mercoledì 18 settembre 2013
Il manifesto, alla scoperta del futuro
Mariuccia Ciotta, Gabriele Polo 02.03.2012
L'invito di Rossana Rossanda a fare un esame di noi stessi ci aiuta ad affrontare la crisi del manifesto non solo in chiave di sopravvivenza, ma andando alle radici del problema - che sono esistenziali, nel senso più profondo del termine. Esame che dobbiamo, oltre che a noi, ai nostri lettori, compagni, sostenitori che in queste settimane ci stanno concretamente abbracciando con un affetto tanto grande quanto non sempre adeguatamente corrisposto.
Ne L'umanità nei tempi bui Hannah Arendt descrive la tendenza di ritrarsi da un mondo diventato ostile, per costruirsi - individualmente o in un gruppo chiuso - una propria dimensione di sopravvivenza. E spiega quanto il rifugio-rifiuto e la sua «serenità» siano illusori e pericolosi: «Occorre mantenere una misura di realtà anche in un mondo diventato disumano, se non si vuole ridurre l'umanità a una parola vuota». In fondo è quello che abbiamo fatto nel/col manifesto. A un certo punto della nostra esistenza comune abbiamo affrontato i «lutti» e gli eventi traumatici (il crollo del socialismo e del movimento operaio organizzato, la globalizzazione, la guerra preventiva, il collasso della democrazia... fino - giù giù scendendo - a Berlusconi e la scomparsa della sinistra italiana) senza riuscire a elaborarli, semplificandoli come disgrazie da cui difendersi in testimonianza del vero e giusto, riducendoli a sciagure senza futuro - anziché traumi che riproponevano problemi a un nuovo livello, nuovi conflitti e nuove sfide da affrontare - finendo per chiuderci in una nostra ipotetica comunità, persino dipingendoci come luogo incontaminato (da preservare dal contagio): belli come il sole, convinti del nostro diritto a esistere per il solo fatto di esserci. Insomma, diventando noi - il manifesto - un fine, non più un mezzo. Il grado di ipocrisia era evidente a tutti, ma tutti lo abbiamo negato fino a quando - con la fine del finanziamento pubblico - sono venute meno le condizioni materiali per poter garantire la sopravvivenza di un gruppo chiuso che fingeva di essere una comunità. E tutto è esploso, anche tra di noi, perché la mancanza di confronto politico ha aperto la strada alla centralità dei problemi individuali: il manifesto è diventato per molti principalmente un posto di lavoro, o un insieme di tribune separate su cui ognuno ricavava un proprio spazio pubblico. Ma il venir meno di un senso politico comune priva - almeno da noi - anche i posti di lavoro del loro unico possibile supporto o ragion d'essere. E il collasso diventa completo.
Tutto questo per dire che il futuro del manifesto (se sarà e qualunque forma possa prendere) non dipenderà né da una nuova forma di «partecipazione statale», né dalla pubblica generosità, né dalle ingegnerie aziendali, né dal marketing (per queste vie nel migliore dei casi si può unicamente gestire con dignità il declino). Come l'esperienza insegna le sottoscrizioni non possono risolvere il problema (semmai bisognerebbe coinvolgere i lettori in una nuova proprietà collettiva), solo una «ragione sociale» condivisa può aprire un futuro in cui sono essenziali la riscoperta del mondo esterno e il giudizio su di esso. Cioè la politicizzazione del discorso e il riconoscersi comune in esso. Come detto più volte la crisi della cooperativa e le sue lacerazioni sono il risultato di chiusure, di mancanza di confronto - non di un eccesso di discussioni e conflitti - nell'aver ridotto progressivamente il proprio lavoro (nonostante le tante generosità dei singoli) a un macchinismo freddo che insegue la quotidianità, la commenta o la fa commentare, ma guarda poco oltre il giorno per giorno. Anche per il manifesto vale ciò che si dice spesso per l'Italia: senza ricerca non c'è futuro.
