
Un'eccezione culturale
Valerio Magrelli
Il manifesto mi accoglieva al ginnasio, tutti i giorni, distribuito da una compagna di scuola. È un bel ricordo, che ancora mi accompagna. Più significativo il fatto che, negli anni successivi, vi abbia scritto (poco), lo abbia letto (abbastanza), ma lo abbia soprattutto ritagliato (molto). Ho spesso dissentito dalla sua linea, eppure l'ho sempre considerato un esempio di etica giornalistica e un modello di laboratorio culturale. Basta guardare Alias libri di domenica scorsa, per capire la levatura critica di questo quotidiano. Per non dire, ossia per dirlo, della sua esemplare accuratezza tipografica, un elemento da non trascurare per comprendere l'intelligenza complessiva del suo progetto: un giornale di livello europeo.
E a proposito di Europa, veniamo ai tagli, e ai cosiddetti "costi della Democrazia". Confesso che ho salutato il governo Monti con un sospiro di sollievo, vedendolo finalmente scacciare il nostro Pifferaio di Hamelin. Purtroppo, però, mi sto velocemente ricredendo. Ho festeggiato la caduta del "mostro" come una liberazione, salvo inorridire per la beffarda prevedibilità della manovra economica, per la malaugurata sconfitta sulla responsabilità civile dei giudici, e infine per le atroci battute dei vari ministri contro i precari (battute, non dimentichiamolo, figlie di un rappresentante della sinistra nemico dei "bamboccioni").
Una parola solo su quest'ultimo punto. Ritengo che il malcelato disprezzo della nostra élite per i meno abbienti sia il semplice risultato della sua stellare lontananza dalla società reale. Non si può avere idea della distanza che intercorre fra il mondo di un politico e quello, mettiamo, di un benzinaio. Non si può avere idea della quantità e della varietà di privilegi che pian piano finiscono per narcotizzare anche i migliori fra loro. Sono convinto che, quando Monti va a toccare pensioni di mille euro, non lo faccia per cinismo, ma unicamente perché convinto che esse equivalgano a pensioni da diecimila: per lui, cioè, non esiste alcuna differenza fra le due cifre, come per noi pagare un caffè 70 o 120 centesimi. Altro che antipolitica! Io parlerei di "patopolitica". Il problema non risiede nel fatto che la casta non usi gli autobus: il problema è che non ha nemmeno idea di cosa siano. Le battute sui giovani, del resto, vanno di pari passo con lo smantellamento dell'università pubblica, la quale, con la scusa di seguire il modello americano, ci riporta in realtà a quello borbonico, cioè precedente il 1789. Fine della mobilità sociale, fine della parità di diritti fra cittadini.
Ma non divaghiamo, e torniamo al problema dei tagli. Problema sacrosanto (anche tenuto conto delle ignobili speculazioni che tanti partiti hanno fatto sui finanziamenti alla stampa), ma che ne implica un altro ben più rilevante: quello delle priorità. Prima di tassare pensioni da 1000 (mille) euro, prima di sopprimere i sussidi per i giornali, non sarebbe stato meglio cominciare da questioni ben più dolenti? Per esempio dimezzare del numero di parlamentari, vietare il cumulo di incarichi ed emolumenti pubblici, tagliare gli investimenti alla scuola privata (lo Stato, il denaro pubblico, che finanzia scuole private! Ma prima o poi dovremo pur capire che un concetto del genere suona come un'offesa a qualsiasi forma di intelligenza umana), mettere un tetto agli stipendi pubblici, oppure, come ha proposto Tullio Gregory sul Sole 24 ore, cercare di allinearli fra di loro (altro scandalo logico: non comprenderò mai perché chi serve un tramezzino alla Camera debba essere pagato quanto un insegnante). Come qualcuno ha recentemente ricordato, l'Europa esige l'azzeramento del deficit. È vero, ma esige anche molte altre cose che, guarda caso, passano regolarmente in secondo ordine, a cominciare dall'allungamento dei tempi di prescrizione di alcuni reati. E la patrimoniale, e l'Ici da far pagare al Vaticano? Tutto dopo. Per prima cosa, insomma, è stato indispensabile colpire i miserabili, la classe produttrice, i giornalisti (dopo che il governo Berlusconi, sarebbe bene ricordarlo, ha bloccato gli scatti di carriera di un'unica categoria: gli universitari).
