mercoledì 18 settembre 2013
Un manifesto oltre le barriere
Il manifesto è un quotidiano comunista, perché è nato in un momento della storia del nostro Paese in cui le lotte operaie e quelle studentesche smentivano la profezia di Marcuse (la classe dei lavoratori organizzati non è più l'agente storico del cambiamento radicale del sistema, deve essere sostituita dalla popolazione dei ghetti e dagli intellettuali della classe media) e rendevano possibile a un progetto di nuove alleanze sociali e di cambiamenti in tutti i campi, nella scuola, nella cultura, nelle relazioni personali. A scuotere economia, società e politica era la crisi della fabbrica fordista e l'affermarsi dei delegati di gruppo omogeneo nei luoghi di lavoro e del sindacato dei consigli. Il manifesto voleva essere la narrazione di tutto questo. Da qui discendeva il suo prestigio e la sua influenza ed anche la sua distinzione da tanta parte della vecchia e nuova sinistra, dal Pci a Lotta continua e Potere operaio.
Poi sono venuti gli anni Ottanta e la società è cambiata: deperimento delle grandi aziende, "capitalismo molecolare", marginalizzazione del lavoro operaio (prima che nel numero nella consapevolezza di sé come forza di trasformazione) e soprattutto l'esplosione dei ceti medi urbani (dal 38,5 della popolazione negli anni '70 al 54% di oggi).
Questo mondo variegato di ceti medi è stato la base non solo del berlusconismo, ma anche di nuove culture "a sinistra", attente alle nuove forme di lavoro intellettuale, quelle che Sergio Bologna chiama «lavoro autonomo di seconda generazione». Si è consolidata un'opinione che si stesse assistendo al passaggio da una società dei lavoratori salariati a una società dei lavoratori autonomi e che per questo fosse necessaria una profonda modificazione dei valori e dei parametri di giudizio. Fa parte di questo cambiamento nella cultura e nelle sue istituzioni della rappresentanza la focalizzazione della dialettica sociale sul conflitto tra "garantiti" e "non garantiti", collocando i lavoratori sindacalizzati sul versante della difesa corporativa delle conquiste contrattuali e delle protezioni sociali contro i giovani e contro gli immigrati.
Si è affermato, così, un nuovo paradigma: moltitudine contro classe; immediatezza del conflitto contro mediazione politica; rappresentanza debole contro organizzazione; Rete contro territorio; reddito contro lavoro. Al suo centro sta l'idea che per sovvertire l'ordine costituito fondato sulla crescita capitalistica il punto di partenza sia riconoscere la primazia della distribuzione sulla creazione di ricchezza.
Io penso, invece, che il manifesto debba con più forza porsi il compito di svelare come dietro i consumi "frugali" e gli strumenti che permettono di fare della Rete un luogo di comunicazione e di collaborazione professionale ci sia il lavoro più sfruttato e meno protetto, dalle operaie cinesi della Foxcom, che producono per la Apple a cento dollari al mese e sessanta ore alla settimana, ai bambini del Bangladesh che riempiono di abiti l'antro delle meraviglie dei grandi magazzini europei.
Serve un giornale che, a fronte della rivoluzione informatica e della crisi ambientale, racconti che una società della crescita senza crescita porta inevitabilmente alla barbarie e che per dare concretezza ai problemi di un diverso modello di sviluppo non si può partire che dal lavoro, tendendo il filo tra quello dalla fabbrica toyotista che Sergio Marchionne ha portato in Italia (in cui alla "partecipazione in via gerarchica" degli operai si accompagna il potere assoluto del management) a quello dei nuovi lavoratori autonomi, presi in mezzo tra la disoccupazione giovanile e la precarizzazione sistematica.
C'è bisogno di inchieste e narrazione per descrivere un tumultuoso processo di trasformazioni organizzative e tecnologiche che mettono in crisi le barriere che storicamente hanno separato lavoro subordinato e lavoro autonomo. Oggi c'è tanta immaterialità nel lavoro operaio quanto c'è materialità in quello di chi opera nel web. Dentro questa trasformazione sociale e produttiva cresce, come la definiva Bruno Trentin, «una classe di produttori spossessati», le cui rivendicazioni si connotano per il bisogno di governare il proprio tempo di lavoro e di vita; di vedere riconosciute la propria qualificazione professionale; di non subire l'imposizione delle gerarchie, ma di avere autonomia nel proprio lavoro, di avere insomma più potere e libertà.
Bisogna cogliere l'occasione. Nella crisi, nonostante che la sinistra attuale sia assai più mediatica che sociale ed i movimenti siano erratici, al centro della scena è tornata, in buona misura per la capacità di mobilitazione della Cgil e della Fiom, non solo la questione dell'occupazione (senza lavoro non c'è vita, non c'è dignità), ma della lotta operaia, del conflitto come motore di trasformazione e unificazione sociale, come fondamento di libertà e democrazia.
Ps.: La proposta, ripresa da Luciana Castellina, che il manifesto diventi un giornale solo on line chiama in campo la questione di chi siano i lettori del manifesto e del perché in questi anni siano in costante diminuzione.
Per numero di fan su Facebook il Fatto Quotidiano batte La Repubblica (608.000 contro 457.000), mentre in edicola La Repubblica diffonde quasi mezzo milione di copie contro le ottantamila del Fatto. I ceti medi "riflessivi" hanno già fatto le loro scelte.
Al manifesto serve parlare a coloro che non hanno capitale sociale, che corrono il rischio di non avere nemmeno lavoro. Non dobbiamo avere paura del nuovo (ricordo ancora Eugenio Scalfari in visita alla nostra tipografia ammirare le modernissime tecniche di composizione e trasmissione del quotidiano), ma a questo progetto serve un giornale che sia possibile passare di mano in mano alle manifestazioni ed appendere alle bacheche sindacali nei luoghi di lavoro.
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