La lettura del mondo non può più essere (se mai è potuta essere) un insieme di fatti separati e assemblati l'uno di fianco all'altro (magari poi delegando all'esperto o all'«intellettuale» di turno - negli ultimi anni sempre più un esterno - la sintesi analitica). In estrema sintesi, nell'impostazione del lavoro comune - nella testa di ciascuno di noi - l'internazionale non può essere ridotto a geopolitica, il capitalismo all'economia, il lavoro al sindacato, il potere alle istituzioni e/o organizzazioni politiche, la cultura a un insieme di mostre, libri, film, ecc; ciascuna persona e ciascun «genere» incasellati in specialismi, rubriche, spazi bloccati; tutti a rincorrere avvenimenti e notizie che altri pubblicano più velocemente e più diffusamente di noi, in una concorrenza al ribasso, diventando un formato mignon di altri giornali. Del resto siamo sempre parziali (come tutti i media e sempre di più), ma seguendo un generalismo ondivago che quasi mai offre una costruzione logica del discorso e della sua comunicazione. Bisogna avere il coraggio di scegliere - di dividersi sulle scelte - e stabilire le griglie prioritarie su cui fissare l'attenzione e costruire un «racconto».
Due grandi «oggetti» segnati da crisi-trasformazioni dovrebbero essere al centro della ricerca, del racconto, dell'analisi: il capitalismo e la democrazia rappresentativa, due «entità» le cui crisi si intrecciano e condizionano.
La crisi «nel» capitalismo è anche la crisi del sistema, perché se il capitalismo consuma e mangia se stesso per riprodursi, è anche vero che non può ripresentarsi nella sua forma passata. I subprime, crimini propri del liberismo non suoi occasionali «errori», hanno fatto esplodere una crisi mondiale, una seconda Grande depressione più radicale della prima. Per dirla con una suggestione storica - puramente indicativa, come tutte le suggestioni - l'attuale crisi sembra essere in economia ciò che è stata la peste nera in demografia. Allora (metà del '300) una crescita demografica troppo grande per le capacità alimentari, scientifiche e igieniche dell'epoca venne stroncata da un'epidemia che in meno di un decennio provocò venticinque milioni di morti in Europa. Tentarono invano di affrontarla con i salassi (ricorda qualcosa?), falcidiò il 30 per cento della popolazione del continente, fu una sanguinosa «pulizia demografica», da cui l'Europa uscì un secolo dopo con il Rinascimento (di cui fu, in qualche modo, lontana premessa). La crisi economica ha la stessa portata epocale di quella crisi demografica e determinerà cambiamenti altrettanto rilevanti: il gonfiamento della finanza oltre ogni sopportabile limite e lo squilibrio dei consumi stanno provocando una strage che una ristretta cerchia di oligarchi concepisce come una sorta di «pulizia economica» per un nuovo «sviluppo» dei profitti basato sulla riduzione del lavoro a pura merce. Poiché non tutti la pagano allo stesso modo, poiché questo ridefinisce poteri e possibilità, poiché le ricette (i salassi) non derivano da un presunto e incontestabile stato di natura (la stessa «filosofia» con cui negli anni passati veniva descritto il liberismo), c'è un bel po' di cose da indagare e un gran campo di battaglia su cui combattere, dalle politiche keynesiane all'elaborazione di nuove pratiche anti-capitalistiche.
L'altra questione centrale, l'altra «griglia», è la crisi-collasso della democrazia rappresentativa. In occidente, la democrazia ha finito per essere considerata sinonimo di politica, diventando quasi un luogo comune, al di là delle sue reali pratiche. Le sue radici affondano nella fine della grande guerra civile europea (il '600 e le guerre di religione), la sua storia ha attraversato quattro secoli e più di una rivoluzione. Fino ad andare in tilt con la globalizzazione, quando - insieme al capitalismo - la democrazia rappresentativa a base parlamentare annunciava se stessa come futuro del mondo. E, invece, proprio laddove si era affermata (i paesi a «democrazia reale») è diventata un simulacro di se stessa: la crisi economica e la finanziarizzazione del capitalismo hanno logorato e svuotato i poteri delle istituzioni, lo stesso concetto di rappresentanza è diventato sempre più aleatorio. In tempo di crisi la democrazia vive una condizione di sovranità limitata e condizionata dai vincoli dei mercati e questo limite si rovescia nel populismo e nel neofeudalesimo delle piccole patrie fascistoidi: una sorta di pericolosa parodia delle scontro tra plutodemocrazie e nazionalismi aggressivi del XX° secolo.
