mercoledì 18 settembre 2013
4 novembre 2012
Una «spa»
per il comunismo
Matteo Bartocci
 
Dal '95 la testata è nostra e di 6.826 soci che hanno fatto una «buona azione» Negli anni Novanta abbiamo scelto l'azionariato popolare a sostegno del giornale. Errori ne abbiamo fatti tantissimi. Ma siamo rimasti sempre un giornale indipendente
Anche se molti lo dimenticano, il manifesto è già una proprietà collettiva. Una proprietà collettiva addirittura due volte. La prima proprietà diffusa è nella cooperativa oggi in liquidazione, che ha 103 soci (tutti dipendenti o ex dipendenti). Una coop editoriale che oltre a pubblicare il giornale e i suoi supplementi ( Alias e il Diplò ) controlla anche, con il 78,22% delle azioni, la "holding" proprietaria della testata. Il manifesto, infatti, è proprietà di una spa ad azionariato popolare creata nel 1995. Una società in cui il 78% delle quote sono in mano alla cooperativa editrice (oggi sostituita dai liquidatori) e il 22% è diviso tra circa 7mila soci: 6.533 azionisti singoli (15,3% delle quote), 27 cooperative (2,6%), 45 società diverse (2,6%), 109 enti sindacali (camere del lavoro, categorie, etc., pari all'1%), 93 associazioni (Arci, etc, pari allo 0,2%) e 18 strutture di partito (che hanno un minuscolo 0,1%,). In tutto 6.826 soggetti molto diversi tra loro che nel 1995 acquistarono azioni pari a 5,4 miliardi di vecchie lire.
Anche se all'epoca eravamo reduci dal picco di vendite dovuto all'autoscioglimento del Pci e dalla manifestazione straordinaria di Milano del 25 aprile 1994 contro Fini e Berlusconi, il manifesto era come sempre in profonda crisi finanziaria e la spa sembrò l'unico modo per salvaguardare la testata da ogni rischio e «capitalizzare» una cooperativa che anche allora era economicamente alle corde.
La sottoscrizione di questo 22% delle azioni partì in pompa magna il 20 gennaio 1995, dopo il via libera Consob del 22 dicembre. Ogni azione valeva 10mila vecchie lire. Unico patrimonio vero della manifesto spa era (ed è tuttora) la testata, che le perizie certificarono valere oltre 28 miliardi di vecchie lire (cioè 14,5 milioni di euro). In quattro mesi se ne raccolsero appunto 5,4. Con i quali, oltre a mettere tutto il giornale gratis su Internet (siamo stati il primo quotidiano nazionale ad avere un sito Web, all'inizio del 1995), la coop decise tra l'altro di avviare uno splendido e costosissimo settimanale ( Extra ), una casa editrice (la manifestolibri oggi anch'essa in liquidazione) e le edizioni musicali. Mentre la spa, in modo avventato, decise di aprire una libreria-centro convegni a via Tomacelli e un'agenzia di viaggi "alternativi". Due spin off imprenditoriali che però fallirono presto: la libreria - bellissima, nella sede di Mondoperaio dove oggi si vendono le Poltrone Frau - chiuse i battenti 5 anni dopo sotto un mare di debiti. E vita ancora più breve ebbe l'agenzia di viaggi "manifestina" (Cogevi).
In cantiere all'epoca c'erano anche altri progetti magnifici: un giornale multimediale ante litteram e addirittura una televisione («Un network di tv locali per la restituzione moderna dei comizi», disse Valentino al Corriere della Sera ). All'epoca il giornale era un "colosso" da 146 dipendenti (86 giornalisti e 60 poligrafici). E le vendite nel '94 hanno raggiungevano il nostro massimo storico: 51.082 al giorno.
Eppure la capitalizzazione non bastò. Nonostante la vittoria dell'Ulivo, il nostro 25esimo compleanno (il 28 aprile del 1996) si celebrò all'insegna di sempre: stipendi non pagati, crollo di 10mila copie in edicola, 30 persone in cassa integrazione a rotazione, tagli alle spese draconiani. Andava così male che nel 1996 vendemmo il giornale a 10.000 lire e il 19 dicembre 1997 uscimmo in edicola con un prezzo astronomico: 50.000 lire (lo acquistarono in 40mila). In meno di due anni, il debito della cooperativa verso la spa ammontava già a 3 miliardi. E a proposito di proprietà «illuminata», nel '96 la seconda assemblea degli azionisti-manifestini preferì parlare più di Prodi che di bilancio. I debiti furono rimessi alla coop a stragrande maggioranza e per alzata di mano.
Tornando all'oggi. Il nostro bilancio 2011 (approvato a fine luglio) ha visto ricavi per 7,1 milioni di euro (5 milioni di vendite, 1 di abbonamenti e 1 di pubblicità) e perdite per 10,1 milioni di euro, in gran parte dovuti alla svalutazione della testata per effetto del giornale in liquidazione. Oggi il manifesto è valutato ufficialmente 5,47 milioni di euro (ultimo bilancio manifesto spa). Il 78% della cooperativa che i liquidatori effettivamente metteranno all'asta vale perciò 4,3 milioni di euro.
Un conto esatto non esiste ma non è esagerato dire che dalla fondazione a oggi il manifesto ha raccolto con sottoscrizioni straordinarie di ogni tipo e forma circa 18 milioni di euro. Perché questo giornale non ha editori ed è di chi lo fa e di chi lo legge. È una proprietà collettiva non da oggi ma da sempre. Nacque nel 1971 con 60 milioni di lire. E da allora non ha mai smesso di provare e riprovare. Da «francescani» della carta stampata, non abbiamo mai messo in dubbio l'uguaglianza tendenziale dei nostri stipendi e tutto quello che è entrato in cassa è sempre finito al giornale per il giornale. Di editori o padroni più o meno "illuminati" non ne abbiamo mai voluti (perfino Libération ha trovato il suo Rotschild...). Di errori ne abbiamo fatti tanti, anzi tantissimi. E molti ci rimproverano, ieri come oggi, che non è con l'elemosina che si fa un quotidiano. Che se non vendi abbastanza allora devi chiudere. Non capiscono che il manifesto è un varco, una possibilità, uno strappo nella trama del possibile. Perché questo giornale non lo facciamo da soli. Senza questo incontro/scontro quotidiano con chi lo tiene tra le mani smetterebbe di esistere un secondo dopo. Abbiamo imparato che forse un'impresa non può volare. Ma può volere. E se vuole, tutto può.
invia per email
Segnala l'articolo
al seguente indirizzo email



