
Le letture da bambino nella libreria Rinascita
A sostegno della nostra campagna, lo scrittore offre al manifesto un brano da «Né qui, né altrove», editori Laterza
Gianrico Carofiglio
La prima libreria che ho frequentato nella mia vita si chiamava Rinascita ed era di un cugino di mio padre, Franco. Un pomeriggio - avevo dieci anni - entrai con mio padre in quella libreria. Franco era un signore dalla carnagione scura, occhiaie profonde, l'aria mite e un po' triste.
«Ti piacciono i libri?» mi chiese, facendo caso a come mi guardavo attorno.
Se mi piacevano i libri? Avevo cominciato a leggere a sette anni, e quasi subito dopo mi ero messo a dichiarare che da grande avrei fatto lo scrittore. I libri erano la cosa che mi piaceva di più, assieme ad alcuni giocattoli, ad alcuni fumetti e soprattutto a una meravigliosa bambina di nome Laura.
Non entrai in questi dettagli. Però dissi che sì, i libri mi piacevano molto.
«Allora vieni qui quando vuoi. Ti scegli un libro, ti siedi lì - indicò una sedia vicina alla cassa - e leggi gratis.»
Leggo gratis? Ci deve essere un trucco, pensai. Guardai Franco pensando che dicesse: ovviamente scherzo, figuriamoci se voglio un ragazzino fra i piedi mentre lavoro. Ma Franco non disse niente. Allora guardai mio padre pensando che avrebbe risposto per me e avrebbe detto che no, grazie, non vogliamo dare fastidio, o qualcosa del genere. Ma lui non disse niente di simile e così, quando ce ne andammo, eravamo d'accordo che sarei tornato da solo, il pomeriggio dopo. A leggere gratis.
Ci sono state poche volte in cui sono stato così consapevole di un privilegio come in quei pomeriggi alla libreria Rinascita. Arrivavo verso le cinque e mezza, dopo aver fatto (o aver fatto finta di fare) i compiti, salutavo Franco, lui mi rispondeva sorridendo con quella faccia un po' triste, e poi mi faceva un cenno con la mano, verso i libri.
E io sceglievo, aggirandomi fra i banchi e gli scaffali circondati da manifesti di Che Guevara, di Angela Davis, di Gramsci. Non saprei dire tutto quello che mi sono letto in quei pomeriggi, seduto vicino alla cassa, circondato dai libri degli Editori Riuniti, alzando ogni tanto lo sguardo verso quelli - persone comuni - che entravano, sceglievano e pagavano i libri. Di sicuro è che lì scoprii Mafalda, il Mago di Oz, i romanzi di Edgar Rice Burroughs, le storie di Sherlock Holmes, Maigret, il dottor Dolittle, Andy Capp, i racconti del terrore e del mistero di Edgar Allan Poe, Jerome K. Jerome, altri che non mi ricordo.
Come non bastasse, dopo un'ora o poco più che ero lì, dopo essersi interessato a quello che stavo leggendo, e se mi piacesse, Franco mi chiedeva se volessi una cioccolata.
La prima volta che accadde, avevo pensato che intendesse: vuoi un cioccolatino? E avevo detto sì, grazie. Le regole dell'educazione di casa - intendo: la mia casa, i miei genitori - consentivano di accettare caramelle o cioccolatini; mai, invece, consumazioni che dovessero essere pagate in un bar. Non stava bene, non so tuttora per quale motivo.
Franco non tirò fuori nessun cioccolatino. Prese invece il telefono, chiamò un bar e ordinò una cioccolata calda e un caffè.
Ora va detto che la cioccolata, a qualsiasi temperatura, era stata inserita da mia madre nella tabella delle sostanze pericolose e dunque proibite. Stando ad alcune informazioni riservate in suo possesso, tutta la produzione industriale delle cose più buone era nelle mani di una sorta di Spectre della sofisticazione alimentare. In particolare wafer, nutella, coca-cola, nonché ogni tipo di cioccolata che non fosse belga, costosa e inavvicinabile, erano il risultato di impasti immondi che sobbollivano in giganteschi calderoni, nei quali veniva gettato di tutto, manici di ombrello e animali morti inclusi.
Trattandosi di merce vietata, quella cioccolata calda, densa e profumata fu una delle cose più deliziose ed eccitanti della mia infanzia, un rituale del quale mi parve opportuno tenere all'oscuro i miei genitori. Un segreto che condividevo con un adulto, e questo mi piaceva molto.
