domenica 17 febbraio 2013
Una campagna 
che "sfonda" su internet
Ottimisti elettronici e nativi digitali si scambiano messaggi su Facebook e Twitter Dietro il fantasma del libero mercato spuntano anche i siti porno
Alberto Piccinini 2012-02-10
Secondo giorno a scrutare la nostra crisi sui social media dei quali, lo ammettiamo, almeno come giornale possiamo considerarci dei timidi apprendisti, molta teoria poca pratica ecco. E comunque: 31.100 «mi piace» alla nostra pagina Facebook. Restiamo tra i top trend di twitter per tutto il pomeriggio, facendo l'altalena con l'iPad 3, il Processo Mills e Goku. Goku, il protagonista di Dragon Ball, l'eroe di tutti i combattimenti. Che invidia. 
A proposito, scopriamo subito che il «libero mercato» è lo sfondo di alcuni microdibattiti. Su Facebook, Stefano: «Perché non vi mettete sul mercato come Il Fatto Quotidiano?». Massimo: «La scomparsa di un quotidiano è una perdita per tutta la Nazione. L'esperienza, però, de Il Fatto Quotidiano deve farci riflettere... Un giornale senza finanziamenti pubblici con una platea di lettori necessari e sufficienti per la sua presenza in edicola è una delle regole primarie in una condizione di libero mercato». E così Antonio, su twitter, comincia a esercitare i suoi sacrosanti diritti: «Oggi ho comprato il manifesto e ho trovato una buona ragione per cominciare da domani a leggere Il Fatto Quotidiano. Spocchia a go-go».
Ci viene in soccorso a un certo punto Vittorio Zucconi sul suo blog, rilanciato su twitter da Rolling Stone Italia. Dopo averci dato solidarietà, Zucconi attacca: «Il Foglio, che ha dato tanto a quella parte di berlusconiani che giustamente si vergognava di Giornale o di Libero e cercava un'oasi nel deserto, potrà sopravvivere - e glielo auguro - perché i suoi supporter ed editori possono permettersi di puntellarlo con i propri portafogli privati. Giusto così? Deve sopravvivere 'the fittest', quello più pronto a evolvere con l'ambiente, o 'the furbest', quello che trova lo 'sugar daddy', il dolce paparino che lo aiuta? Chiedo».
Così noi poco «furbest» ci affidiamo a lettori come Angela da twitter: «Scuole Medie: il Prof. d'italiano che entrava e poggiava sulla cattedra il manifesto. Ricordi di un bene comune. Bisogna salvarlo». O come Vilmo: «Dal 1993 sono affezionato lettore, folgorato dalla mitica copertina Bettino Crack». Bella sì. E Andrea: «Da Otranto per anni vi ho sostenuto, comprando il giornale quando potevo. Ho iniziato al liceo e il manifesto mi ha accompagnato negli anni, libero e indipendente e senza pubblicità». Molti oggi sulla nostra pagina Facebook e su Twitter scrivono soltanto che stamattina hanno comprato il giornale, e continueranno a farlo. Qualcuno, come prova, ci aggiunge la foto della nostra prima pagina. 
«Sto recandomi all'edicola - scrive Anatole - (scoprendo che esistono ancora) a comprare un giornale che ha il pregio di essere rapidissimo da leggere». Incassiamo di seguito alcuni post da quelli che definiremmo ottimisti elettronici, più ancora che nativi digitali. Come quello di Alberto, 25 anni: «Con tutto il rispetto per la vostra testata che reputo ottima, credo che il futuro appartenga ad altri mezzi di comunicazione. Lo ammetto: sono uno di quelli che compra il giornale (se va bene) una volta al mese... il mio mondo passa su Twitter e sulle agenzie di stampa nazionali e internazionali. Quanto si può andare avanti con sussidi pubblici, donazioni o acquisti occasionali?».
Però. Sbirciamo qualche scambio di tweet. «Non sono mai stato comunista ma domani compro il manifesto», scrive il sindaco di un paese vicino Potenza (con la fascia tricolore nella foto). Luca: «Domani compriamo il manifesto. Perché un paese che perde un giornale è come un quartiere che perde una libreria: più povero». Oscar @Luca: «Un paese che perde un giornale, rischia di trovare il Giornale! Che è peggio». Luca @Pandemia: «Non se ne può più di questa retorica! Il manifesto in liquidazione? Perché non continuare online?» Pandemia @Luca: «Pensa che questo post che hai scritto, opportunamente modificato, potrai utilizzarlo tante volte quest'anno in Italia :)».
Ci piace. Ci piace trovare battute come «Il manifesto in liquidazione coatta. Aò se liquidamo». (Riccardo). O scoprire dal tweet di una giornalista politica di Le Figaro che il direttore de L'Humanitè Patrick Le Hyaric si dice «stupefatto e in collera» per la nostra situazione e promette di portare il caso degli aiuti alla stampa al Parlamento Europeo. O trovarci d'accordo con lo sbotto di Sean, su Twitter: «Non potevate comprarlo voi ogni santo giorno degli ultimi 10 anni invece di infestare la timeline con Comprate il Manifesto?!».
E infine il fantasma del libero mercato, che turba i nostri sonni e queste discussioni, si ripresenta nel più beffardo dei modi. Quando, dopo aver passato buona parte del pomeriggio tra top trend scopriamo che i siti «nicegirls» e «boys meets girls» si sono attaccati alla nostra popolarità elettronica, diffondendo tweet con foto di belle ragazze e frasi senza senso che finiscono con Il Manifesto. Le salutiamo (benché inconsapevoli credo), e dedichiamo l'avventura a tutti gli ottimisti digitali. Che sia la quadratura del cerchio? Torniamo ai fondamentali. Stefano su Facebook: «A parte comprare il manifesto che si può fare?»
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