 
condividi  
 |  invia per email |  stampa
 
Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan  Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
 
    in edicola
sabato 14 settembre
 
Le «maschiette»
di Riyad
Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).

  In edicola
da martedì 17 settembre
 
VENICEBIENNALE
Dream, and It'll Pass
Viewing the 55th Venice Biennale
 
      IN VENDITA su kindle
XX SECOLO
Atlante storico
di Le Monde
Diplomatique
 
    IN VENDITA NELLO STORE
RECENSIONI
 
 
 
 
 
ILSITO
implementazione e sviluppo
Mir
hanno partecipato
Gianni Fotia [ab&c]
Raffaele Mastrolonardo
Nicola Bruno
contatti
 
ILMANIFESTO
direttore responsabile Norma Rangeri
 
consiglio di amministrazione   Benedetto Vecchi (presidente), Matteo Bartocci, Norma Rangeri, Silvana Silvestri, Luana Sanguigni
 
il nuovo manifesto società coop editrice
redazione amministrazione
00153 Roma via A. Bargoni 8
FAX 06 68719573, TEL. 06 687191
redazione@ilmanifesto.it
amministrazione(at)ilmanifesto.it
redazione di Milano
Via Lario 39 - 20159
02/ 89074385
 
Partita IVA: 12168691009
Codice fiscale: 12168691009
 
per la pubblicità su questo sito adv(at)mir.it