sabato 16 febbraio 2013
6 novembre 2012
La nostra storia,
il nostro futuro
Norma Rangeri, Angelo Mastrandrea
 
Il vascello corsaro e l'approdo di una nuova cooperativa. Le scelte drammatiche saranno meno difficili se condivise dal nostro collettivo. Questa è un'ampia sintesi della relazione introduttiva all'assemblea convocata dai circoli del manifesto che si è tenuta il 4 novembre 2012 a Roma.
La redazione, i lettori, i circoli. La comunicazione tra la direzione e redazione del giornale e i circoli è stata abbastanza difficile. Non vale cercare scuse né trovare responsabilità, ma nell'ultimo anno abbiamo lavorato in condizioni drammatiche, perché senza soldi, con poche prospettive, con il rischio di perdere il lavoro - oggi sappiamo che cosa significa - con una redazione ridotta all'osso e affaticata.
Tuttavia la situazione in cui ci troviamo è solo una parte del problema.
C'è, c'è sempre stata, una obiettiva, naturale differenza di prospettiva e di linguaggio tra chi pensa, scrive, costruisce il giornale concretamente, ogni giorno, ogni ora, e chi lo legge e lo usa per informarsi o come strumento politico: abbiamo un metro diverso per misurare e giudicare l'efficacia del giornale. Senza nascondere le divergenze politiche, che ci sono, dentro la redazione, tra la redazione e i circoli, alla base delle nostre incomprensioni c'è soprattutto questo elemento oggettivo. Non è utile a nessuno nascondere questa differenza: meglio illuminarla, prenderne atto e, se possibile, vedere come ridurla al minimo.
Abbiamo commesso, in redazione, un errore, non di presunzione, ma dettato dalla situazione: quello sì di custodire come un tesoro la nostra autonomia, trasformandola a volte in separatezza. Viceversa i circoli hanno scambiato il loro contributo materiale - importante - e ideale - altrettanto importante - con il desiderio, comprensibile, di condizionare la linea editoriale.
Se prendiamo atto di questo duplice errore, si può discutere di tutto il resto.
Perché quando si dice che il manifesto «è un giornale, è un giornale, è un giornale» si vuole ricordare a noi stessi, alle lettrici e ai lettori, che sono ben di più di quelli che ci comprano e degli abbonati, che realizzare ogni giorno un quotidiano come il manifesto significa fare politica, fare battaglia politica, proporre idee, alimentare dibattito, ma non somiglia, né tanto, né poco alla navigazione di un'organizzazione politica. Il manifesto è, ed è sempre stato, un vascello corsaro, con marinai e ufficiali liberi portatori di una ispirazione comune e anche con esperienze e idee diverse al suo interno. Che però negli ultimi anni è cambiato, si sono inserite forze, idee e culture più giovani, differenti dalla tradizione, lontane anche dai padri e dalle madri che lo fondarono oltre 40 anni fa. Il manifesto non è più il figlio del 1971, ma il nipote di quegli anni. Sempre rispettoso delle generazioni che si sono avvicendate e mescolate a bordo.
Costruire ogni giorno il manifesto è un onore e un onere che compete al collettivo di redattori e tecnici che lo fanno arrivare quotidianamente in edicola. Il rapporto con la sua rete di sostegno, un editore collettivo presente in tutta la sua storia, è un fondamentale valore che non va disperso. Al contrario va rivitalizzato. Nella chiarezza dei ruoli, però.

La cooperativa. In questa fase, speriamo, di rifondazione della cooperativa del manifesto2, si possono e si devono studiare le forme perché il sostegno economico e la partecipazione più attiva dei lettori-sostenitori si realizzino in modo stabile e con una presenza diretta nella struttura d'impresa della cooperativa che riusciremo, speriamo con un pizzico d'ottimismo, a costruire.
Abbiamo solo un mese di tempo o poco di più, poi c'è la mannaia dei liquidatori. Pensiamo di riuscire a fare una sottoscrizione capace di raccogliere quanto basta per comprare la testata, per assicurare i salari e coprire i costi industriali, insomma per garantirci di non precipitare dopo qualche mese nel tunnel di debiti? Pensiamo che questa sia una prospettiva possibile, oltre che credibile? Allora si vada con decisione lungo questa strada.
Se la riteniamo impossibile nei tempi brevi, allora si scelga un'altra soluzione, rapida e certa: l'ingresso di un finanziatore esterno che acquista la testata, lasciando autonomia alla cooperativa. Se le condizioni di un simile rapporto potranno esistere, bene. È chiaro che l'autonomia politico-editoriale è il connotato più prezioso del presente e del futuro. Un manifesto con un padrone in redazione non esiste.
Nelle ultime settimane è stata avanzata una proposta - della quale né la redazione né la direzione sono state informate. Prevede la costituzione di una società editoriale che compra la testata e cancella la cooperativa. La società è stata costituita con tanto di manifestazione di interesse presso i nostri liquidatori. Quanto è stato fatto, all'insaputa dei più, è assolutamente inaccettabile.
Noi dobbiamo costituire la cooperativa secondo la legge dell'editoria: far sì che a comporla siano, come dice la legge, in maggioranza dipendenti (anche soci) giornalisti, ai quali si aggiungeranno i soci non dipendenti. Se il piano industriale, stante questo livello di vendite e di pubblicità, calcola che i dipendenti a tempo indeterminato potranno essere circa 25, i soci potranno sicuramente essere di più. È questo un delicato e drammatico compito, visto il gran numero di compagne e compagni che dovranno, almeno temporaneamente, lasciare il posto di lavoro. Questa è la priorità, il problema da risolvere.
E non perché sia più importante decidere «di chi è il manifesto» piuttosto che discutere «che cos'è». Ma perché che cosa è il manifesto non dobbiamo certo scoprirlo oggi. Lo sappiamo già. Lo sa chi il giornale lo fa da oltre quarant'anni, come chi lo legge da sempre. Lo sa questa redazione, questo collettivo che altrimenti, senza bussola, non sarebbe sopravvissuto nemmeno un giorno alla tempesta perfetta, evitando il naufragio. A tutti è consentito naturalmente criticare il gruppo di lavoro. Abbiamo molti limiti, potevamo di certo fare meglio. Ma a nessuno è consentito di usarlo come capro espiatorio degli errori, delle responsabilità che sono di tutti, e di una gestione economica disastrosa, questa sì, causa principale del fallimento e della liquidazione coatta, e che si è abbattuta con violenza sul nostro lavoro.