Io pensavo che Franco fosse un signore veramente molto gentile. Era uno dei pochi adulti che mi stessero davvero simpatici.
Poi successe che per qualche settimana non andassi alla libreria. Forse mi ero ammalato, forse c'erano state di mezzo le vacanze di Natale o di Pasqua. Certo è che un pomeriggio, dopo aver studiato (o finto di studiare) dissi a mio padre che uscivo e andavo alla libreria Rinascita.
Mio padre mi guardò qualche istante e dalla sua esitazione, dalla sua faccia capii che non stava per dirmi niente di buono.
«Non c'è più, la libreria.»
«Che vuol dire: non c'è più?»
Ancora un'esitazione. Poi mi spiegò. Qualcuno aveva lanciato una bottiglia incendiaria nella libreria, il locale era rovinato, tanti libri erano andati a fuoco. E Franco aveva deciso di chiudere e tornare a fare il rappresentante di libri scolastici.
Non mi ricordo se chiesi chi avesse lanciato questa bottiglia incendiaria e perché lo avesse fatto e dunque non mi ricordo quando - allora o molto tempo dopo - seppi che lo scempio era opera di una squadra fascista proveniente dalla vicina sede del Movimento Sociale.
Invece mi ricordo bene che uscii comunque. Per fare una passeggiata, dissi. Percorsi via Putignani e in cinque minuti arrivai all'angolo con via Roberto da Bari. Di lì, quando andavo a leggere, potevo già vedere la vetrina della libreria, illuminata e con la scritta Rinascita, in rosso. Anche quel pomeriggio la vidi. Era spenta, sbarrata, e la scritta Rinascita era quasi tutta coperta da una macchia nera bruciata.
Ero un bambino cui piacevano le parole. Mi piaceva leggerle, mi piaceva provare a scriverle, mi piaceva giocarci. A volte mi immaginavo come avrei raccontato qualcosa che accadeva, qualcosa che mi impressionava o mi faceva divertire.
In quel momento scrissi nella mia testa la scena che stavo vivendo.
Più o meno così: il ragazzino passò davanti alla libreria e vide che qualcuno l'aveva bruciata. Era una cosa molto triste e molto ingiusta, si disse mentre tratteneva le lacrime, distoglieva lo sguardo e proseguiva per via Putignani, verso il Petruzzelli e le luci del centro.
«Ti piacciono i libri?» mi chiese, facendo caso a come mi guardavo attorno.
Se mi piacevano i libri? Avevo cominciato a leggere a sette anni, e quasi subito dopo mi ero messo a dichiarare che da grande avrei fatto lo scrittore. I libri erano la cosa che mi piaceva di più, assieme ad alcuni giocattoli, ad alcuni fumetti e soprattutto a una meravigliosa bambina di nome Laura.
Non entrai in questi dettagli. Però dissi che sì, i libri mi piacevano molto.
«Allora vieni qui quando vuoi. Ti scegli un libro, ti siedi lì - indicò una sedia vicina alla cassa - e leggi gratis.»
Leggo gratis? Ci deve essere un trucco, pensai. Guardai Franco pensando che dicesse: ovviamente scherzo, figuriamoci se voglio un ragazzino fra i piedi mentre lavoro. Ma Franco non disse niente. Allora guardai mio padre pensando che avrebbe risposto per me e avrebbe detto che no, grazie, non vogliamo dare fastidio, o qualcosa del genere. Ma lui non disse niente di simile e così, quando ce ne andammo, eravamo d'accordo che sarei tornato da solo, il pomeriggio dopo. A leggere gratis.
Ci sono state poche volte in cui sono stato così consapevole di un privilegio come in quei pomeriggi alla libreria Rinascita. Arrivavo verso le cinque e mezza, dopo aver fatto (o aver fatto finta di fare) i compiti, salutavo Franco, lui mi rispondeva sorridendo con quella faccia un po' triste, e poi mi faceva un cenno con la mano, verso i libri.
