sabato 16 febbraio 2013
Il coraggio
di diventare uomini nuovi
Franco Arminio
Negli anni Ottanta sul manifesto uscirono dei miei racconti in una rubrica curata da Gianni Celati, ma io non leggevo il giornale, perché invaghito solo di libri e di luoghi. A volte siamo bravissimi a tenerci lontani dalle cose a noi più vicine. Il manifesto riguarda tante persone, solo che queste persone non lo sanno. 
Frequento paesi in affanno e adesso scrivo assai spesso su un giornale in affanno. L'affanno è doloroso, ma è un segno di vita, la vita che sfugge appena ci si allontana dall'orlo, appena si prende la via dell'agio e della sicurezza.
La militanza di sinistra oggi non può non essere affannata e incerta. Inutile esibire una forza che non abbiamo, inutile aspirare alla remissione dei nostri mali. 
Dobbiamo restare sull'orlo, trasformarlo in un belvedere da cui cambiare il mondo. Il manifesto come punto di raduno delle creature che sentono sulla propria pelle il peso di un'epoca che si disfa in diretta. 
Da un giorno all'altro la tumefazione è più grande, il corpo sociale più spento. 
Forse il giornale deve diventare sempre di più il luogo di chi sente che questo mondo è morto e che bisogna con urgenza farne un altro. Leggerlo e farlo leggere per partecipare al fervore di questa costruzione, più che per farsi cronisti di questi morti che non si lasciano inumare. 
Mi pare una bella idea lasciare il manifesto nello studio di un medico, dal notaio, alla stazione, in una salumeria, in una sala giochi. 
Comprare il giornale e non tenerselo in casa. Leggerlo la mattina e portarlo in giro il pomeriggio, dimenticarlo e aspettare la storia che arriva il giorno dopo, ma deve essere una storia di naufraghi che parlano ad altri naufraghi, deve essere una storia in cui davvero ogni giorno può essere l'ultimo. 
Un grande filosofo diceva che quando il pericolo è più grande arriva ciò che salva. Il pericolo è grandissimo, non solo per il manifesto, per tutti noi. 
Il malessere ha preso il comando delle nostre esistenze e nelle stanze del potere nuovi nemici hanno preso il posto dei vecchi. A me Monti più che un primo ministro pare un amministratore delegato. Sicuramente è uno che conosce il mestiere e lo fa bene. 
Siamo noi che non facciamo bene il nostro, che non è solo quello di militanti e di lettori. 
Per salvare noi stessi e il manifesto dobbiamo diventare uomini nuovi. Essere di sinistra non basta, rischiamo di trovarci dalla stessa parte dei nostri nemici, che non leggono perché a loro il mondo va bene così, con pochi pensieri e molte merci.
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