
Cari circoli
eccoci al che fare
Valentino Parlato
A Bologna c'è stato un utile incontro con alcuni circoli ed è emersa l'esigenza di un rinnovamento e rafforzamento del giornale non solo per resistere. Un utile incontro e, quindi, doppie scuse per il mio ritardo nel rispondere. In redazione c'è un po' da fare e io ho superato gli ottanta anni. Questo giornale deve fare i conti con quante cose sono cambiate da quando, nel 1971, fece la sua prima apparizione in polemica con il legame del Pci con l'Urss dei tempi di Breznev, così che la caduta dell'Urss fece anche cambiar nome al Pci.
Allora la lotta di classe era portata avanti dai lavoratori, mentre oggi dai padroni (lo spiega Gallino nel suo recente libro). Oggi il mondo del lavoro è messo talmente male, che anche i singoli lavoratori occupati o disoccupati, sono costretti ad arrangiarsi individualmente. I partiti storici si sono dissolti o ridotti a gruppi pressoché clientelari. Non siamo più neppure negli anni '90, quando il manifesto vendeva tra le 30 e le 40 mila copie con punte anche sopra le 50 mila: il 2011 lo abbiamo chiuso con una media di 15.176 copie più gli abbonamenti. Anche noi subiamo la crisi generale.
Qui il problema comune dei circoli e della redazione è come rilanciare questo nostro giornale che è sopravvissuto a tanti crolli, al disfacimento della democrazia, al privatismo, all'arrangiarsi ciascuno per sé e - va aggiunto - con un governo tecnico che, in quanto tecnico, cosifica anche le persone umane. Siamo in una crisi epocale che non sarà affatto superata nel 2013 come si augura Bankitalia. I pericoli di soluzione autoritarie (il governo tecnico ne è un'anticipazione) non sono affatto esclusi.
Il «che fare?» è problematico e investe la redazione e i circoli. Innanzitutto credo si debba indagare sui mutamenti della società. Che cosa cambia nel mondo del lavoro, nei ceti medi (pericolosi nei periodi di crisi), nella cultura corrente. Inchieste per le quali potrebbero essere di grande aiuto i circoli, con inchieste sul territorio. Povertà e concentrazione di ricchezza e lotta per un'imposta patrimoniale (anche Einaudi la proponeva). La scuola e il mondo giovanile che è la principale vittima dell'attuale crisi, ma è da questo mondo che può venire la speranza e la forza di cambiare. Bisogna analizzare, conoscere meglio la realtà di questa difficile stagione e trovare motivi di speranza. Certo il proverbio dice: «chi di speranza vive, disperato muore», ma senza speranza non si fa niente. Era la speranza di un mondo migliore che ha animato le lotte del secolo passato. E su questo i circoli potrebbero aiutarci molto. Ci indichino loro possibili iniziative e noi saremo con loro. A tal fine dovremmo attivare una seria corrispondenza con i circoli e con le loro proposte.
Quanto alla pagina promessavi a Bologna, il giornale è disponibile. Scriveteci quel che il giornale dovrebbe o potrebbe fare e, in ogni caso, apriremo una utile corrispondenza.
Tutto quel che ho scritto vale, dovrebbe valere, per il rilancio del nostro giornale ma è impellente quello della sua salvezza. Ne stiamo discutendo, sapendo che per questi mesi il comando amministrativo è dei liquidatori.
Credo, ma sono ancora solo ipotesi, che dovremo costituire una nuova cooperativa che prenda in affitto la testata, oggi in mano dei liquidatori. Fatto questo c'è l'ipotesi di una diffusa proprietà collettiva. E per questo vedremo se torneremo a fare ricorso all'azionariato o ad altro. La questione si porrà tra l'autunno e l'inverno, poiché se ce la facciamo questa fase dovrebbe durare fino ai primi mesi della primavera prossima.
Quindi usiamo questo tempo per avanzare e discutere progetti, ma sempre sapendo bene che decisivi sono sempre i contenuti del giornale e quindi i suoi programmi, le sue campagne. Insisto apriamo una discussione sui contenuti, sul famoso «che fare?».
L'obiettivo principale è quello di dare al manifesto una fisionomia più netta, che lo distingua dagli altri giornali. Per questo, insisto, ci vogliono inchieste e campagne per e contro. E' con le campagne che un giornale assume un volto preciso e diverso da tutti gli altri e questo dobbiamo farlo in tutti i settori: la cultura, la politica interna, gli esteri, l'economia. Ma le campagne per essere serie debbono partire da inchieste: che cosa sta accadendo nella cultura e via di seguito.
Altro problema che avete posto è quello della proprietà collettiva, sulla quale sono del tutto d'accordo (come ricorderete avevamo lanciato la costituzione di una Spa). Ma anche questo problema non va affrontato solo in termini di denaro da dare al giornale: dovremo pensare a uno statuto, a regole sul rapporto tra proprietà e redazione e tutto questo sempre - credo io - nel senso dell'autonomia di quelli che ogni giorno lavorano a fare il giornale.
