
Siamo stati pionieri, passiamo on line
di Luciana Castellina -28.02.2012
Cari compagni, non ho scritto fino ad ora perché parlarvi direttamente mi viene francamente più naturale: per quanto non più in redazione da tantissimo tempo mi sento comunque troppo interna al manifesto per dover ricorrere ad una missiva per dirvi quel che penso. E tuttavia nelle rare assemblee del giornale cui talvolta partecipo intervenire mi risulta altrettanto difficile: non spartisco con voi la condizione durissima cui siete da anni costretti (fatica e retribuzione minima e saltuaria, ora rischio di perdere anche questa). Ogni suggerimento può così suonare fastidioso.
E però non posso neppure limitarmi a inviare i mille euro e dire «manifesto per carità non devi morire». Per via della storia sono tenuta anche io a cercare soluzioni, se ce ne sono, e a imprimere correzioni se vanno e possono esser apportate. Ci provo.
Nella minaccia di chiusura giocano fattori politici ed economici, peraltro strettamente intrecciati.
Comincio dal primo. Qui c'è un dato oggettivo e generale, la crisi perdurante della sinistra dopo una sconfitta storica da cui nessuno sa ancora bene come riprendersi. E poi ce ne è uno più specifico, il modo come il manifesto opera in questo contesto durissimo. Sono i temi già toccati da Rossana.
Quando il quotidiano nacque nella dichiarazione che lo annunciò scrivemmo: «È perché è arrivato il momento di una iniziativa generale e unificante, capace di rilanciare il lavoro di promozione di un movimento politico, di una iniziativa capace di ridare unità e continuità d'orientamento ai militanti impegnati con noi e capace soprattutto di stabilire un contatto con quel ventaglio disarticolato di forze sociali che rifiutano l'ordine attuale, che abbiamo bisogno di un quotidiano». Il linguaggio è datato e le forze in campo erano allora ben diverse e entusiaste, è ovvio che il manifesto non può essere più questo. Allora, oltretutto, il giornale era anche un movimento politico organizzato, oggi non lo è più. E però penso che occorrerebbe sforzarsi di far vivere almeno qualcosa di quell'ispirazione.
Vale a dire: la consapevolezza che il manifesto non è solo un giornale, ma una delle componenti stesse del movimento.
Che vuol dire oggi, in una situazione in cui i movimenti sono non solo più deboli ma anche più frastagliati; che sono tramontati i partiti, piccoli e grandi, che attivavano quella partecipazione che aveva reso l'Italia il paese più politicizzato del mondo? Vuol dire - a me pare - farsi carico, sia pure senza rinunciare alla critica, dei tentativi di costruire qualcosa di chi sta, bene o male, in campo; di sentirsene parte, e non commentatore esterno, o semplice raccoglitore di tante e diversissime opinioni. Perché noi non siamo dissidenti, vorremmo essere alternativi, non appagati dalla denuncia ma impegnati, su ogni cosa di cui si parla, a individuare il che fare, non nell'ottica di una minoranza che può dire quel che vuole perché tanto non incide, ma in quella di chi sente di avere una responsabilità generale.
Che vuol dire oggi, in una situazione in cui i movimenti sono non solo più deboli ma anche più frastagliati; che sono tramontati i partiti, piccoli e grandi, che attivavano quella partecipazione che aveva reso l'Italia il paese più politicizzato del mondo? Vuol dire - a me pare - farsi carico, sia pure senza rinunciare alla critica, dei tentativi di costruire qualcosa di chi sta, bene o male, in campo; di sentirsene parte, e non commentatore esterno, o semplice raccoglitore di tante e diversissime opinioni. Perché noi non siamo dissidenti, vorremmo essere alternativi, non appagati dalla denuncia ma impegnati, su ogni cosa di cui si parla, a individuare il che fare, non nell'ottica di una minoranza che può dire quel che vuole perché tanto non incide, ma in quella di chi sente di avere una responsabilità generale.
Questo è però possibile solo con uno scatto soggettivo, di ripoliticizzazione del corpo stesso del giornale, redazione e lettori. Dico lettori perché in tante lettere mi pare di avvertire un attaccamento al giornale più perché consola ritrovarsi fra dissenzienti che perché ti serve nel tuo impegno attuale. Una sorta di copertina di Linus. Alla fine temo ne risulti - salvo per quanto riguarda la Fiom ( e certo non è poco) - una distanza crescente fra chi fa il quotidiano e chi lo legge, o, peggio con chi non lo legge più.