E io sceglievo, aggirandomi fra i banchi e gli scaffali circondati da manifesti di Che Guevara, di Angela Davis, di Gramsci. Non saprei dire tutto quello che mi sono letto in quei pomeriggi, seduto vicino alla cassa, circondato dai libri degli Editori Riuniti, alzando ogni tanto lo sguardo verso quelli - persone comuni - che entravano, sceglievano e pagavano i libri. Di sicuro è che lì scoprii Mafalda, il Mago di Oz, i romanzi di Edgar Rice Burroughs, le storie di Sherlock Holmes, Maigret, il dottor Dolittle, Andy Capp, i racconti del terrore e del mistero di Edgar Allan Poe, Jerome K. Jerome, altri che non mi ricordo.
Come non bastasse, dopo un'ora o poco più che ero lì, dopo essersi interessato a quello che stavo leggendo, e se mi piacesse, Franco mi chiedeva se volessi una cioccolata.
La prima volta che accadde, avevo pensato che intendesse: vuoi un cioccolatino? E avevo detto sì, grazie. Le regole dell'educazione di casa - intendo: la mia casa, i miei genitori - consentivano di accettare caramelle o cioccolatini; mai, invece, consumazioni che dovessero essere pagate in un bar. Non stava bene, non so tuttora per quale motivo.
Franco non tirò fuori nessun cioccolatino. Prese invece il telefono, chiamò un bar e ordinò una cioccolata calda e un caffè.
Ora va detto che la cioccolata, a qualsiasi temperatura, era stata inserita da mia madre nella tabella delle sostanze pericolose e dunque proibite. Stando ad alcune informazioni riservate in suo possesso, tutta la produzione industriale delle cose più buone era nelle mani di una sorta di Spectre della sofisticazione alimentare. In particolare wafer, nutella, coca-cola, nonché ogni tipo di cioccolata che non fosse belga, costosa e inavvicinabile, erano il risultato di impasti immondi che sobbollivano in giganteschi calderoni, nei quali veniva gettato di tutto, manici di ombrello e animali morti inclusi.
Trattandosi di merce vietata, quella cioccolata calda, densa e profumata fu una delle cose più deliziose ed eccitanti della mia infanzia, un rituale del quale mi parve opportuno tenere all'oscuro i miei genitori. Un segreto che condividevo con un adulto, e questo mi piaceva molto.
Io pensavo che Franco fosse un signore veramente molto gentile. Era uno dei pochi adulti che mi stessero davvero simpatici.
Poi successe che per qualche settimana non andassi alla libreria. Forse mi ero ammalato, forse c'erano state di mezzo le vacanze di Natale o di Pasqua. Certo è che un pomeriggio, dopo aver studiato (o finto di studiare) dissi a mio padre che uscivo e andavo alla libreria Rinascita.
Mio padre mi guardò qualche istante e dalla sua esitazione, dalla sua faccia capii che non stava per dirmi niente di buono.
«Non c'è più, la libreria.»
«Che vuol dire: non c'è più?»
Ancora un'esitazione. Poi mi spiegò. Qualcuno aveva lanciato una bottiglia incendiaria nella libreria, il locale era rovinato, tanti libri erano andati a fuoco. E Franco aveva deciso di chiudere e tornare a fare il rappresentante di libri scolastici.
Non mi ricordo se chiesi chi avesse lanciato questa bottiglia incendiaria e perché lo avesse fatto e dunque non mi ricordo quando - allora o molto tempo dopo - seppi che lo scempio era opera di una squadra fascista proveniente dalla vicina sede del Movimento Sociale.
Invece mi ricordo bene che uscii comunque. Per fare una passeggiata, dissi. Percorsi via Putignani e in cinque minuti arrivai all'angolo con via Roberto da Bari. Di lì, quando andavo a leggere, potevo già vedere la vetrina della libreria, illuminata e con la scritta Rinascita, in rosso. Anche quel pomeriggio la vidi. Era spenta, sbarrata, e la scritta Rinascita era quasi tutta coperta da una macchia nera bruciata.
Ero un bambino cui piacevano le parole. Mi piaceva leggerle, mi piaceva provare a scriverle, mi piaceva giocarci. A volte mi immaginavo come avrei raccontato qualcosa che accadeva, qualcosa che mi impressionava o mi faceva divertire.
In quel momento scrissi nella mia testa la scena che stavo vivendo.
Più o meno così: il ragazzino passò davanti alla libreria e vide che qualcuno l'aveva bruciata. Era una cosa molto triste e molto ingiusta, si disse mentre tratteneva le lacrime, distoglieva lo sguardo e proseguiva per via Putignani, verso il Petruzzelli e le luci del centro.





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