
A BORDO DELLA FREE GAZA
«Abbiamo voluto rompere l'as
sedio»
Vittorio Arrigoni (24.08.2008)
A momenti si ribaltava la nave: abbiamo saltato e danzato di gioia, quando abbiamo sentito alla radio israeliana l'annuncio del governo: avevano deciso di lasciarci andare, la marina militare di Israele non avrebbe impedito il nostro passaggio. Ora siamo a 7 miglia dalla costa, ormai in vista di Gaza, coi nostri vascelli Liberty e Free Gaza. Non è stata impresa facile: eravamo salpati da Cipro contro ogni avaria, sabotaggio, minacce di morte e conseguenti defezioni dei capitani, contro condizioni marittime avverse. Ora sembra proprio che ce l'abbiamo fatta: abbiamo dimostrato che la storia viene fatta dalla gente comune, e che la pace è possibile.
A Gaza ci attendono i rappresentati di una decina di Ong che ci hanno invitato. Oltre a questi, sappiamo che decine di migliaia di palestinesi sono pronti a festeggiare l'approdo delle prime barche internazionali sulle coste di questo territorio dal 1967. Navigando su acque internazionali, ed essendo invitati dai palestinesi, non abbiamo ritenuto doveroso informare Israele.
Il nostro obiettivo è rompere l'assedio israeliano di Gaza, dimostrando tutta la nostra solidarietà alla popolazione palestinese. Importando a Gaza, insieme a qualche genere di prima necessità, anche noi stessi: insegnanti, medici, operatori umanitari e attivisti per i diritti umani. Desideriamo andare ad aiutare nelle scuole, negli ospedali, sulle ambulanze. Sebbene cittadini di 18 nazionalità diverse, ci sentiamo tutti appartenere a un medesimo emisfero del mondo, che ripudia la violenza che offende e opprime, quel totalitarismo mascherato da leggitima difesa che reclude in una prigione a cielo aperto un milione e mezzo di persone, come oggi è ridotta la popolazione di Gaza.
Siamo stanchi dell'inerzia della comunità internazionale, è ora che qualcuno si muova per cercare di frenare questo lento genocidio di innocenti. Cercando di rompere l'assedio, vogliamo restituire ai palestinesi una parte della loro libertà negata. Israele non ha alcun diritto di ostacolarci, di impedire a persone pacifiche di raggiungere Gaza navigando in acque internazionali e palestinesi, soprattutto dal momento che Israele ha dichiarato che non c'è più occupazione in Gaza. Portiamo con noi delle reti: sbarcati, per prima cosa porteremo al largo a pescare con noi i pescatori palestinesi, oggi ridotti a bersagli galleggianti per i cecchini sulle navi da guerra israeliane. Sulla via del ritorno verso Cipro, vogliamo portare con noi tutti quei malati che necessitano di cure mediche urgenti e immediate. Avvistando le coste di Gaza, ci siamo avvicinati alla più grande prigione che sia mai stata edificata - dove i secondini, l'esercito israeliano che ne presidia i confini, impongono la fame come punizione collettiva ai civili, commettendo crimine contro l'umanità. Una occupazione che, come dice Jeff Helper, ebreo israeliano imbarcato con noi, rappresenta un atteggiamento all'opposto della vera essenza della religione, cultura e morale ebraica.
Ad alcuni di noi capita che trilli il telefono. Numero occultato, e sono minacce di morte. «Ciao O., hai deciso come vuoi morire oggi?». Non solo i palestinesi imbarcati con noi, ma anche la famiglia di Luaren Booth, cognata di Tony Blair, è stata pesantemente minacciata. Per fugare ogni dubbio, abbiamo chiesto alle autorità portuali cipriote di ispezionare minuziosamente le nostre barche, per scongiurare possibili sabotaggi, e dimostrare che non trasportiamo armi o merce di contrabbando.
website della missione: http://www.freegaza.org/
A Gaza ci attendono i rappresentati di una decina di Ong che ci hanno invitato. Oltre a questi, sappiamo che decine di migliaia di palestinesi sono pronti a festeggiare l'approdo delle prime barche internazionali sulle coste di questo territorio dal 1967. Navigando su acque internazionali, ed essendo invitati dai palestinesi, non abbiamo ritenuto doveroso informare Israele.