E così veniamo al manifesto. Non ho la competenza per giudicare le norme che regolano i sussidi per le pubblicazioni politiche, ma ritengo che in certi casi il valore culturale di un prodotto andrebbe in qualche modo riconosciuto, anche se, lo confesso, non so come. Penso ai negozi di interesse storico, ai siti di particolare pregio artistico, alla difesa del patrimonio Unesco. Esistono insomma delle indiscusse forme di "eccezione culturale" che occorrerebbe tutelare. Mi rendo conto che ciò comporterebbe una sorta di museificazione o di ghettizzazione, ma forse si tratta di un rischio che varrebbe la pena correre, per salvare un ganglio di intelligenza critica la cui amputazione nuocerebbe gravemente alla salute mentale del Paese.
E a proposito di Europa, veniamo ai tagli, e ai cosiddetti "costi della Democrazia". Confesso che ho salutato il governo Monti con un sospiro di sollievo, vedendolo finalmente scacciare il nostro Pifferaio di Hamelin. Purtroppo, però, mi sto velocemente ricredendo. Ho festeggiato la caduta del "mostro" come una liberazione, salvo inorridire per la beffarda prevedibilità della manovra economica, per la malaugurata sconfitta sulla responsabilità civile dei giudici, e infine per le atroci battute dei vari ministri contro i precari (battute, non dimentichiamolo, figlie di un rappresentante della sinistra nemico dei "bamboccioni").
Una parola solo su quest'ultimo punto. Ritengo che il malcelato disprezzo della nostra élite per i meno abbienti sia il semplice risultato della sua stellare lontananza dalla società reale. Non si può avere idea della distanza che intercorre fra il mondo di un politico e quello, mettiamo, di un benzinaio. Non si può avere idea della quantità e della varietà di privilegi che pian piano finiscono per narcotizzare anche i migliori fra loro. Sono convinto che, quando Monti va a toccare pensioni di mille euro, non lo faccia per cinismo, ma unicamente perché convinto che esse equivalgano a pensioni da diecimila: per lui, cioè, non esiste alcuna differenza fra le due cifre, come per noi pagare un caffè 70 o 120 centesimi. Altro che antipolitica! Io parlerei di "patopolitica". Il problema non risiede nel fatto che la casta non usi gli autobus: il problema è che non ha nemmeno idea di cosa siano. Le battute sui giovani, del resto, vanno di pari passo con lo smantellamento dell'università pubblica, la quale, con la scusa di seguire il modello americano, ci riporta in realtà a quello borbonico, cioè precedente il 1789. Fine della mobilità sociale, fine della parità di diritti fra cittadini.
Ma non divaghiamo, e torniamo al problema dei tagli. Problema sacrosanto (anche tenuto conto delle ignobili speculazioni che tanti partiti hanno fatto sui finanziamenti alla stampa), ma che ne implica un altro ben più rilevante: quello delle priorità. Prima di tassare pensioni da 1000 (mille) euro, prima di sopprimere i sussidi per i giornali, non sarebbe stato meglio cominciare da questioni ben più dolenti? Per esempio dimezzare del numero di parlamentari, vietare il cumulo di incarichi ed emolumenti pubblici, tagliare gli investimenti alla scuola privata (lo Stato, il denaro pubblico, che finanzia scuole private! Ma prima o poi dovremo pur capire che un concetto del genere suona come un'offesa a qualsiasi forma di intelligenza umana), mettere un tetto agli stipendi pubblici, oppure, come ha proposto Tullio Gregory sul Sole 24 ore, cercare di allinearli fra di loro (altro scandalo logico: non comprenderò mai perché chi serve un tramezzino alla Camera debba essere pagato quanto un insegnante). Come qualcuno ha recentemente ricordato, l'Europa esige l'azzeramento del deficit. È vero, ma esige anche molte altre cose che, guarda caso, passano regolarmente in secondo ordine, a cominciare dall'allungamento dei tempi di prescrizione di alcuni reati. E la patrimoniale, e l'Ici da far pagare al Vaticano? Tutto dopo. Per prima cosa, insomma, è stato indispensabile colpire i miserabili, la classe produttrice, i giornalisti (dopo che il governo Berlusconi, sarebbe bene ricordarlo, ha bloccato gli scatti di carriera di un'unica categoria: gli universitari).
E così veniamo al manifesto. Non ho la competenza per giudicare le norme che regolano i sussidi per le pubblicazioni politiche, ma ritengo che in certi casi il valore culturale di un prodotto andrebbe in qualche modo riconosciuto, anche se, lo confesso, non so come. Penso ai negozi di interesse storico, ai siti di particolare pregio artistico, alla difesa del patrimonio Unesco. Esistono insomma delle indiscusse forme di "eccezione culturale" che occorrerebbe tutelare. Mi rendo conto che ciò comporterebbe una sorta di museificazione o di ghettizzazione, ma forse si tratta di un rischio che varrebbe la pena correre, per salvare un ganglio di intelligenza critica la cui amputazione nuocerebbe gravemente alla salute mentale del Paese.






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