
Alias e TalpaLibri, il catalogo del talento
Franco Cordelli - 23 febbraio 2012
Non voglio dire dei miei rapporti con il manifesto negli anni Novanta, né in quelli di prima, gli anni del fulgore. Preferisco parlare della decadenza, o di quella che a qualcuno tale è apparsa, poiché opportuno che a lui tale apparisse.
Dal 1999, dall'estate in cui Alias pubblicò qualcosa sul «Poema a fumetti» di Buzzati, con il manifesto e con Alias, e segnatamente con Roberto Andreotti e Federico De Melis, cominciai ad avere un rapporto personale, che divenne sempre più amichevole, affettuoso, intenso. Perché ciò accadde? Vedevo in loro la migliore gioventù: Alias, e ancor meglio la Talpa-libri, il più ricco e significativo supplemento culturale che per un decennio l'Italia abbia avuto.
Dubitarne è impossibile. Non si tratta di tessere panegirici, addurre prove, spiegare perché è così. Basterebbe (parla da sé) l'innovazione grafica, il gusto pop e il gusto raffinato della prima e della seconda parte di Alias. Mi limiterò a ricordare due cose, quelle che ne hanno segnato la fisionomia, la qualità peculiare: scomparsa qualunque discussione sul fatto che non v'era più predominio di indirizzi ideologici, raramente apparve in un nostro giornale tanta intransigenza. Il «questo no» non aveva neppure bisogno d'esser detto, lo si vedeva a occhio nudo (e il «questo no» è diventato necessario in modo crescente con il crescere degli oggetti culturali proposti dal mercato).
La seconda cosa è un elenco, l'elenco dei collaboratori. Considero solo la Talpa-libri, la parte che conosco meglio e che anzi so a memoria. Vi hanno collaborato alcuni illustri seniores, i più amati dai curatori. Cito in ordine alfabetico: Giorgio Agamben, Luigi Baldacci, Sylvano Bussotti, Luca Canali, Vincenzo Consolo, Giulio Ferroni, Guido Fink, Chiara Frugoni, Piero Gelli, Alvar González-Palacios, Mario Lavagetto, Pier Vincenzo Mengaldo, Giovanni Raboni, Jacqueline Risset, Edoardo Sanguineti, Enzo Siciliano, Lea Vergine.
Poi gli juniores, quelli che -- dopo un ventennio di silenzio critico (1980-1999) -- sono lentamente maturati e infine esplosi sulle pagine di Alias: coloro che ancor oggi vi scrivono, per puro entusiasmo, o che non vi scrivono più, sia per opposte visioni, ormai tra loro inconciliabili, o perché chiamati da testate più remunerative (non è disdicevole ricordarlo - è giusto che il proprio lavoro intellettuale abbia un buon compenso).
In ogni caso, i migliori di oggi, quelli il cui giudizio davvero conta. Ricordo prima i nomi delle scrittrici: Cecilia Bello Minciacchi, Clotilde Bertoni, Jolanda Insana, Viola Papetti, Gilda Policastro, Graziella Pulce, Caterina Ricciardi, Maria Sebregondi e (dall'interno della stessa redazione) Francesca Borrelli.
E veniamo agli scrittori. A parte gli stessi curatori del supplemento, il primo uno scapigliato antichista e il secondo un sottile, sornione critico d'arte, tra i critici d'arte (e dintorni) ricordo Giovanni Agosti, Marco Belpoliti, Stefano Chiodi, Stefano Jossa. Tra i critici letterari, per me il più rappresentativo dell'etica e dello spirito del giornale è il «volponiano» Massimo Raffaeli; mentre l'eccellente, nonostante le nostre dispute, resta Andrea Cortellessa. Ma subito, accanto a lui, ecco Enzo Di Mauro, l'«ultimo comunista», Roberto Galaverni, il miglior critico di poesia che sia apparso da molto tempo a questa parte, Massimo Bacigalupo, Andrea Cavalletti, Stefano Gallerani, Daniele Giglioli, Raffaele Manica, lettore dall'infallibile orecchio, Carlo Mazza Galanti, Gabriele Pedullà, Tommaso Pincio, Emanuele Trevi, il super-estroso.
