di sfogliare una Garzantina...».
Perché la citazione di questa aspra invettiva di Stajano?
La risposta è semplice: rovesciata, essa racchiude una raccomandazione, anzi quella che senza un'ombra di retorica può essere definita una missione. Che il manifesto dovrebbe issare sul suo pennone come una bandiera, conformemente agli insegnamenti dei suoi maggiori maestri, a cominciare da quel Luigi Pintor la cui prosa asciutta e tagliente, e tuttavia di sorprendente eleganza, non sarà mai abbastanza rimpianta.
Concludo. Il modo migliore di affrontare questo momento, benché obiettivamente difficile, io credo che sia quell'ottimismo della volontà così caro alla nostra tradizione politica. Uscirne a testa alta, questa la consegna. So che c'è chi pensa, sbagliando, che sia disonorevole battere cassa in continuazione, invocando elargizioni statali. Le cose non stanno così. Lo stato ha il dovere di proteggere i patrimoni del Paese, e il manifesto tale è. Ma non sono d'accordo neppure con chi pretende che il giornale, sdegnoso delle sfide del mercato, debba vivere soprattutto di assistenza e di elemosine. Diventare un giornale attivo non è impossibile. Non lo penso. A coloro che lavorano al manifesto il compito di trovare il modo, senza troppi danni per nessuno, di sbrogliare la matassa.






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