mercoledì 18 settembre 2013
Uno strumento ottico
per modificare la rotta
Mario Lavagetto
Avevo trent'anni quando è uscito il primo numero del manifesto quotidiano. Da allora l'ho sempre letto puntualmente giorno dopo giorno con qualche rara eccezione dovuta all'impossibilità di trovarlo in due o tre edicole. Mi è accaduto di leggerlo a volte con irritazione, a volte con fastidio, mai con indifferenza; in ogni numero ho trovato qualche articolo in grado di informarmi e di farmi pensare, di presentarmi i «fatti» in una luce inedita. Così ho preso l'abitudine di leggerlo dopo gli altri giornali e di utilizzarlo come una specie di strumento ottico: tanto per vedere quello che altrove non avevo trovato quanto (e soprattutto) per rettificare la prospettiva che mi derivava da quelle letture preliminari. Un punto di vista orientato e di parte: la mia Sempre mi è stato fornito un punto di vista motivato e di parte: ma era la mia parte, e quel punto di vista mi permetteva di orientarmi secondo ragione o almeno mi forniva gli elementi indispensabili per una plausibile lettura di quanto accadeva intorno a me.
Anche nel corso di questo ultimo anno (nonostante la crisi e le difficoltà crescenti) il giornale si è mantenuto all'altezza della propria tradizione promuovendo discussioni aperte, sostenendo la battaglia per le difesa dei beni comuni, mettendo a disposizione dei lettori una serie di competenze di primo piano per interpretare in modo non convenzionale alcune delle grandi e delle piccole trasformazioni che hanno investito tanto il mondo nel suo complesso quanto la realtà minima in cui ci si trova quotidianamente a vivere e a operare. Che tutto questo - questo accumulo di esperienza, di pensiero e di lavoro - possa domani scomparire, che il manifesto sia condannato al silenzio mi sembra inaccettabile e impensabile: aprirebbe un vuoto non solo nella vita e nell'esperienza dei singoli lettori, ma nel corpo stesso della nostra democrazia.
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