mercoledì 18 settembre 2013
4 novembre 2012
Un anno vissuto
pericolosamente
Matteo Bartocci
 
Il 3 febbraio scorso è iniziata la liquidazione coatta della cooperativa nata nel 1971. Un'era «dopo cristo» fatta di leggi, commissariamento, conti da fare e da pagare. Ecco un rendiconto provvisorio di quello che abbiamo fatto per decidere (bene) cosa dobbiamo fare adesso «Cerchiamo di non finire come molte storie di sinistra, tra scissioni e dispute teologiche»
 
Il 3 febbraio scorso è accaduto quello che sapevamo sarebbe accaduto: il manifesto è entrato in liquidazione coatta amministrativa. Una decisione che avevamo giudicato inevitabile dalla metà del 2011 e avviato formalmente il 30 novembre scorso. Il 15 febbraio la Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana certifica l'insolvenza della cooperativa editrice e avvia la liquidazione coatta amministrativa (Lca) del manifesto . Il ministero dello sviluppo nomina tre commissari liquidatori (Raffaele Cappiello, Mauro Damiani e Licia Polizio) che da quel momento in poi si occuperanno di chiudere la storia della coop che ha editato il giornale dal 1971, impegnandosi in questa difficilissima gestione provvisoria durata quasi un anno. Brutalmente, un'intera comunità è entrata improvvisamente nell'era «dopo cristo», fatta di leggi, compatibilità economiche, conti da fare e da pagare. Un limbo che dura ormai da quasi un anno e in cui, per miracolo e per amore, siamo riusciti a non perdere un giorno in edicola.

Arriva il «comunismo di guerra»
Un miracolo tanto più grande se si ricorda lo stato in cui siamo entrati in questo purgatorio. A febbraio gli stipendi non venivano pagati da 6 mesi nonostante fossimo già in stato di crisi e con un terzo dei compagni in cassa integrazione. Chi si era licenziato o era andato in pensione ha preso, se va bene, la metà del tfr. Buoni pasto e ferie arretrate erano (e sono ancora) fermi al 2010. Il cda non riusciva più a gestire un'impresa sull'orlo del baratro e la redazione era divisa sia sulla direzione che sulla rotta da prendere. Tanto che a ottobre scorso, un anno fa, Norma e Angelo si dimisero con due editoriali durissimi in prima pagina (il 5 e 12 ottobre). Insomma, un 2011 da «comunismo di guerra» ci aveva portato vicini alla morte per fame. Quel giorno di febbraio in redazione faceva freddissimo (pochi giorni dopo avrebbe nevicato in mezza Italia). Ma decidemmo, come sempre nei momenti di crisi, di fare quadrato e uscimmo con una copertina storica: «Senza fine».

Due mesi entusiasmanti
Valentino lanciò la campagna «mille per mille», mille garibaldini da mille euro, che servì a tappare i buchi più clamorosi verso collaboratori, fornitori e dipendenti. Un contributo generoso senza il quale oggi non saremo qui. Il collettivo si impegnò nella campagna di sopravvivenza con l'obiettivo di mantenere le vendite e raccogliere abbonamenti, almeno temporanei. Nel frattempo, il 24 febbraio, i liquidatori si insediarono a via Bargoni e iniziarono a comprendere il ginepraio politico e finanziario in cui erano finiti. Senza esagerare, da lì in poi sono stati tre mesi epici: tutti, collaboratori, fotografi e illustratori (tranne pochissime eccezioni) hanno continuato a fare il giornale con noi senza essere pagati, una straordinaria come sottoscrizione «attiva» al manifesto. E da quel giorno anche tutte le firme storiche del giornale, andate via via in pensione, hanno smesso di ricevere qualsiasi pagamento o rimborso spese. Abbiamo lavorato gratis et amore dei in condizioni impossibili. «Noi ci siamo e voi?», titolammo con la foto di un pupazzo di neve «manifestino». La reazione di lettori e sostenitori è stata stupefacente. Si mobilitano tra gli altri Dustin Hoffman, Jane Fonda, John Landis, Don De Lillo, Eduardo Galeano e Noam Chomsky, scrittori italiani e musicisti straordinari, dai Subsonica ai Massive Attack, Gene Gnocchi e Sabina Guzzanti. In meno di due mesi abbiamo raccolto più di 1 milione di euro. Le vendite, nonostante i cataclismi invernali, sono arrivate fino alla soglia «di sopravvivenza» delle 20mila copie quotidiane. In molti si sono abbonati per un anno nonostante i rischi di chiusura anticipata. E in tutta Italia, grazie ai nostri circoli e ad associazioni amiche, abbiamo organizzato più di 90 assemblee di sottoscrizione e discussione sulle sorti del giornale. Sono stati due mesi entusiasmanti. Ma non potevano durare.