Il nostro obiettivo è rompere l'assedio israeliano di Gaza, dimostrando tutta la nostra solidarietà alla popolazione palestinese. Importando a Gaza, insieme a qualche genere di prima necessità, anche noi stessi: insegnanti, medici, operatori umanitari e attivisti per i diritti umani. Desideriamo andare ad aiutare nelle scuole, negli ospedali, sulle ambulanze. Sebbene cittadini di 18 nazionalità diverse, ci sentiamo tutti appartenere a un medesimo emisfero del mondo, che ripudia la violenza che offende e opprime, quel totalitarismo mascherato da leggitima difesa che reclude in una prigione a cielo aperto un milione e mezzo di persone, come oggi è ridotta la popolazione di Gaza.
Siamo stanchi dell'inerzia della comunità internazionale, è ora che qualcuno si muova per cercare di frenare questo lento genocidio di innocenti. Cercando di rompere l'assedio, vogliamo restituire ai palestinesi una parte della loro libertà negata. Israele non ha alcun diritto di ostacolarci, di impedire a persone pacifiche di raggiungere Gaza navigando in acque internazionali e palestinesi, soprattutto dal momento che Israele ha dichiarato che non c'è più occupazione in Gaza. Portiamo con noi delle reti: sbarcati, per prima cosa porteremo al largo a pescare con noi i pescatori palestinesi, oggi ridotti a bersagli galleggianti per i cecchini sulle navi da guerra israeliane. Sulla via del ritorno verso Cipro, vogliamo portare con noi tutti quei malati che necessitano di cure mediche urgenti e immediate. Avvistando le coste di Gaza, ci siamo avvicinati alla più grande prigione che sia mai stata edificata - dove i secondini, l'esercito israeliano che ne presidia i confini, impongono la fame come punizione collettiva ai civili, commettendo crimine contro l'umanità. Una occupazione che, come dice Jeff Helper, ebreo israeliano imbarcato con noi, rappresenta un atteggiamento all'opposto della vera essenza della religione, cultura e morale ebraica.
Ad alcuni di noi capita che trilli il telefono. Numero occultato, e sono minacce di morte. «Ciao O., hai deciso come vuoi morire oggi?». Non solo i palestinesi imbarcati con noi, ma anche la famiglia di Luaren Booth, cognata di Tony Blair, è stata pesantemente minacciata. Per fugare ogni dubbio, abbiamo chiesto alle autorità portuali cipriote di ispezionare minuziosamente le nostre barche, per scongiurare possibili sabotaggi, e dimostrare che non trasportiamo armi o merce di contrabbando.
website della missione: http://www.freegaza.org/
IL PACIFISTA ARRESTATO E DEPORTATO DA ISRAELE
«Io catturato a Gaza»
Vittorio Arrigoni è stato bloccato con la forza dai soldati dello stato ebraico in acque palestinesi, sbattuto in carcere per sei giorni e poi espulso dall'aeroporto di Tel Aviv. Il tutto per aver manifestato a fia
nco dei pescatori palestinesi contro il blocco che sta strangolando la Striscia e gettando sul lastrico centinaia di famiglie
Vittorio Arrigoni*-Gaza City (29.11.2008)
Il mare era un coltre impassibile, priva d'increspature, martedì scorso quando Darlene, Andrew e io, attivisti per i diritti umani dell'International Solidarity Movement (Ism), siamo salpati dal porto di Gaza a bordo di tre pescherecci palestinesi. Il sole era tiepido, il cielo limpido, totale assenza di vento, si prospettava una giornata generosa di pesce per i nostri amici pescatori. All'incirca verso le 11, siamo stati intercettati e accerchiati da 8 imbarcazioni militari israeliane, che hanno aperto il fuoco attorno ai pescherecci, ci hanno bloccato, poi hanno proceduto al nostro rapimento, noi 3 internazionali e 15 pescatori palestinesi.
Hanno rapito noi e rubato i pescherecci, e condotto noi e la barche dalla Palestina sin dentro i confini d'Israele. Ci trovavamo circa a 6 miglia dalla costa di Gaza, secondo le leggi internazionali in piene acque palestinesi (il trattato di Oslo conferisce sovranità ai palestinesi sino a 20 miglia dalle coste delle Striscia). Per questa ragione non di arresto si tratta, ma di vero e proprio sequestro di persona, e non di confisca dei pescherecci, bensì di furto. Un blitz in piena regola: corpi speciali della marina militare israeliana, teste di cuoio, incappucciati, armati all'inverosimile, per bloccare tre barchette di legno che a malapena stanno a galla.