Questo collasso della rappresentanza apre un enorme campo d'indagine e d'intervento (dal problema del superamento della forma partito alle relazioni con i movimenti, alle pratiche di rappresentanza degli indignados di tutto il mondo, da Wall Street a piazza Tahrir). Ci vorrebbero inchieste e analisi a campo illimitato, oltre frontiera. A patto che si prenda atto del collasso in corso e del fatto che non è risolvibile in chiave italiana, tanto meno in chiave di palazzo: è una questione profonda, una svolta storica e globale.
Prendiamo tre luoghi (non a caso), non per escludere il resto ma per segnalare la centralità della doppia crisi economia-democrazia: Americhe, Europa, Italia.
Le Americhe sembrano una sorta di esposizione universale di politiche uscite dal secolo breve in relazione anche conflittuale, ma dinamica, tra loro. Ciò che resta del terzomondismo degli anni '60, la rielaborazione dei movimenti di liberazione nazionale in versione XXI° secolo, esperimenti di democrazia partecipativa del primo antiliberismo e... Obama, che fa caso a sé. Curiosamente il sud - che ha pagato prima la crisi del liberismo anche con crack terribili - ora sopporta meglio la crisi del nord. Dove - Stati uniti - il conflitto tra gli eredi dei Chicago boys e i neokeynesiani è palese, con alla Casa bianca un tentativo di new deal che conosce forti contrasti e limiti (un vero e proprio conflitto radicale, non solo politico nel senso di elettorale) e che rappresenta il più interessante campo di ricerca della trasformazione in atto nell'ex primo mondo, in connessione con ciò che accade all'interno del suo principale antagonista economico, la Cina (che meriterebbe un'attenzione particolare). Le Americhe non si possono raccontare che dentro una globalità attraversata dallo scontro sulle politiche economiche - una vera e propria guerra, non meno cruenta di quelle militari, con cui ha una stretta relazione - e sulla ridefinizione delle piramidi sociali, che hanno in palio la «semplice» domanda: chi paga il debito?
E, qui, arriviamo in Europa, dove la crisi è più radicale, più foriera di conflitti nelle istituzioni (politiche ed economiche), più pericolosamente nutrice di populismi e «guerre tra poveri». In queste settimane appare evidente come si possa speculare sui debiti degli stati finché questi ce la fanno, ma quando si va in recessione (cessano gli investimenti, si gonfia la disoccupazione, calano le entrate pubbliche), c'è poco da speculare. Perdono tutti, inclusi molti capitalisti. Non è un caso che, malgrado la perdita di una delle tre A, i famosi mercati non si siano messi ad azzannare la Francia e il nostro tasso per far debiti è rimasto fermo. Draghi ha eluso la proibizione tedesca e immesso un bel po' di liquidità nelle finanze degli stati. La Merkel - che "giustamente" va a fare campagna elettorale per Sarkozy - prova a rispondere con la sua dottrina che insiste sul vincolo del debito. Come Obama, perfino Hollande ha capito che va attaccata la finanza. Fra quattro mesi il duo franco-tedesco potrebbe non esserci più. Ma per ora è «guerra» aperta in Europa (anche senza le Panzerdivision), si tagliano i servizi e crollano i consumi di massa e a pagare più di tutti è chi vive di lavoro (dopo che il lavoro e i suoi soggetti sono stati ridotti a merce semigratuita e paraservile) e reddito da lavoro (tali sono pensionati e assistiti). In tutto questo non esiste una sinistra o un sindacato a livello continentale, perché tali non sono le singole organizzazioni o partiti nazionali. È pensabile un nuovo racconto europeo della crisi, un intreccio delle resistenze e delle sperimentazioni (quasi tutte ancora legate al loro specifico, vedi i «benecomunisti»), una politica che affronti la decimazione economica in corso con metodi e contenuti anticapitalistici (a partire dalla contrapposizione al finanzcapitalismo, per dirla alla Gallino) che si ponga il problema e la pratica di una nuova rappresentanza democratica visto che quella che abbiamo conosciuta è stata abbattuta dalla globalizzazione o sopravvive come vuota rappresentazione di casta? Sarebbe un bel terreno di ricerca.