L'estate è una cayenna
L'11 maggio, il fax del manifesto sputa un foglio firmato dai liquidatori che in 11 righe annuncia la chiusura immediata «delle complessive attività editoriali» del giornale e la mobilità per tutti i lavoratori. Quelle parole, non attese, ci gelano. Lì per lì non abbiamo le competenze legali per sapere se e come reagire. D'istinto, ci opponiamo. E usciamo in edicola con un enorme «NO» scritto in rosso a caratteri cubitali. Non è per via amministrativa che questa lunga storia politica e culturale finirà. Resistiamo, noi e voi, alle leggi del mercato e degli uomini. Ma i problemi restano tutti: i liquidatori chiedono licenziamenti immediati per non aumentare il debito del giornale. Tra di noi iniziano inevitabili tensioni tra presunti salvati e presunti sommersi. In assemblea concordiamo almeno su una cosa: cerchiamo di non finire come molte esperienze di sinistra, litigando tra noi, con scissioni o dispute teologiche. Il giornale prima di tutto. Capiamo tutti che 68 stipendi non sono più proponibili. E così tra maggio e giugno inizia un braccio di ferro durissimo tra liquidatori e sindacati sul tipo e la durata degli ammortizzatori sociali. Una trattativa ancora più complicata dalla riforma Fornero del mercato del lavoro discussa proprio in quei giorni. Nel governo e in parlamento, così come nella Fnsi e nella Cgil, troviamo orecchie sensibili e alla fine di giugno questa partita finisce con un dimezzamento della redazione tramite cassa integrazione a rotazione per tutti, senza esclusioni: 36 dipendenti non di più. Arriviamo all'estate mezzi morti, in pochi, pieni di malumori interni e dubbi esterni. Da fuori, forse, si pensa che il peggio è passato. Che basta fare meglio il giornale e tutto si risolverà. I liquidatori però ci avvertono che non possono aumentare il debito: se col caldo si squagliano le copie nessun dio ci può salvare. Luglio e agosto sono una cayenna.

Dopo l'uragano solo scogli
Fare il giornale è ogni giorno un percorso minato. Osserviamo i dati di vendita con l'incubo che tutto sia stato inutile, che i sacrifici e l'entusiasmo non siano serviti a niente. Il polso del manifesto è debole. La crisi morde duramente e spendere i soldi in edicola è una scelta per molti ma non per tutti. La pubblicità nel frattempo crolla e il governo Monti (tramite l'ex sottosegretario Malinconico) prova ad abolire i contributi all'editoria che a fine anno rimborseranno in parte almeno le spese. Si annuncia un autunno da incubo. Siamo appesi all'edicola e ai conti di ogni giorno. Per alcune settimane in redazione mancano la carta igienica e quella per le fotocopie. Spediamo i libri per le recensioni scollando i francobolli dalla posta che riceviamo. Gli stipendi di chi è in cig non arrivano a mille euro e di mandare inviati in giro neanche a parlarne. Raduniamo tutte le nostre forze, cazziamo le vele e il giornale scricchiola ma va avanti. Ad agosto decidiamo di ripubblicare le prime pagine storiche in formato gigante. E a settembre riemergiamo con la consapevolezza di un naufrago che ha superato un uragano ma di fronte a sé vede solo scogli. Settembre e ottobre passano in assemblee lunghe e tese. Di fronte a noi, lo sappiamo, c'è la chiusura del giornale e l'asta giudiziaria della testata. Sul futuro si confrontano diverse ipotesi, non tutte uguali tra loro. Nessuna indolore. La cooperativa è fallita ma il manifesto era ed è ancora l'unica testata nazionale senza padroni. «il manifesto è morto, viva il manifesto». Ma questa è un'altra storia. Ancora tutta da scrivere.
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