Ho provato a interloquire con quello che mi pareva essere l'ufficiale israeliano di più alto grado, gli ho domandato se avessero intenzione di uccidermi, visto che più di una decina fra pistole, fucili, canne di cannone, erano rivolte verso di me seguendo ogni mio minimo movimento. Prima che i soldati israeliani saltassero a bordo del mio peschereccio, ho chiesto a lui, a loro, che timore provasse Israele, quale estremo pericolo per la sua sicurezza interna rappresentasse il fatto che dei semplici pescatori palestinesi andassero al largo del loro mare per procacciarsi il minimo sufficiente a sfamare le proprie famiglie.
L'ufficiale israeliano, così ferreo e autoritario nell'impartire ordini in ebraico ai suoi soldati, e a me in un inglese dallo spiccato accento australiano, non ha saputo rispondere a questo mio semplice quesito. È evidente che questi super soldati, tutti muscoli e freddezza, sono addestrati ad uccidere un uomo in meno di un secondo (e quando si tratta di uccidere un palestinese anche meno), senza batter ciglio, ma non sono in grado di comprendere autonomamente il significato di termini elementari come diritto di esistenza, diritto di sopravvivenza.
In quanto ben distanti dai confini israeliani, ho dichiarato all'ufficiale che non riconoscevo la sua autorità, ne tantomeno il diritto di rapire me e i pescatori miei amici. Ho deciso allora di resistere passivamente, in maniera non violenta. Mi sono arrampicato sul tetto del peschereccio, e da lì sull'impalcatura di ferro che funge da gru, a poppa, per issare le reti. Mi hanno inseguito tre soldati, puntandomi le pistole al viso. I loro occhi, dietro i passamontagna neri, mi sono parsi la migliore rappresentazione dell'odio che mai mi è capitato di vedere, un odio impartito in anni di lezioni rimandate a memoria, su come annientare il nemico, anche quando il nemico non esiste. Niente affatto intimorito, ho detto che se era loro intenzione uccidermi, allora si accomodassero, adempissero al loro dovere. Uccidere un civile, italiano, disarmato, su un peschereccio palestinese, a pesca con amici palestinesi, su acque palestinesi. Un quarto soldato allora è sopraggiunto, e ho riconosciuto l'arma che teneva in pugno, una pistola taser. A quest'ultimo ho detto la verità, che sono cardiopatico, che quell'arma avrebbe potuto provocarmi un arresto cardiaco. Il soldato allora si è avvicinato, l'ufficiale ha impartito l'ordine, io ho voltato le spalle a entrambi. Il soldato mi ha sparato sulla schiena, una scarica elettrica mi ha mandato sottoschock, tutti e quattro i soldati hanno cercato allora di spingermi di sotto, un salto da tre metri sulla superficie di acciaio della poppa del peschereccio, mi avrebbe sicuramente comportato serie fratture. Con un colpi di reni mi sono gettato in mare, e con le ultime forze vi sono rimasto, in acqua, nuotando lentamente, verso la riva all'orizzonte, verso Gaza, verso casa. Indifferente ai proiettili intimidatori che colpivano l'acqua a pochi centimetri dalla mia testa, ho nuotato per una buona mezz'ora, seguito a breve distanza dalle 8 navi da guerra, quando i miei denti hanno iniziato a battere senza sosta, e i palmi delle mie mani si sono fatti blu, ho dovuto desistere nella fuga, e lasciare che i soldati mi trassero fuori dall'acqua, malmenandomi. Per poco ho scampato l'ipotermia.
Arrivati al porto di Ashkelon, Darlene, Andrew e io siamo stati condotti fuori dalla nave da guerra israeliana, e lì ci è apparsa dinnanzi una scena agghiacciante: tutti quanti i pescatori stavano inginocchiati nudi, incatenati alle caviglie e coi polsi ammanettati dietro la schiena, bendati. Loro il viaggio, di circa 50 chilometri nautici, se l'erano fatto così, all'aperto in quelle condizioni.
