mercoledì 18 settembre 2013
6 dicembre 2011
Il processo
a un punto morto
Michele Giorgio
È a un punto morto, dopo ben sette udienze, il processo davanti alla Corte militare di Gaza city che vede alla sbarra i rapitori ed assassini di Vittorio Arrigoni. Anche l'udienza di ieri non è servita a fare passi in avanti. Sono stati convocati due testimoni, uno dei quali non si è presentato. L'accusa avrebbe potuto e dovuto incalzare con domande precise l'unico testimone entrato in aula, un vigile del fuoco collega di Khader Jram, uno dei 4 imputati assieme a Tamer Hasasnah, Mahmoud Salfiti e Amer Abu Ghoula (tutti presunti membri di una cellula salafita vicina a «Tawhid wal Jihad»). Invece al testimone Abdel Razek Abu Harb l'accusa ha chiesto, di fatto, solo di confermare quanto aveva dichiarato durante le indagini.
La difesa perciò ha avuto il modo di mettere in atto la sua strategia volta a sostenere che gli imputati avrebbero rapito Vittorio per difendere l'«onore e le tradizioni» di Gaza, «minacciate» dalle presunte abitudini di vita liberal dell'attivista italiano. Il fine è quello di presentare i killer sotto una luce meno negativa, almeno agli occhi dell'opinione pubblica locale e della Corte militare. Un avvocato della difesa perciò ha chiesto con insistenza al testimone: «E' vero che tante donne entravano ed uscivano in continuazione da quell'edificio?», riferendosi ad uno dei due palazzi «Abu Ghalion», sul lungomare di Gaza city, dove Vittorio ha vissuto per un lungo periodo e abitano numerosi cooperanti e volontari stranieri (molti dei quali italiani). Abu Harb infatti lavora nella caserma dei vigili del fuoco di fronte all'edificio e per mesi ha raccolto i commenti acidi del suo collega Khader Jram (ora imputato) che si lamentava del «comportamento» di Vittorio, tanto da indicarlo agli altri membri della cellula salafita come la persona «giusta» da sequestrare.
«E' stato inquietante il tentativo di quell'avvocato. Tutti sanno che nei palazzi Abu Ghalion il movimento di persone è continuo poichè ci sono tanti uffici e vi abitano famiglie palestinesi e molti stranieri, in maggioranza donne», ha commentato Meri Calvelli, una cooperante italiana che ha seguito tutte le udienze. La difesa ha provato anche a far scarcerare Khader Jram, sostenendo che non ha partecipato materialmente all'assassinio di Vittorio e, pertanto, avrebbe diritto ai domiciliari. Richiesta respinta dai giudici, processo aggiornato al 19.
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