Mi chiedo: un elenco così lungo e così ricco di sfumature avrebbe potuto crescere in un luogo meno libero ed exlege di quanto non sia stato e continui a essere il manifesto? Ha una qualche ragionevolezza, che non sia per artefatta volontà di oblio, trascurare un simile retaggio di libertà?
Dal 1999, dall'estate in cui Alias pubblicò qualcosa sul «Poema a fumetti» di Buzzati, con il manifesto e con Alias, e segnatamente con Roberto Andreotti e Federico De Melis, cominciai ad avere un rapporto personale, che divenne sempre più amichevole, affettuoso, intenso. Perché ciò accadde? Vedevo in loro la migliore gioventù: Alias, e ancor meglio la Talpa-libri, il più ricco e significativo supplemento culturale che per un decennio l'Italia abbia avuto.
Dubitarne è impossibile. Non si tratta di tessere panegirici, addurre prove, spiegare perché è così. Basterebbe (parla da sé) l'innovazione grafica, il gusto pop e il gusto raffinato della prima e della seconda parte di Alias. Mi limiterò a ricordare due cose, quelle che ne hanno segnato la fisionomia, la qualità peculiare: scomparsa qualunque discussione sul fatto che non v'era più predominio di indirizzi ideologici, raramente apparve in un nostro giornale tanta intransigenza. Il «questo no» non aveva neppure bisogno d'esser detto, lo si vedeva a occhio nudo (e il «questo no» è diventato necessario in modo crescente con il crescere degli oggetti culturali proposti dal mercato).
La seconda cosa è un elenco, l'elenco dei collaboratori. Considero solo la Talpa-libri, la parte che conosco meglio e che anzi so a memoria. Vi hanno collaborato alcuni illustri seniores, i più amati dai curatori. Cito in ordine alfabetico: Giorgio Agamben, Luigi Baldacci, Sylvano Bussotti, Luca Canali, Vincenzo Consolo, Giulio Ferroni, Guido Fink, Chiara Frugoni, Piero Gelli, Alvar González-Palacios, Mario Lavagetto, Pier Vincenzo Mengaldo, Giovanni Raboni, Jacqueline Risset, Edoardo Sanguineti, Enzo Siciliano, Lea Vergine.
Poi gli juniores, quelli che -- dopo un ventennio di silenzio critico (1980-1999) -- sono lentamente maturati e infine esplosi sulle pagine di Alias: coloro che ancor oggi vi scrivono, per puro entusiasmo, o che non vi scrivono più, sia per opposte visioni, ormai tra loro inconciliabili, o perché chiamati da testate più remunerative (non è disdicevole ricordarlo - è giusto che il proprio lavoro intellettuale abbia un buon compenso).
In ogni caso, i migliori di oggi, quelli il cui giudizio davvero conta. Ricordo prima i nomi delle scrittrici: Cecilia Bello Minciacchi, Clotilde Bertoni, Jolanda Insana, Viola Papetti, Gilda Policastro, Graziella Pulce, Caterina Ricciardi, Maria Sebregondi e (dall'interno della stessa redazione) Francesca Borrelli.
E veniamo agli scrittori. A parte gli stessi curatori del supplemento, il primo uno scapigliato antichista e il secondo un sottile, sornione critico d'arte, tra i critici d'arte (e dintorni) ricordo Giovanni Agosti, Marco Belpoliti, Stefano Chiodi, Stefano Jossa. Tra i critici letterari, per me il più rappresentativo dell'etica e dello spirito del giornale è il «volponiano» Massimo Raffaeli; mentre l'eccellente, nonostante le nostre dispute, resta Andrea Cortellessa. Ma subito, accanto a lui, ecco Enzo Di Mauro, l'«ultimo comunista», Roberto Galaverni, il miglior critico di poesia che sia apparso da molto tempo a questa parte, Massimo Bacigalupo, Andrea Cavalletti, Stefano Gallerani, Daniele Giglioli, Raffaele Manica, lettore dall'infallibile orecchio, Carlo Mazza Galanti, Gabriele Pedullà, Tommaso Pincio, Emanuele Trevi, il super-estroso.
Mi chiedo: un elenco così lungo e così ricco di sfumature avrebbe potuto crescere in un luogo meno libero ed exlege di quanto non sia stato e continui a essere il manifesto? Ha una qualche ragionevolezza, che non sia per artefatta volontà di oblio, trascurare un simile retaggio di libertà?






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