mercoledì 18 settembre 2013
6 gennaio 2012
La corte temporeggia 
e riaggiorna. 
Seduta-farsa per ViK

Michele Giorgio
 
Il processo che prometteva verità e giustizia in tempi rapidi sembra impantanarsi. Il manifesto rivela le confessioni degli imputati: Vittorio è stato pedinato per due mesi. A ucciderlo sarebbero stati in tre, dopo il fallimento dello scambio di ostaggi. Non si esclude una regia esterna
Ha un limite la comprensione per i problemi e le difficoltà che a Gaza attraversa il sistema giudiziario. Non è accettabile quanto è accaduto ieri alla Corte militare della Striscia dove da quattro mesi è in corso il processo agli imputati per il sequestro e l'assassinio di Vittorio Arrigoni compiuti lo scorso aprile a Gaza da una sedicente cellula salafita.
Le indiscrezioni, raccolte tra martedì e mercoledì dal manifesto, annunciavano un'udienza di particolare importanza. Speravamo perciò di assistere ad un dibattimento concreto, sui motivi di un sequestro e di un assassinio che hanno generato forte sdegno a Gaza e in Italia. Vittorio era un amico dei palestinesi, era impegnato a diffondere informazioni dettagliate e continue sulla condizione di Gaza e a cercare di proteggere, con la sua presenza nelle aree a rischio, contadini e pescatori (i più danneggiati dalle misure nei confronti di Gaza che attuano le autorità militari israeliane). Ma ieri le cose sono andate nella direzione opposta a quella sperata. L'ultima udienza è stata la più breve delle nove che si sono svolte dallo scorso 8 settembre ad oggi ed anche la più inutile e, per certi versi, paradossale.
La prima sorpresa è venuta da Amr Abu Ghoula, uno dei quattro imputati, agli arresti domiciliari perché accusato di reati minori. Abu Ghoula ieri non si è fatto trovare nella gabbia degli imputati, violando l'ordine di presentarsi all'udienza. La corte, registrata la sua assenza, ha subito spiccato un mandato di arresto ma fino a ieri sera di Abu Ghoula non si sapeva nulla.
La seconda sorpresa è stata la rapidità con la quale la stessa corte, dopo aver appreso che la difesa non aveva ricevuto alcuni documenti relativi alle prove prodotte dalla procura militare, ha aggiornato il processo al 16 gennaio. Quattro-cinque minuti in tutto, questa la durata dell'udienza. È inaccettabile.
A settembre il procuratore aveva parlato di tempi molto stretti per lo svolgimento del processo nel pieno rispetto, naturalmente, dei diritti degli imputati e di tutte le parti coinvolte. Senza dimenticare le assicurazioni date alla famiglia Arrigoni e all'Italia da Ghazi Hamad, vice ministro degli esteri del governo di Hamas. Di mesi però ne sono già passati quattro e nove udienze non sono bastate ad andare alla sostanza di un assassinio che lo scorso aprile ha fatto il giro del mondo. Tutto ciò è un affronto, a nostro avviso, alla famiglia Arrigoni che pure ha scelto la riservatezza, evitando di commentare pubblicamente le indagini e il processo. Senza dimenticare che Egidia Beretta e Alessandra Arrigoni, la madre e la sorella di Vittorio, il mese scorso, rispondendo ad un appello dei famigliari degli imputati, avevano espresso apertamente la loro opposizione ad una eventuale sentenza di condanna a morte (che a Gaza danno per certa).
Egidia Beretta e Alessandra Arrigoni però avevano chiesto anche giustizia e chiarezza su un delitto che si rivela più terribile man mano che emergono nuovi particolari dalle confessioni fatte dagli imputati (che ora non affermano più di averle firmate sotto pressione). Una fonte giornalistica di Gaza ha consegnato al manifesto i testi delle confessioni di due degli imputati, Mahmud Salfiti e Khader Ijram, che aggiungono particolari di grande rilievo alle notizie pubblicate dal nostro giornale lo scorso settembre. Ijram - vigile del fuoco presso la stazione della difesa civile situata di fronte all'edificio dove Vittorio aveva vissuto per lungo tempo - ha fornito per due mesi alla (presunta) cellula salafita informazioni dettagliate sui movimenti dell'attivista italiano. Agli inquirenti ha spiegato candidamente di «non aver avuto la forza di dire di no» al suo amico Tamer Hasasnah, uno degli imputati e, stando a quanto è emerso, responsabile dell'organizzazione tecnica del sequestro. Ancora più importanti appaiono le confessioni di Mahmud Salfiti. Rispondendo alle domande della polizia subito dopo il suo arresto, Salfiti ha detto che tutti i membri della cellula avevano accettato senza tentennamenti la decisione presa dal «capo», il giovane giordano Abdel Rahman Breizat (ucciso assieme al palestinese Bilal Omari in uno scontro a fuoco con la polizia di Hamas), di «eliminare l'ostaggio» di fronte ad un rifiuto del governo di Gaza di scarcerare lo sceicco salafita al Maqdisi che intendevano scambiare con Vittorio. Salfiti ha anche riferito agli inquirenti che sono stati in tre ad uccidere l'italiano e non solo Breizat come, invece, si era inizialmente appreso. La decisione di non rispettare l'ultimatum e di assassinare l'ostaggio, allo scopo di darsi la fuga, è stata presa da Breizat ma sempre con il consenso pieno e convinto degli altri membri della cellula. Rimane in piedi peraltro l'ipotesi che il giordano abbia eseguito le istruzioni di un regista esterno, deciso a far tacere una voce scomoda.
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