Perché? Per quale motivo Israele nelle veci del suo esercito, dei suoi governi, si macchia quotidianamente di crimini di guerra contro i civili di Gaza? Perché li punisce collettivamente? Impedire a degli innocui pescatori di pescare a poche a miglia dalla costa, nelle loro acque, più in generale affamare la popolazione civile di Gaza imprigionata nel suo assedio, non favorisce certo né un processo di pace, né garantisce più sicurezza a Israele.
Condotti in un carcere a Ben Gurion, eppoi a nella prigione di Ramle, noi tre internazionali abbiamo iniziato immediatamente uno sciopero della fame, con la richiesta di rilascio immediato dei pescatori palestinesi. Cosa che è poi avvenuta.
Io sono stato sei giorni nelle prigioni israeliane, celle anguste e luride, popolate da insetti e parassiti che hanno banchettato allegramente sulla mia epidermide. Ma vengo da Gaza; a essere incarcerato in fin dei conti ci ero abituato. Gaza è la più grande prigione a cielo aperto del mondo, per volontà israeliana. Tutte le industrie hanno dovuto chiudere, più dell' 80% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, a Gaza si registra il più alto tasso di disoccupazione del mondo, non c'è corrente elettrica, né carburante. Gli ospedali necessitano di medicinali, la stragrande parte della popolazione di viveri, e beni di prima necessita. I soldati israeliani mi hanno prelevato dalla prigione a cielo aperto di Gaza solo per condurmi in una delle loro prigioni più piccole, dove quantomeno, a differenza di Gaza, servivano puntualmente un rancio, e c'era per quasi tutto il giorno energia elettrica e acqua potabile.
Sono però stato privato dei mie fondamentali diritti, come quella di poter contattare il mio avvocato, o il mio consolato, a mia discrezione, non a volontà dei miei carcerieri. Inoltre ci tengo a denunciare che nella prigione di Ramle, a venti chilometri da Tel Aviv, sono sepolti vivi centinaia di rifugiati africani, per lo più etiopi, eritrei e sudanesi. Hanno un visto UN in perfetta regola, e in qualsiasi paese che si definisce civile sarebbe stato affidato loro un alloggio ed un minimo per vivere: scappano dalla guerra, non sono mica terroristi. Ma Israele dimostra ancora una volta, che i diritti umani, e più in generale la legge internazionale, è carta straccia fuori dai suoi confini come pure dentro. Andrew, Darlene e io alla fine siamo stati deportati. Non ci siamo appellati alla corte israeliana per non legittimare come arresto quello che la legge internazionale ritiene essere rapimento.
I nostri avvocati si batteranno comunque per la restituzione dei pescherecci rubati dalla marina israeliana. Oltre che la perdita economica per i proprietari delle imbarcazioni, ciò che più ci sta a cuore sono la cinquantina di pescatori disoccupati, la trentina di famiglie palestinesi che da una settimana non ha più di che vivere.
Quelle barche rapinate da Israele sono il simbolo dell'assedio a cui è costretta Gaza, dell'illegalità al limite del terrorismo con cui opera l'esercito israeliano anche al di fuori del suo territorio.
Hanno rapito noi e rubato i pescherecci, e condotto noi e la barche dalla Palestina sin dentro i confini d'Israele. Ci trovavamo circa a 6 miglia dalla costa di Gaza, secondo le leggi internazionali in piene acque palestinesi (il trattato di Oslo conferisce sovranità ai palestinesi sino a 20 miglia dalle coste delle Striscia). Per questa ragione non di arresto si tratta, ma di vero e proprio sequestro di persona, e non di confisca dei pescherecci, bensì di furto. Un blitz in piena regola: corpi speciali della marina militare israeliana, teste di cuoio, incappucciati, armati all'inverosimile, per bloccare tre barchette di legno che a malapena stanno a galla.
Ho provato a interloquire con quello che mi pareva essere l'ufficiale israeliano di più alto grado, gli ho domandato se avessero intenzione di uccidermi, visto che più di una decina fra pistole, fucili, canne di cannone, erano rivolte verso di me seguendo ogni mio minimo movimento. Prima che i soldati israeliani saltassero a bordo del mio peschereccio, ho chiesto a lui, a loro, che timore provasse Israele, quale estremo pericolo per la sua sicurezza interna rappresentasse il fatto che dei semplici pescatori palestinesi andassero al largo del loro mare per procacciarsi il minimo sufficiente a sfamare le proprie famiglie.
