
Un giornale - dio dell'istante
Paulo Barone 03.02.2012
Venni a sapere dell'esistenza del manifesto verso la metà degli anni Settanta, al ginnasio, e ne diventai in breve un lettore assiduo. Dico in breve, ma non ricordo con precisione quanto tempo trascorse tra l'incontro e la lettura sistematica. Forse un mese, forse un paio d'anni. Conservo, invece, nitida in me la consapevolezza del fatto che la fase di avvicinamento di cui fui protagonista si realizzò in modo silenzioso e solitario, come un piccolo, severo, segreto, rito d'entrata.
Ora che il manifesto sta in bilico, forse sull'orlo del precipizio, sono molte le considerazioni, più o meno amare, che si possono fare a riguardo.
Non so decidermi. Sento solo di dover resistere a tutto ciò che somiglia a un canto funebre, a ciò che, sotto i migliori auspici e tra mille lodi, ne sigilli in anticipo la scomparsa e la sconfitta; ma resisto anche a quelle testimonianze improntate a un algido incoraggiamento, magari in nome di una generica libertà di stampa. Rimane al riparo dalla mia perplessità, invece, il senso di gratitudine.
Perché è innegabile: grazie al manifesto, ho conosciuto figure, circostanze, punti di vista, di cui ignoravo per lo più l'esistenza - e dunque ho senz'altro aumentato l'intensità della mia percezione, forse della mia sensibilità - e ho seguìto al rallentatore, con dovizia di particolari, le movenze pervasive e devastanti del cosiddetto neo-capitalismo - tenendo dunque paradossalmente aggiornata l'agenda dell'incivile civiltà del nostro spudorato, non più riformabile modo di vivere (e radicalmente irriformabile non perché sfuggito, chissà come, dal guinzaglio dei nostri vari saperi, ma perché intriso completamente di essi).
Quella che tuttavia mi mancava, fino ad ora, era un'immagine che mettesse assieme queste impressioni sporadiche, e che, soprattutto, potesse non solo, come adesso, deplorare, ma piuttosto rivendicare la posizione precaria, critica, in bilico del manifesto quale cifra elettiva della sua stessa costituzione e del suo, ramificato, collettivo.
Mentre pensavo di dover desistere dall'esprimere in qualche modo la mia partecipazione, mi è tornata in mente la splendida espressione di déi momentanei (Augenblicksgötter), coniata dal grande filologo Hermann Usener per definire la prassi, originaria e precoce, di elevare al rango di divinità non già una certa, particolare, stabilizzata attività o entità religiosa, ma la massa pulsante e disordinata dei fenomeni singoli, degli avvenimenti istantanei, dei mille casi fugaci, che compaiono una volta e spariscono immediatamente dopo.
Ecco allora: se il manifesto possiede un volto, è quello della divinità momentanea, del dio dell'istante e della transitorietà. Una «piccola lanterna» pronta a illuminare «ogni falciata d'erba», l'«ultima spiga» o un intero «covone», un attraversamento fitto di pericoli, un corpo amato o un animale.
Ritenere che una simile immagine possa retroattivamente giustificare quel mio lontano approccio adolescenziale, allora del tutto inconsapevole, è senz'altro troppo.
Mi consolo pensando, però, che forse un giorno una attività politica degna di questo nome sarà concepita esclusivamente in base al numero e alla qualità degli effetti involontari e inconsapevoli che si produrranno a suo margine, mentre intanto va avanti. In virtù di certe non preventivabili deviazioni momentanee, qualcosa su cui nessuno - è chiaro - potrà mai mettere né il cappello né la firma.
Ora che il manifesto sta in bilico, forse sull'orlo del precipizio, sono molte le considerazioni, più o meno amare, che si possono fare a riguardo.
Non so decidermi. Sento solo di dover resistere a tutto ciò che somiglia a un canto funebre, a ciò che, sotto i migliori auspici e tra mille lodi, ne sigilli in anticipo la scomparsa e la sconfitta; ma resisto anche a quelle testimonianze improntate a un algido incoraggiamento, magari in nome di una generica libertà di stampa. Rimane al riparo dalla mia perplessità, invece, il senso di gratitudine.
Perché è innegabile: grazie al manifesto, ho conosciuto figure, circostanze, punti di vista, di cui ignoravo per lo più l'esistenza - e dunque ho senz'altro aumentato l'intensità della mia percezione, forse della mia sensibilità - e ho seguìto al rallentatore, con dovizia di particolari, le movenze pervasive e devastanti del cosiddetto neo-capitalismo - tenendo dunque paradossalmente aggiornata l'agenda dell'incivile civiltà del nostro spudorato, non più riformabile modo di vivere (e radicalmente irriformabile non perché sfuggito, chissà come, dal guinzaglio dei nostri vari saperi, ma perché intriso completamente di essi).
Quella che tuttavia mi mancava, fino ad ora, era un'immagine che mettesse assieme queste impressioni sporadiche, e che, soprattutto, potesse non solo, come adesso, deplorare, ma piuttosto rivendicare la posizione precaria, critica, in bilico del manifesto quale cifra elettiva della sua stessa costituzione e del suo, ramificato, collettivo.
Mentre pensavo di dover desistere dall'esprimere in qualche modo la mia partecipazione, mi è tornata in mente la splendida espressione di déi momentanei (Augenblicksgötter), coniata dal grande filologo Hermann Usener per definire la prassi, originaria e precoce, di elevare al rango di divinità non già una certa, particolare, stabilizzata attività o entità religiosa, ma la massa pulsante e disordinata dei fenomeni singoli, degli avvenimenti istantanei, dei mille casi fugaci, che compaiono una volta e spariscono immediatamente dopo.
Ecco allora: se il manifesto possiede un volto, è quello della divinità momentanea, del dio dell'istante e della transitorietà. Una «piccola lanterna» pronta a illuminare «ogni falciata d'erba», l'«ultima spiga» o un intero «covone», un attraversamento fitto di pericoli, un corpo amato o un animale.
Ritenere che una simile immagine possa retroattivamente giustificare quel mio lontano approccio adolescenziale, allora del tutto inconsapevole, è senz'altro troppo.
Mi consolo pensando, però, che forse un giorno una attività politica degna di questo nome sarà concepita esclusivamente in base al numero e alla qualità degli effetti involontari e inconsapevoli che si produrranno a suo margine, mentre intanto va avanti. In virtù di certe non preventivabili deviazioni momentanee, qualcosa su cui nessuno - è chiaro - potrà mai mettere né il cappello né la firma.






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