
Come la psicoanalisi,
nel Dna la critica alla società
Massimo Recalcati
Da ragazzo ero un lettore abituale del manifesto che per me era già allora - nella seconda metà degli anni Settanta - un giornale innanzitutto di idee. Non astratto, non intellettualistico, non narcisistico, come alcuni pensavano, ma di idee. E le idee - per me allora come oggi - se sono davvero tali, non sono mai comode, non generano mai comfort né routine, sono piuttosto rotture, strappi, buchi nella trama apparentemente ordinata delle abitudini; sono aperture, traumi, risvegli, visioni differenti, non schiacciate sul potere di ciò che semplicemente esiste, di ciò che la psicoanalisi nomina come «principio di realtà». Con l'inizio del nuovo secolo sono diventato un collaboratore regolare del manifesto, per una decina d'anni. La mia presenza significava innanzitutto il segno di un riconoscimento doveroso: quale quotidiano è mai stato così ospitale con la psicoanalisi come lo è stato il manifesto dalla sua nascita sino a oggi? Cosa significa questa ospitalità?
Si sa quanto la cultura marxista sia stata e sia oscillante nei suoi rapporti con la psicoanalisi. Ma la mia riposta a questa domanda fu e resta ancora oggi semplice ed evidente: la politica culturale del manifesto porta con sé, nel suo Dna, le stesse ragioni che ispirano la psicoanalisi come teorica critica della società. Per questa ragione, ogni volta che ho scritto sulle sue pagine mi sono sentito stranamente a casa, stranamente nel posto giusto. Perché ogni volta avvertivo che le ragioni di cui si nutre la psicoanalisi si intersecavano - come avevano già notato alcuni, tra i quali Adorno e, soprattutto, Althusser - con quelle che animano, più in generale, la politica culturale del manifesto.
Quali ragioni? Eccone un breve elenco: il rifiuto di adattarsi all'esistente, la spinta antagonista nei confronti di ogni versione conformistica dell'etica, l'appello alla forza trasformativa del desiderio, la smobilitazione di ogni psicologia ingenuamente individuale, incapace di considerare la dimensione sociale dell'umano, il carattere sociale del mentale, l'insubordinazione nei confronti di ogni forma di autoritarismo, l'avvertimento permanente verso il risvolto reazionario del pregiudizio, il rigetto di ogni visione ideologica della normalità, la lotta aperta contro le diverse forme di segregazione, l' appello alla dimensione laica della ragione, il sostegno di un pensiero capace di rivoltarsi contro l'uniformità dell'opinione comune e contro i falsi miti del discorso del capitalista, la critica assidua al godimento osceno del potere, l'intervento e il lavoro sulla precarietà e l'emarginazione sociale.
Per tutti questi motivi - e altri ancora - non mi sono mai sentito un corpo estraneo sulle pagine di questo giornale. Lo psicoanalista non è sulle nuvole, ma abita il suo tempo che è un tempo storico. Fare politica non è mai un'opzione tra le altre ma l'effetto necessario di una implicazione al mondo.
Il manifesto ha accolto con grande apertura intellettuale e senza censure il discorso di uno psicoanalista che non voleva restare chiuso nel suo studio, ma essere presente nella città sostenendo la politica della psicoanalisi. A questo giornale va tutta la riconoscenza possibile, non solo personale ma della mia intera disciplina.
Si sa quanto la cultura marxista sia stata e sia oscillante nei suoi rapporti con la psicoanalisi. Ma la mia riposta a questa domanda fu e resta ancora oggi semplice ed evidente: la politica culturale del manifesto porta con sé, nel suo Dna, le stesse ragioni che ispirano la psicoanalisi come teorica critica della società. Per questa ragione, ogni volta che ho scritto sulle sue pagine mi sono sentito stranamente a casa, stranamente nel posto giusto. Perché ogni volta avvertivo che le ragioni di cui si nutre la psicoanalisi si intersecavano - come avevano già notato alcuni, tra i quali Adorno e, soprattutto, Althusser - con quelle che animano, più in generale, la politica culturale del manifesto.
Quali ragioni? Eccone un breve elenco: il rifiuto di adattarsi all'esistente, la spinta antagonista nei confronti di ogni versione conformistica dell'etica, l'appello alla forza trasformativa del desiderio, la smobilitazione di ogni psicologia ingenuamente individuale, incapace di considerare la dimensione sociale dell'umano, il carattere sociale del mentale, l'insubordinazione nei confronti di ogni forma di autoritarismo, l'avvertimento permanente verso il risvolto reazionario del pregiudizio, il rigetto di ogni visione ideologica della normalità, la lotta aperta contro le diverse forme di segregazione, l' appello alla dimensione laica della ragione, il sostegno di un pensiero capace di rivoltarsi contro l'uniformità dell'opinione comune e contro i falsi miti del discorso del capitalista, la critica assidua al godimento osceno del potere, l'intervento e il lavoro sulla precarietà e l'emarginazione sociale.
Per tutti questi motivi - e altri ancora - non mi sono mai sentito un corpo estraneo sulle pagine di questo giornale. Lo psicoanalista non è sulle nuvole, ma abita il suo tempo che è un tempo storico. Fare politica non è mai un'opzione tra le altre ma l'effetto necessario di una implicazione al mondo.
Il manifesto ha accolto con grande apertura intellettuale e senza censure il discorso di uno psicoanalista che non voleva restare chiuso nel suo studio, ma essere presente nella città sostenendo la politica della psicoanalisi. A questo giornale va tutta la riconoscenza possibile, non solo personale ma della mia intera disciplina.





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