Torno a concludere: scrivete, fate proposte, fate critiche, apriamo una discussione su che cosa deve essere il nuovo manifesto. Dalla sua nascita sono passati più di quarant'anni e bisogna prendere di quel che è cambiato, delle difficoltà presenti, degli obiettivi che ci dobbiamo porre. Insomma l'invito è a un lavoro collettivo
Allora la lotta di classe era portata avanti dai lavoratori, mentre oggi dai padroni (lo spiega Gallino nel suo recente libro). Oggi il mondo del lavoro è messo talmente male, che anche i singoli lavoratori occupati o disoccupati, sono costretti ad arrangiarsi individualmente. I partiti storici si sono dissolti o ridotti a gruppi pressoché clientelari. Non siamo più neppure negli anni '90, quando il manifesto vendeva tra le 30 e le 40 mila copie con punte anche sopra le 50 mila: il 2011 lo abbiamo chiuso con una media di 15.176 copie più gli abbonamenti. Anche noi subiamo la crisi generale.
Qui il problema comune dei circoli e della redazione è come rilanciare questo nostro giornale che è sopravvissuto a tanti crolli, al disfacimento della democrazia, al privatismo, all'arrangiarsi ciascuno per sé e - va aggiunto - con un governo tecnico che, in quanto tecnico, cosifica anche le persone umane. Siamo in una crisi epocale che non sarà affatto superata nel 2013 come si augura Bankitalia. I pericoli di soluzione autoritarie (il governo tecnico ne è un'anticipazione) non sono affatto esclusi.
Il «che fare?» è problematico e investe la redazione e i circoli. Innanzitutto credo si debba indagare sui mutamenti della società. Che cosa cambia nel mondo del lavoro, nei ceti medi (pericolosi nei periodi di crisi), nella cultura corrente. Inchieste per le quali potrebbero essere di grande aiuto i circoli, con inchieste sul territorio. Povertà e concentrazione di ricchezza e lotta per un'imposta patrimoniale (anche Einaudi la proponeva). La scuola e il mondo giovanile che è la principale vittima dell'attuale crisi, ma è da questo mondo che può venire la speranza e la forza di cambiare. Bisogna analizzare, conoscere meglio la realtà di questa difficile stagione e trovare motivi di speranza. Certo il proverbio dice: «chi di speranza vive, disperato muore», ma senza speranza non si fa niente. Era la speranza di un mondo migliore che ha animato le lotte del secolo passato. E su questo i circoli potrebbero aiutarci molto. Ci indichino loro possibili iniziative e noi saremo con loro. A tal fine dovremmo attivare una seria corrispondenza con i circoli e con le loro proposte.
Quanto alla pagina promessavi a Bologna, il giornale è disponibile. Scriveteci quel che il giornale dovrebbe o potrebbe fare e, in ogni caso, apriremo una utile corrispondenza.
Tutto quel che ho scritto vale, dovrebbe valere, per il rilancio del nostro giornale ma è impellente quello della sua salvezza. Ne stiamo discutendo, sapendo che per questi mesi il comando amministrativo è dei liquidatori.
Credo, ma sono ancora solo ipotesi, che dovremo costituire una nuova cooperativa che prenda in affitto la testata, oggi in mano dei liquidatori. Fatto questo c'è l'ipotesi di una diffusa proprietà collettiva. E per questo vedremo se torneremo a fare ricorso all'azionariato o ad altro. La questione si porrà tra l'autunno e l'inverno, poiché se ce la facciamo questa fase dovrebbe durare fino ai primi mesi della primavera prossima.
Quindi usiamo questo tempo per avanzare e discutere progetti, ma sempre sapendo bene che decisivi sono sempre i contenuti del giornale e quindi i suoi programmi, le sue campagne. Insisto apriamo una discussione sui contenuti, sul famoso «che fare?».
L'obiettivo principale è quello di dare al manifesto una fisionomia più netta, che lo distingua dagli altri giornali. Per questo, insisto, ci vogliono inchieste e campagne per e contro. E' con le campagne che un giornale assume un volto preciso e diverso da tutti gli altri e questo dobbiamo farlo in tutti i settori: la cultura, la politica interna, gli esteri, l'economia. Ma le campagne per essere serie debbono partire da inchieste: che cosa sta accadendo nella cultura e via di seguito.
Altro problema che avete posto è quello della proprietà collettiva, sulla quale sono del tutto d'accordo (come ricorderete avevamo lanciato la costituzione di una Spa). Ma anche questo problema non va affrontato solo in termini di denaro da dare al giornale: dovremo pensare a uno statuto, a regole sul rapporto tra proprietà e redazione e tutto questo sempre - credo io - nel senso dell'autonomia di quelli che ogni giorno lavorano a fare il giornale.
Torno a concludere: scrivete, fate proposte, fate critiche, apriamo una discussione su che cosa deve essere il nuovo manifesto. Dalla sua nascita sono passati più di quarant'anni e bisogna prendere di quel che è cambiato, delle difficoltà presenti, degli obiettivi che ci dobbiamo porre. Insomma l'invito è a un lavoro collettivo
L’assemblea del 13 agosto a Solaio di Pietrasanta






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