
Un omicidio
senza colpevoli
di Francesco Piccioni
Il 22 febbraio del 1980, a Roma, tre fascisti uccidono Valerio Verbano, 19 anni, studente, militante nell'«autonomia operaia». E' un omicidio che fa scalpore, nonostante l'estrema violenza del periodo: gli assassini hanno atteso Valerio in casa sua, dopo aver legato e imbavagliato i genitori. Dalla dinamica dell'aggressione si intuisce l'intenzione di «interrogare» Valerio; la pistola munita di silenziatore, abbandonata nella fuga, può spiegare molto su come si sarebbe concluso comunque l'«interrogatorio».Valerio, però, di ritorno da scuola, non si fa immobilizzare e riesce addirittura a disarmare uno dei fascisti; poi viene colpito alla schiena da un proiettile calibro 38, esploso da un revolver Smith&Wesson. Il colpo perfora il polmone, la morte giunge di lì a poco, insieme all'ambulanza. Un vicino di casa descriverà alla polizia i volti di due dei fascisti; un mese dopo, però, lascerà l'abitazione di via Monte Bianco e più tardi ritratterà la sua deposizione. Erano anni in cui i ragazzi diventavano «grandi» molto rapidamente. Valerio era stato arrestato 10 mesi prima mentre in un casolare abbandonato provava a costruire bottiglie molotov insieme a quattro suoi compagni. Nel corso della successiva perquisizione la polizia trovò in casa un pistola e, soprattutto, un dossier documentatissimo sui gruppi fascisti della zona compresa tra corso Trieste, Talenti, Montesacro. Un lavoro di «controinformazione», come si diceva allora, comune a quasi tutta la sinistra, per evitare infiltrazioni.
Ci furono nell'immediato diversi tentativi di depistaggio. Ma l'unica rivendicazione attendibile è una telefonata all'Ansa, la sera stessa del delitto, a nome dei Nar (i Nuclei armati rivoluzionari, gruppo che fra gli altri comprendeva Mambro, i Fioravanti e Alessandro Alibrandi, figlio di un famoso magistrato romano). Lì viene detto che il colpo omicida è un calibro 38 e che una pistola calibro 7,65 è andata persa nella colluttazione. Dettagli che la polizia ancora non aveva reso noti. Seguirà anche un volantino con la stessa firma, che non fa il nome di Valerio ma si limita a rivendicare «il martello di Thor che ha colpito a Montesacro». Un linguaggio che alcune ricostruzioni giudicheranno più vicino al gruppo «Terza posizione» (Tp) che non ai Nar veri e propri. Ma i due gruppi, del resto, avevano più di un punto di contatto. Di certo Giorgio Vale, leader del «nucleo operativo» di Tp, confluito da poco nei Nar. Negli anni successivi, i vari «pentiti» dei Nar e di Tp hanno confessato di tutto, ma su questo omicidio sono rimasti vaghi. Poche dichiarazioni, sempre de relato o mere «ipotesi», agevolmente archiviate dal magistrato.
L'inchiesta sull'omicidio era stata affiata al giudice Claudio D'Angelo. Per un breve momento prendono in mano il fascicolo anche i giudici Sica e Santoloci. Si cerca di capire, viene affermato, se l'uccisione abbia origine del «dossier» sequestrato a Valerio qualche mese prima. Ma l'incartamento non viene più trovato nell'«ufficio corpi di reato». Ricompare a giugno e finisce sul tavolo dell'unico sostituto procuratore che indaga a tempo pieno sul terrorismo nero a Roma, il giudice Mario Amato, che verrà ucciso il 23 di quello stesso mese.
Tutta l'inchiesta sull'omicidio prosegue su questa falsariga. Ai genitori vengono fatti vedere alcuni neofascisti arrestati in quel periodo e nei mesi successivi, ma nessuno somigliante agli identikit. Alla richiesta di vedere almeno delle foto segnaletiche la Digos di allora risponderà «non ne abbiamo». L'istruttoria verrà chiusa nel 1989. Il giudice D'Angelo riterrà certo «l'ambiente criminoso» - il giro dei fascisti - ma impossibile l'individuazione dei responsabili. Anni dopo, nel '97, il giudice milanese Mario Salvini, nel tentativo di trovare qualche indizio sull'uccisione di Fausto e Iaio (avvenuta a Milano, nel 1978), chiederà all'Ufficio corpi di reato del tribunale di Roma la pistola abbandonata dai fascisti in casa di Valerio, per sottoporla a perizia. Inutile. E' scomparsa anche quella. Non si può dire, insomma, che la giustizia si sia sforzata di arrivare ai colpevoli. Anzi.
Ci furono nell'immediato diversi tentativi di depistaggio. Ma l'unica rivendicazione attendibile è una telefonata all'Ansa, la sera stessa del delitto, a nome dei Nar (i Nuclei armati rivoluzionari, gruppo che fra gli altri comprendeva Mambro, i Fioravanti e Alessandro Alibrandi, figlio di un famoso magistrato romano). Lì viene detto che il colpo omicida è un calibro 38 e che una pistola calibro 7,65 è andata persa nella colluttazione. Dettagli che la polizia ancora non aveva reso noti. Seguirà anche un volantino con la stessa firma, che non fa il nome di Valerio ma si limita a rivendicare «il martello di Thor che ha colpito a Montesacro». Un linguaggio che alcune ricostruzioni giudicheranno più vicino al gruppo «Terza posizione» (Tp) che non ai Nar veri e propri. Ma i due gruppi, del resto, avevano più di un punto di contatto. Di certo Giorgio Vale, leader del «nucleo operativo» di Tp, confluito da poco nei Nar. Negli anni successivi, i vari «pentiti» dei Nar e di Tp hanno confessato di tutto, ma su questo omicidio sono rimasti vaghi. Poche dichiarazioni, sempre de relato o mere «ipotesi», agevolmente archiviate dal magistrato.
L'inchiesta sull'omicidio era stata affiata al giudice Claudio D'Angelo. Per un breve momento prendono in mano il fascicolo anche i giudici Sica e Santoloci. Si cerca di capire, viene affermato, se l'uccisione abbia origine del «dossier» sequestrato a Valerio qualche mese prima. Ma l'incartamento non viene più trovato nell'«ufficio corpi di reato». Ricompare a giugno e finisce sul tavolo dell'unico sostituto procuratore che indaga a tempo pieno sul terrorismo nero a Roma, il giudice Mario Amato, che verrà ucciso il 23 di quello stesso mese.
Tutta l'inchiesta sull'omicidio prosegue su questa falsariga. Ai genitori vengono fatti vedere alcuni neofascisti arrestati in quel periodo e nei mesi successivi, ma nessuno somigliante agli identikit. Alla richiesta di vedere almeno delle foto segnaletiche la Digos di allora risponderà «non ne abbiamo». L'istruttoria verrà chiusa nel 1989. Il giudice D'Angelo riterrà certo «l'ambiente criminoso» - il giro dei fascisti - ma impossibile l'individuazione dei responsabili. Anni dopo, nel '97, il giudice milanese Mario Salvini, nel tentativo di trovare qualche indizio sull'uccisione di Fausto e Iaio (avvenuta a Milano, nel 1978), chiederà all'Ufficio corpi di reato del tribunale di Roma la pistola abbandonata dai fascisti in casa di Valerio, per sottoporla a perizia. Inutile. E' scomparsa anche quella. Non si può dire, insomma, che la giustizia si sia sforzata di arrivare ai colpevoli. Anzi.






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