domenica 17 febbraio 2013
Con voi la mia
prima inchiesta
ROBERTO SAVIANO - 19 febbraio 2012
 
Ho iniziato a scrivere sul manifesto. Avevo 25 anni. Ho scritto le mie prime inchieste, i miei primi articoli. Le mie prime riunioni in una redazione sono state quelle nelle sedi di Roma e Napoli del manifesto. La prima volta che ho visto dal vivo una redazione è stata proprio la vostra in via Tomacelli. Fui invitato dopo che una mia inchiesta era finita in prima pagina. La mia prima inchiesta e la mia prima "prima pagina". Che emozione e che orgoglio. Riguardava i racconti dei soldati italiani in Iraq. Frequentavo gli stessi locali, gli stessi bar di molti reduci e sentivo le loro storie. Ne costruii un racconto. Il manifesto lo pubblicò e il dopo, come sempre, non fu semplice. Convocazioni alla procura militare, tensioni, il mio solito cacciarmi nei guai.
Ma la redazione del quotidiano mi chiamò e mi diede solidarietà. Mi disse che ciò che stava accadendo era normale, era prassi. Mi disse che era esattamente ciò che accade quando si va in prima pagina, quando le tue parole raggiungono occhi e orecchie. È al manifesto che è iniziata la mia carriera. È stata la redazione del manifesto a credere per prima nelle mie parole e a difenderle. Il racconto delle carriere dei giovani di sistema, pubblicato in un momento in cui queste storie erano relegate al folklore locale. E poi, la scelta di vedere il racconto criminale come il racconto del capitalismo vincente.
Sono cresciuto. «E poi te sei vennuto!». È il commento che già sento. Ma la mia formazione, passata attraverso le pagine di Luigi Pintor, da Servabo al Nespolo mi ha persuaso che più utile è capire con chi non vuoi andare d'accordo, che capire chi è con te. Ecco, con questa ottusità di dividere il mondo in puri e traditori, non voglio avere nulla da condividere. Per questo non mi sono sentito mai un traditore, né mi sono sentito di appartenere a fazioni e ideologie. Per questo mi trovai a scrivere proprio su il manifesto.
Questo giornale è stato il luogo della dissidenza. È nato dissidente. Quello che ho trovato, negli anni in cui io ho scritto, è stata apertura al nuovo. Non ero presentato da nessuno, nemmeno da un curriculum. C'ero e basta con le mie parole, con quello che scrivevo e raccontavo. Questo bastò a farmi accogliere e a farmi scrivere. Spesso non condividevo la linea politica di alcuni articoli, sui conflitti, sul Medio Oriente, persino spesso sulla politica interna, sulle recensioni. Ma c'era spazio di riflessione, di condivisione, di contraddizione. Era questo il più prezioso tesoro delle pagine di questo giornale.
La riflessione sulle contraddizioni del sistema capitalista che avveniva e avviene sul manifesto è un laboratorio necessario. Un'officina che non può chiudere. Se chiude, i motori cammineranno senza più nessuno che cercherà di fermarli, smontarli e magari rimontarli per muoverli in altra direzione. La dissidenza non la si può lasciar morire. La dissidenza è uno dei motivi per cui si è fondata l'Europa. La barriera contro i regimi totalitari.
Ecco perché non si tratta di avere un quotidiano in più, né di amare una tradizione che non vuoi sparisca. Qui si tratta di non lasciar morire uno spazio presente, una palestra, un luogo "officina" in cui si continua a scrivere e descrivere il mondo e l'Italia, da una prospettiva definita e conosciuta e non priva di contraddizioni. Chiudere il manifesto significa perdere punti di vista, smarrire diottrie e tutto questo solo apparentemente sembra cosa da poco in confronto ai disastri italiani, in realtà è una perdita tragica. Come oscurare possibili soluzioni, chiudere possibilità, impedire analisi, insomma spegnere tutti gli anticorpi che il manifesto ha saputo dare nei momenti più difficili alla società italiana.
Persino chi non ne condivide la linea editoriale, oggi dovrebbe provare forte disagio al pensiero che il manifesto possa chiudere. I giornali vincono nel mercato, sopravvivono con i meriti, mi si dirà, e io in linea generale credo che questo sia vero. Non farò un'eccezione ora. Ma esistono realtà necessarie che danno voce ad approfondimenti, a reportage che raramente sui quotidiani a larghissima diffusione troverebbero spazio. Esistono realtà che hanno le spalle meno coperte di altre. E queste realtà i lettori devono imparare a difenderle. E in fondo le vendite storiche e presenti del manifesto ne confermano la solidità. Nei mari editoriali servono però solidità di società e non solo solidità di lettori.
La forza del giornale è stata sempre quella di riuscire a rinnovarsi senza dover rinunciare a se stesso. Forse posizione di privilegio, forse semplicemente inclinazione alla battaglia, fatto sta che non si può rinunciare alla dissidenza e alla forza di questo quotidiano.
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