Molti e autorevoli, infatti, scrivono, ma neppure loro sono chiamati a condividere le responsabilità del giornale, non fanno rete fra loro, né le reti esistenti (penso all'Arci, a Legambiente, ai sindacati, ai movimenti) riescono ad utilizzare il giornale per le loro battaglie, a sentirlo, come invece potrebbe essere, fino in fondo il loro giornale. Mi domando: li sentite? chiedete loro un parere (non un articolo, che può capitare)? gli affidate una campagna? Insomma: vorrei vedere diventare parte attiva nel giornale i tanti che invece si fanno vivi, e viene data loro voce, soltanto quando è in ballo la sopravvivenza.
L'indipendenza è sacrosanta, ma non fino al punto di sentirsi indipendenti anche dalle contraddizioni, ambiguità, difficoltà di scelte, necessità di misurare i rapporti di forza, di cui chiunque opera con responsabilità nella società è costretto a farsi carico.
Ma veniamo ai problemi tecnici. La redazione sa, perché ne parlo ormai da anni, che considero l'era cartacea ormai al suo termine. Oggi non si tratta più di un'opinione, ma di un dato su cui si interrogano tutte le grandi testate del mondo. La carta non può più essere usata perché non si possono continuare ad abbattere gli alberi; e i pacchi dei giornali non possono continuare ad esser trasportati di qua e di là perché farlo intossica l'aria. Noi stessi viviamo ormai in modo diverso: ci spostiamo molto di più anche perché se il lavoro diventa sempre meno "fisso" diventa anche molto più variabile il nostro percorso quotidiano: trovare, e fermarsi a, un'edicola è fatica.
Inoltre la cultura della rete ci ha contagiato tutti e questo significa che ci siamo abituati a interagire, dire la nostra, ribattere, aggiungere. Insomma: ad essere interattivi. Il che, in fondo, corrisponde a quanto facevamo quando eravamo un movimento politico organizzato, anche se allora il contatto non era virtuale.
Non è dunque solo perché non abbiamo i soldi per stampare su carta il giornale che avremmo dovuto da tempo anticipare un modo di comunicare (e di stare assieme) fatalmente destinato a diventare la norma: passare on line. Oltretutto i nostri lettori appartengono quasi tutti a una nicchia particolare, percentualmente molto più in rete di quella, per esempio, de Il Messaggero. Per noi, dunque, il passaggio potrebbe esser più facile.
E potremmo renderlo più agevole attraverso una serie di accorgimenti: per esempio, offrire sia il quotidiano attuale in pdf, per chi vuole continuare a leggerlo su carta, dotando gli abbonati (o almeno i circoli, le sedi sindacali, ecc.) di una stampante (costa poco e ancora meno potrebbe costare se stabilissimo un accordo con chi le produce); sia un vero giornale on line, che è diverso non solo per la tecnica con cui viene edito, ma per il suo modo di essere. Perché diventa una rete, una "community", un collettivo diffuso, non resta solo quotidiano.
Io credo che questa scelta sia "storicamente" inevitabile e credo che anticiparla, anziché arrivare buoni ultimi, sarebbe assai meglio. Il manifesto, fin dalla nascita, è stato pioniere, perché non dovrebbe esserlo anche ora?
Vista la grande solidarietà dimostrata da lettori e simpatizzanti non è improbabile che il giornale così come è ce la faccia. Ma per quanto tempo? Non sarebbe giusto proporre una cosa nuova, e per questa chiedere sostegno, anziché condannarsi alla periodica ansia della chiusura?
Non è qui il caso di entrare nei dettagli, ma è bene si sappia che un giornale on line (che ovviamente risparmia le ingenti spese della carta, della stampa, della distribuzione) può essere pagato, come già avviene per altri servizi (Pay Pal, via bonifico, con carta di credito). E 50 mila abbonamenti a pochi euro sono meglio di 3 mila al prezzo attuale.
Ma il giornale on line può essere finanziato indirettamente anche attraverso la fornitura di una serie di servizi connessi. Inventarseli e attivarli potrebbe essere un modo per dare occupazione a una larga parte del collettivo, a condizione, ovviamente, di modificare molto il tipo di prestazione di ognuno, che dovrebbe diventare in qualche modo manager di se stesso (non è il posto fisso, che sebbene monotono come dice Monti sarebbe assai meglio, ma è meno peggio della disoccupazione). Con l'aiuto dei tanti che hanno know how si potrebbe mettere a punto un progetto capace di portare ad una consistente riduzione delle spese e ad un bilancio non più soggetto ai crepacuori.
C'è la voglia nel collettivo di provarci, di accettare la sfida, di animare un nuovo inizio? È chiaro che la fatica sarebbe molta e dunque serve una grande convinzione politica, una grande fiducia sull'import





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