mercoledì 18 settembre 2013

5 settembre 2012
Ancora un rinvio
della Corte militare
michele giorgio
 
Per ore ieri l'avvocato Gilberto Pagani, giunto a Gaza su incarico della famiglia Arrigoni, e i suoi colleghi del Centro palestinese per i diritti umani, hanno sperato in una marcia indietro dei giudici della corte militare.
Niente da fare, la decisione è rimasta la stessa e questa mattina, a meno di sorprese clamorose, non si svolgerà più l'udienza del processo che vede alla sbarra quattro palestinesi accusati del rapimento e dell'assassinio di Vittorio Arrigoni, nell'aprile 2011.Se ne riparlerà il 17 settembre, secondo quando ha comunicato ieri un funzionario della corte militare di Gaza city.
E' stata una doccia gelata. Oggi si attendeva la sentenza e tanti si preparavano ad affollare la piccola sala che ospita i giudici militari di Hamas. Ma lo slittamento di date è giunto solo in parte inatteso.
Dallo scorso 8 settembre, data della prima udienza , il procedimento ha preso, mese dopo mese, una brutta piega. Diverse udienze sono state aggiornate appena un paio di minuti dopo il loro inizio, per l'assenza dei testimoni convocati dalla difesa o per motivi apparentemente banali. Non c'è mai stato un vero dibattimento. Rare volte abbiamo ascoltato le voci degli imputati. Non è stato un processo irregolare ma tanti punti rimangono oscuri. Non sorprende perciò che sulla sentenza regni una forte incertezza.
A Gaza circolano voci di una condanna leggera per tre dei quattro imputati, che verrebbero trovati colpevoli di aver partecipato al rapimento ma non all'assassinio dell'attivista italiano (il quarto, accusato di essere un fiancheggiatore, già da alcuni mesi è a piede libero). La corte in sostanza dovrebbe accogliere la tesi illustrata dalla difesa nell'ultima udienza, alla fine di giugno, di un assassinio concepito, all'insaputa degli altri, da Abdel Rahman Breizat e Bilal Omari, i capi della cellula salafita rimasti uccisi in uno scontro a fuoco con la polizia qualche giorno dopo l'uccisione di Vittorio. E' chiaro il tentativo della difesa di scaricare ogni responsabilità su chi non può più raccontare la sua versione dell'accaduto. Nelle confessioni rese dopo l'arresto, gli imputati avevano ammesso di aver agito sulla base di un piano noto a tutti, allo scopo di scambiare Vittorio Arrigoni con un sceicco salafita detenuto da Hamas (al Maqdisi, scarcerato all'inizio di agosto). Ora negano le loro responsabilità.
La verità resta lontana.

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