La Politica. Rischiamo, ancora una volta, di perseverare nell'errore, tutto ideologico e minoritario, di credere che la «giusta linea» editoriale possa essere la chiave per risolvere i problemi. Intanto perché il manifesto una soggettività e un punto di vista inconfondibile, e unico nel panorama editoriale, ce l'ha. Siamo stati noi a fare dell'antiliberismo un discorso corrente, noi i pionieri del viaggio appena iniziato dei beni comuni, noi a coniugare liberismo e crisi della democrazia, costantemente allargando il discorso e lo sguardo all'Europa, noi a puntare su lavoro e diritti, a presidiare la frontiera della critica culturale. Siamo stati noi ad analizzare criticamente il fenomeno delle primavere arabe e sarebbe doveroso tornarci per un analisi senza paraocchi, anche rispetto alle nostre divisioni di allora. Quello che abbiamo prodotto come idee, battaglie, nuove collaborazioni, non è caduto dal cielo, ma è stato fatto nelle condizioni più infauste di sempre, senza salario, senza mezzi per le inchieste, sempre con il contributo gratuito di collaboratori, alcuni dei quali, più o meno illustri, ci hanno lasciato per andare dove, giustamente, potevano essere pagati meglio.
Stiamo attenti, come hanno sottolineato gli interventi di alcuni nostri collaboratori, a non sbagliare prospettiva nella nostra discussione.
Oggi, a differenza del manifesto degli anni tra i '70 e i '90, la sinistra politica in Italia è dispersa, frantumata, quasi non esiste più. Questo non significa che non esiste una sinistra sociale e culturale. Ma sappiamo che è disorientata, e difficile da coagulare in un lettorato omogeneo e in una proposta unificante.
Sulla parola d'ordine dell'antiliberismo è molto più difficile conquistare lettrici e lettori. E non possiamo pensare di risolvere il problema volontaristicamente, anteponendo il mondo che sogniamo a quello reale in cui viviamo.
La difficoltà che abbiamo davanti a noi è la stessa in cui si dibatte la sinistra con cui siamo in rapporto. Noi vogliamo parlare a tutta la sinistra e "Unire è difficile", come si intitolava un libro sulla storia del manifesto di tanti anni fa (1977). È evidente che non esistono facili soluzioni e scorciatoie politiche. E tante volte abbiamo scritto negli editoriali che non si possono rimettere insieme i cocci. Come sosteneva Luigi Pintor in un'intervista contenuta in questo vecchio libro. Dice Luigi: «Ora, se tu mi chiedi perché in Italia né noi né nessuno è riuscito a dare espressione politica a tutte le spinte che non trovano accoglienza nella sinistra storica, io dovrei darti una risposta che richiede un libro che né io né nessuno abbiamo ancora scritto». E subito dopo: «L'asprezza che può assumere la lotta politica intestina è un fenomeno che non ho mai capito, ma che ho constatato in innumerevoli occasioni, anche nel Pci: con la differenza che nelle piccole formazioni, al loro interno e tra di esse, e in circostanze politicamente e storicamente sfavorevoli, questo fenomeno equivale a un suicidio». Trentacinque anni dopo eccoci di nuovo a discuterne.
Non pensiamo, d'accordo anche qui con il contributo di alcuni collaboratori, si possa porre rimedio alla crisi risalendo la corrente fino alle nostre origini. Perché allora bisogna chiedersi una cosa molto semplice: se l'impresa di fare un giornale con una identità talmente forte da riuscire a coagulare la sinistra divisa non è riuscita neppure ai fondatori del manifesto, quando le condizioni sociali e politiche erano assai più favorevoli, perché dovrebbe riuscire adesso dentro una sconfitta storica della sinistra?
Noi dobbiamo mantenere salda la rotta contro-corrente di un giornale il più possibile plurale di una sinistra radicale. Radicale nei contenuti, aperto con interlocutori anche lontani e diversi. Altrimenti non riusciremo a capire perché a gonfiare le liste siciliane dei grillini sono stati elettori di centrosinistra e di sinistra, né avremmo capito perché le liste arancioni dei sindaci, da Napoli a Milano, hanno vinto la partita del governo delle città. Né saremo attrezzati alla lettura delle liste arancioni alle prossime elezioni politiche, alle Albe elettorali, alla spaccatura della Federazione della sinistra, alla strana coppia mediatica tra Fiom e Idv. La geografia politica in movimento richiede che il nostro punto di vista sia dentro una polifonia di voci ancora maggiore.
E infine. Non vogliamo qui entrare nelle divisioni interne, di cui abbiamo dato ampiamente prova sulle pagine del giornale. Vogliamo invece ricordare, a noi stessi prima di tutto, di esser riusciti a tenere aperto il giornale. Ne siamo orgogliosi. Speriamo possa navigare in acque un po' meno agitate. La nostra storia è nostra e di tutti voi.

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