domenica 17 febbraio 2013
Il prof. a scuola da Berlusconi
Il giornale spiega come è arrivato alla liquidazione amministrativa coatta in una affollatissima conferenza stampa nella sua sede. Rangeri: "Chi parla di mercato deve spiegarci quale, e dov'è la sua trasparenza"
«Ce la faremo, perché abbiamo radici forti». Valentino Parlato, fondatore di questo giornale, spiazza un po' tutti alla conferenza stampa che abbiamo convocato ieri nella nostra sede. Tra cartelloni preparati all'occorrenza - che raccontano la nostra capacità di guardare il mondo, sempre «dalla parte sbagliata», con le nostre "mitiche" prime pagine - sono arrivati davvero tanti giornalisti. Non si doveva parlare della chiusura del manifesto? Parlato ha appena spiegato che sì, siamo in liquidazione coatta amministrativa. Significa questo, per stare alle sue parole che non inciampano in tecnicismi: «Arriverà un liquidatore, e prenderà sulle sue spalle la baracca. Vedrà i conti, e deciderà cosa fare. Ma se in questo periodo riusciremo a vendere di più in edicola, a raddoppiare gli abbonamenti, a far partire la campagna 1.000x1.0000, che chiede a mille sostenitori "eccellenti" di mettere mille euro, allora possiamo farcela. Sennò, forse deciderà di mettere in vendita la testata. Vediamo se c'è chi se la compra».
«Non vi chiediamo soltanto soldi - ha insistito Valentino - ma soprattutto idee e suggerimenti per fare un giornale più battente. Continuiamo a chiamarci quotidiano comunista anche ora che il Pci non c'è più, per dire che un'idea di sinistra è fondamentale. Oggi più che mai». Parlato ha ricordato le origini del giornale, in quel lontano '71 «l'Unità ci accusò di essere foraggiati dalla Confagricoltura». Ovvero dal settore più retrivo della Dc. Oggi i tempi sono cambiati. Ma le accuse restano. Stavolta siamo nel mirino perché rappresenteremmo quelli che non vogliono fare i conti col mercato. «Chi lo invoca dovrebbe spiegare di quale mercato sta parlando», ha incalzato in apertura di conferenza stampa Norma Rangeri, direttrice de il manifesto, a cui è toccato fare il punto politico della situazione. «E' un mercato drogato, in cui la fetta più grande della pubblicità viene mangiata dalla televisione (56%), mentre solo il 16% resta per i quotidiani. E' un mondo capovolto rispetto agli altri paesi». Ma se il manifesto è a questo punto la causa sta, in primo luogo, nei tagli al Fondo per l'editoria, che nonostante l'appello del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e le molteplici rassicurazioni (compresa quella del presidente del Consiglio Mario Monti) non sono stati ripristinati: «Monti sta riuscendo laddove ha fallito Berlusconi», ha attaccato Rangeri, «e se siamo andati in piazza con Berlusconi, con il governo dei tecnici non staremo zitti». Certo, le polemiche sul fondo. Quei soldi regalati alle false cooperative «ai Lavitola, agli Angelucci, ai Caltagiorne, foraggiati come specchiati editori e direttori», ha sottolineato Rangeri: «Ma siamo noi i primi a chiedere pulizia». La verità è che c'è voglia di fare piazza pulita del pluralismo, ma se la qualità dell'informazione «coinciderà col profitto» allora la strada è segnata: «La sfera pubblica diventa terreno fragile di un populismo governato dalle multinazionale delle news».
E' Mario Salani, presidente di Mediacoop a chiedere ai "mercantilisti": «Come si fa a fare impresa se tolgono i soldi non futuri, ma quelli già messi in bilancio? E se i fondi prima ci sono e poi spariscono?». Questi sono gli ostacoli con cui ha dovuto fare i conti la nostra amministrazione. Nel frattempo, come ha ricordato Walter Pilato della Flc Cgil, chi ha pagato il prezzo di queste incertezze sono stati prima di tutto i lavoratori del manifesto, che hanno stretto la cinghia, subito la cassa integrazione, ma senza mandare nessuno in mobilità (per ora).
Di fronte a questo allarme, il governo dovrebbe battere un colpo. O saremo di fronte alla «privatizzazione del sapere», come ha denunciato Paolo Butturini, segretario dell'Associazione stampa romana. «Non so se il governo non si stia muovendo per incompetenza o per altro. Non mi interessa. Quel che mi interessa è che stanno per chiudere 100 testate», ha detto il deputato Beppe Giulietti, portavoce dell'Associazione Articolo 21. «Questa è un'altra battaglia contro il bavaglio». Prima di noi dalle edicole è sparita Liberazione, che ieri ci ha portato il suo «abbraccio fraterno». «Se il governo presenta una legge, e la legge è già pronta - ha detto Giulietti - abbiamo pronta anche una maggioranza». Il manifesto, intanto, si sta attrezzando per una mobilitazione, anche attraverso i nostri circoli territoriali, ha detto Loris Campetti. «Comprateci, e se potete abbonatevi», l'appello del vicedirettore Angelo Mastrandrea. Questo è il nostro ultimo miglio.
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