
Non ho avuto
altri maestri
Tommaso Pincio
Alla notizia degli ultimi tagli decisi da questo sedicente salvatore della patria che è il governo Monti, reagisco alla maniera di Marcantonio. Seppellisco il manifesto, non ne tesso l'elogio. Altri, molti altri, vi diranno di sostenere uno spazio di libertà quotidiana fatto di carta, di informazione, di idee. Vi diranno - vi stanno già dicendo in effetti - di acquistarlo ogni giorno, perché così facendo può darsi che si salvi. Del resto, altre ancore di salvezza non ce sono. Non più ormai. La sopravvivenza è lasciata alle vostre, alle nostre sole mani. Se vi impegnerete in questo piccolo sforzo giornaliero farete senz'altro cosa giusta, e in fondo all'anima spero con tutto me stesso che vi impegnerete, che sarete in molti e costanti. Tuttavia non mi aggiungerò al coro. Come ho detto, mi limiterò a seppellire. Non lo dico con cinismo né con indifferenza. Seppellendolo, seppellisco anche a me.
Ho iniziato a scrivere su queste pagine nel 2000. Non sono tantissimi anni, ma dalla mia personalissima prospettiva è comunque un'eternità. Ero agli esordi, all'epoca. Sapevo pochissimo di scrittura e ancor meno di come si scrive per un giornale, che è un mestiere a parte, diverso dal semplice scrivere.
Il manifesto è stato il primo quotidiano a darmi fiducia. Per molto tempo è stato anche l'unico. Se in qualche misura ho appreso il mestiere (ché così mi piace chiamarlo), lo devo unicamente al manifesto. Altri maestri non ne ho avuti. Questa mia esperienza ha avuto il pregio ulteriore di non costituire un caso speciale. Firme ben più note e dotate della mia si sono fatte le ossa qui. Non fosse esistito un manifesto, la stampa italiana non sarebbe la stessa; mancherebbe di figure importanti. È dunque della sopravvivenza di una scuola che stiamo parlando, non solo di un giornale.
Per come l'ho conosciuta io, la scuola del manifesto è presto detta con le parole di Pintor: in un articolo puoi dire una o due cose al massimo, ma non c'è nulla che non tu possa dire in trenta righe. Non c'è nulla all'infuori di questo: il numero delle battute. Imparare a gestire quel numero è imparare a capire cosa si vuol dire. Scrivere viene in un secondo momento. Per imparare è però necessario poter disporre in piena libertà di quel numero di battute. È infatti impossibile imparare a controllare i propri movimenti se si è incatenati. Al manifesto , malgrado sia un quotidiano comunista (anzi, proprio perché è un quotidiano comunista), questa libertà è data per sacra e per scontata. Altrove non è così. Intendiamoci, non mi sogno nemmeno lontanamente di affermare che in altri giornali viga la censura. Esistono però linguaggi, codici, contenuti. I linguaggi, i codici, i contenuti del cosiddetto libero mercato. L'armamentario che consente a un quotidiano di «camminare con le proprie gambe», come recita il senso comune. Non la farò tanto lunga al riguardo: concedetevi un giro nella famigerata «colonna destra» di Repubblica.it e capirete al volo a quale armamentario mi riferisco. Quell'armamentario non mi appartiene né voglio farlo mio. Ecco perché dico che, seppellendo il manifesto, seppellisco anche me. Vi domanderete perché non vi esorti a comprare ogni giorno il manifesto . Non vi esorto perché spero e confido che lo facciate da voi. Ma non come un gesto benefico e militante, un'autotassazione a salvaguardia di un'entità in via d'estinzione. Vorrei che lo faceste in modo naturale, senza pensarci, come bevete il caffè al mattino. Sono consapevole di chiedervi la Luna. Ai miei tempi, quando andavo al liceo, la metà dei ragazzi si presentava in classe con un quotidiano. Poteva essere Lotta Continua o La Repubblica , ma avevano comunque un quotidiano con sé. Quei tempi non sono più. Oggi l'edicola è un luogo dimenticato, e lo dico con dolore perché mio nonno e mio papà sono stati giornalai. Nondimeno, nonostante il gesto sia qualcosa fuori dal tempo, spero lo facciate alla maniera che ho detto, con naturalezza, senza imporvelo. Se non lo farete così, non durerà. Prima o poi ve ne dimenticherete o forse vi stancherete. Ed è giusto così: alla lunga, solo ciò che è naturale resiste. Le dittature, mostri contro natura, prima o poi crollano, mentre la voglia di libertà, di giustizia, non muore mai. E visto che siamo in tema di giustizia, permettetemi di dirvi un'ultima cosa, che è poi la vera ragione di questo mio discorso alla Marcantonio. Il governo Monti, molto magnificato dall'America e dall'Europa (seppure un poco meno dagli Europei in carne e ossa), si insediò facendo massiccio ricorso alla parola «equità». Per giorni e giorni è parso di non udire altro sostantivo che questo. Finché, d'un tratto, è scomparso dal vocabolario politico. Perché mai? Siamo forse diventati un paese equo? Tutt'altro, certe «misure» sono riuscite nella missione quasi impossibile di renderlo ancora più iniquo. I tagli all'editoria sono per l'appunto una delle tante nuove iniquità. Sono iniqui perché non è affatto giusto che i giornali debbono sopravvivere soltanto con le proprie gambe. In base alla stessa logica dovremmo chiudere le biblioteche perché nessuno legge più libri. Questa logica, che ci viene imposta come ovvia e salutare, non rientra nella vera natura delle cose umane né dovrà rientrarvi. Mai.