Come sarebbe opportuno andare a fondo sulla situazione italiana ed essere radicali nella sua lettura almeno quanto radicale è il cambiamento. Dopo la dissipazione delle regole, del diritto e la proliferazione della filosofia dell'abuso (con tutte le illusioni che hanno fatto del berlusconismo un'autobiografia nazionale), siamo entrati nel tunnel del «governo dei saggi», quelli non eletti, quelli designati - dall'alto di una commissione Ue e poi di un colle romano - per «fare pulizia». Una svolta extracostituzionale - se non anticostituzionale - che ha istituzionalizzato la sospensione della democrazia rappresentativa in nome della salvezza nazionale. Inutile qui dilungarsi sui particolari di cui parliamo ogni giorno. È forse utile, invece, chiedersi come sarà la «politica» dopo il governo Monti, perché questo non sarà una parentesi di riordino del disordine precedente; siamo di fronte a un passaggio fondativo che cambierà tutto nel paese («riforme inarrestabili» e ridefinizioni delle piramidi della ricchezza), nei poteri (da quelli economici a quelli amministrativi legittimati dalla neutralità «tecnica» o sorretti dall'uso della forza militare) e nella rappresentanza istituzionale (i partiti non saranno più gli stessi e non avranno più lo stesso ruolo avuto nella storia repubblicana, se mai esisteranno davvero e non solo come forma elettorale mutabile a ogni appuntamento). I cambiamenti saranno persino più radicali rispetto a quelli avvenuti dopo Tangentopoli, perché la rivoluzione questa volta è continentale, non riguarda le relazioni tra poteri dentro una nazione o stato, ma dentro un continente. Per chi volesse affrontare questo terreno di analisi e racconto della realtà lo spazio sarebbe enorme, visto l'appiattimento mediatico in corso; ma la sfida è alta, presuppone studio, rigore, fantasia e passione: per dirla in breve, non basta più leggere il mondo con aggettivi un po' più di sinistra rispetto a Repubblica o un po' meno legalitari rispetto al Fatto; quel che servirebbe è proprio un altro punto di partenza del discorso, un altro tono, altri punti di riferimento, non la rassegna stampa quotidiana.
In che «formato» approcciare tutto questo? Giornale di carta o giornale digitale? L'interrogativo è ormai vecchio e la risposta - teorica - sarebbe troppo facile quanto astratta: entrambi, da declinare a seconda dei mezzi (economici) a disposizione. L'obiettivo dovrebbe essere quello di «sedurre un pubblico in azione» di ogni età, e non quello nostalgico (alimentato dalla malinconia). Insomma, non generici «giovani», che spesso sono molto vecchi, ma chi chiede strumenti di interpretazione, e ama il «movimento», chi vuole essere là dove si producono i cambiamenti. Serve una formula editoriale che riprenda l'azzardo della nostra storia, la sperimentazione, l'anticipo sui tempi, articolando strumenti che non hanno lo stesso linguaggio: diversi nel tono, accomunati nel discorso. Un metodo che ripristini quel mix magico tra cultura eretica dei nostri fondatori e le generazioni dell'esperienza sessantottina e post. Con un ventaglio di interventi il più ampio possibile, dall'economia all'alimentazione, dal lavoro al gioco, dalla società alla filosofia, dalla storia al viaggio. Il punto non è «coprire tutto» e darne conto in un assemblaggio di pezzi scollegati, ma «avere in testa» tutto (o il più possibile). Quando siamo riusciti ad avvicinarci a questo metodo di lavoro è stato grazie a un confronto continuo, pieno di passioni, in cui il rispetto reciproco riusciva a tenere assieme le differenze facendole essere una ricchezza. La desertificazione del confronto (arrendersi alla fatica del discutere) e la routine ci hanno reso più banali, ripetitivi, meno interessanti. Di carta od on line, quotidiano o settimanale, serve un giornale straniero, dribblando il provincialismo italiano. Un giornale del mondo e che dal mondo ricavi la sua gerarchia di notizie. E che metta in cantiere inchieste, analisi e racconti sui paesi dove si producono esperienze buone per ogni latitudine rivoluzionaria. In un'era di trasformazione e di incertezza, per sperimentare servono gli ibridi di ogni tipo, le contaminazioni rispetto alle identità «purissime» culturali o territoriali.
Perché dire ora tutto questo? Senza sapere cosa succederà domani e senza una proposta organica di «prodotto»? Perché - con la liquidazione coatta amministrativa, in regime di «gestione provvisoria» - non abbiamo più nulla da perdere. Avendo speso parecchi anni in quest'impresa - senza esentarci da errori e responsabilità - vorremmo evitare il rimpianto del non aver fatto «un esame di noi». Mal che vada, a futura memoria.
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