Ho iniziato a scrivere su queste pagine nel 2000. Non sono tantissimi anni, ma dalla mia personalissima prospettiva è comunque un'eternità. Ero agli esordi, all'epoca. Sapevo pochissimo di scrittura e ancor meno di come si scrive per un giornale, che è un mestiere a parte, diverso dal semplice scrivere.
Il manifesto è stato il primo quotidiano a darmi fiducia. Per molto tempo è stato anche l'unico. Se in qualche misura ho appreso il mestiere (ché così mi piace chiamarlo), lo devo unicamente al manifesto. Altri maestri non ne ho avuti. Questa mia esperienza ha avuto il pregio ulteriore di non costituire un caso speciale. Firme ben più note e dotate della mia si sono fatte le ossa qui. Non fosse esistito un manifesto, la stampa italiana non sarebbe la stessa; mancherebbe di figure importanti. È dunque della sopravvivenza di una scuola che stiamo parlando, non solo di un giornale.
Per come l'ho conosciuta io, la scuola del manifesto è presto detta con le parole di Pintor: in un articolo puoi dire una o due cose al massimo, ma non c'è nulla che non tu possa dire in trenta righe. Non c'è nulla all'infuori di questo: il numero delle battute. Imparare a gestire quel numero è imparare a capire cosa si vuol dire. Scrivere viene in un secondo momento. Per imparare è però necessario poter disporre in piena libertà di quel numero di battute. È infatti impossibile imparare a controllare i propri movimenti se si è incatenati. Al manifesto , malgrado sia un quotidiano comunista (anzi, proprio perché è un quotidiano comunista), questa libertà è data per sacra e per scontata. Altrove non è così. Intendiamoci, non mi sogno nemmeno lontanamente di affermare che in altri giornali viga la censura. Esistono però linguaggi, codici, contenuti. I linguaggi, i codici, i contenuti del cosiddetto libero mercato. L'armamentario che consente a un quotidiano di «camminare con le proprie gambe», come recita il senso comune. Non la farò tanto lunga al riguardo: concedetevi un giro nella famigerata «colonna destra» di Repubblica.it e capirete al volo a quale armamentario mi riferisco. Quell'armamentario non mi appartiene né voglio farlo mio. Ecco perché dico che, seppellendo il manifesto, seppellisco anche me. Vi domanderete perché non vi esorti a comprare ogni giorno il manifesto . Non vi esorto perché spero e confido che lo facciate da voi. Ma non come un gesto benefico e militante, un'autotassazione a salvaguardia di un'entità in via d'estinzione. Vorrei che lo faceste in modo naturale, senza pensarci, come bevete il caffè al mattino. Sono consapevole di chiedervi la Luna. Ai miei tempi, quando andavo al liceo, la metà dei ragazzi si presentava in classe con un quotidiano. Poteva essere Lotta Continua o La Repubblica , ma avevano comunque un quotidiano con sé. Quei tempi non sono più. Oggi l'edicola è un luogo dimenticato, e lo dico con dolore perché mio nonno e mio papà sono stati giornalai. Nondimeno, nonostante il gesto sia qualcosa fuori dal tempo, spero lo facciate alla maniera che ho detto, con naturalezza, senza imporvelo. Se non lo farete così, non durerà. Prima o poi ve ne dimenticherete o forse vi stancherete. Ed è giusto così: alla lunga, solo ciò che è naturale resiste. Le dittature, mostri contro natura, prima o poi crollano, mentre la voglia di libertà, di giustizia, non muore mai. E visto che siamo in tema di giustizia, permettetemi di dirvi un'ultima cosa, che è poi la vera ragione di questo mio discorso alla Marcantonio. Il governo Monti, molto magnificato dall'America e dall'Europa (seppure un poco meno dagli Europei in carne e ossa), si insediò facendo massiccio ricorso alla parola «equità». Per giorni e giorni è parso di non udire altro sostantivo che questo. Finché, d'un tratto, è scomparso dal vocabolario politico. Perché mai? Siamo forse diventati un paese equo? Tutt'altro, certe «misure» sono riuscite nella missione quasi impossibile di renderlo ancora più iniquo. I tagli all'editoria sono per l'appunto una delle tante nuove iniquità. Sono iniqui perché non è affatto giusto che i giornali debbono sopravvivere soltanto con le proprie gambe. In base alla stessa logica dovremmo chiudere le biblioteche perché nessuno legge più libri. Questa logica, che ci viene imposta come ovvia e salutare, non rientra nella vera natura delle cose umane né dovrà rientrarvi. Mai.





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