L'ufficiale israeliano, così ferreo e autoritario nell'impartire ordini in ebraico ai suoi soldati, e a me in un inglese dallo spiccato accento australiano, non ha saputo rispondere a questo mio semplice quesito. È evidente che questi super soldati, tutti muscoli e freddezza, sono addestrati ad uccidere un uomo in meno di un secondo (e quando si tratta di uccidere un palestinese anche meno), senza batter ciglio, ma non sono in grado di comprendere autonomamente il significato di termini elementari come diritto di esistenza, diritto di sopravvivenza.
In quanto ben distanti dai confini israeliani, ho dichiarato all'ufficiale che non riconoscevo la sua autorità, ne tantomeno il diritto di rapire me e i pescatori miei amici. Ho deciso allora di resistere passivamente, in maniera non violenta. Mi sono arrampicato sul tetto del peschereccio, e da lì sull'impalcatura di ferro che funge da gru, a poppa, per issare le reti. Mi hanno inseguito tre soldati, puntandomi le pistole al viso. I loro occhi, dietro i passamontagna neri, mi sono parsi la migliore rappresentazione dell'odio che mai mi è capitato di vedere, un odio impartito in anni di lezioni rimandate a memoria, su come annientare il nemico, anche quando il nemico non esiste. Niente affatto intimorito, ho detto che se era loro intenzione uccidermi, allora si accomodassero, adempissero al loro dovere. Uccidere un civile, italiano, disarmato, su un peschereccio palestinese, a pesca con amici palestinesi, su acque palestinesi. Un quarto soldato allora è sopraggiunto, e ho riconosciuto l'arma che teneva in pugno, una pistola taser. A quest'ultimo ho detto la verità, che sono cardiopatico, che quell'arma avrebbe potuto provocarmi un arresto cardiaco. Il soldato allora si è avvicinato, l'ufficiale ha impartito l'ordine, io ho voltato le spalle a entrambi. Il soldato mi ha sparato sulla schiena, una scarica elettrica mi ha mandato sottoschock, tutti e quattro i soldati hanno cercato allora di spingermi di sotto, un salto da tre metri sulla superficie di acciaio della poppa del peschereccio, mi avrebbe sicuramente comportato serie fratture. Con un colpi di reni mi sono gettato in mare, e con le ultime forze vi sono rimasto, in acqua, nuotando lentamente, verso la riva all'orizzonte, verso Gaza, verso casa. Indifferente ai proiettili intimidatori che colpivano l'acqua a pochi centimetri dalla mia testa, ho nuotato per una buona mezz'ora, seguito a breve distanza dalle 8 navi da guerra, quando i miei denti hanno iniziato a battere senza sosta, e i palmi delle mie mani si sono fatti blu, ho dovuto desistere nella fuga, e lasciare che i soldati mi trassero fuori dall'acqua, malmenandomi. Per poco ho scampato l'ipotermia.
Arrivati al porto di Ashkelon, Darlene, Andrew e io siamo stati condotti fuori dalla nave da guerra israeliana, e lì ci è apparsa dinnanzi una scena agghiacciante: tutti quanti i pescatori stavano inginocchiati nudi, incatenati alle caviglie e coi polsi ammanettati dietro la schiena, bendati. Loro il viaggio, di circa 50 chilometri nautici, se l'erano fatto così, all'aperto in quelle condizioni.
Perché? Per quale motivo Israele nelle veci del suo esercito, dei suoi governi, si macchia quotidianamente di crimini di guerra contro i civili di Gaza? Perché li punisce collettivamente? Impedire a degli innocui pescatori di pescare a poche a miglia dalla costa, nelle loro acque, più in generale affamare la popolazione civile di Gaza imprigionata nel suo assedio, non favorisce certo né un processo di pace, né garantisce più sicurezza a Israele.
Condotti in un carcere a Ben Gurion, eppoi a nella prigione di Ramle, noi tre internazionali abbiamo iniziato immediatamente uno sciopero della fame, con la richiesta di rilascio immediato dei pescatori palestinesi. Cosa che è poi avvenuta.
Io sono stato sei giorni nelle prigioni israeliane, celle anguste e luride, popolate da insetti e parassiti che hanno banchettato allegramente sulla mia epidermide. Ma vengo da Gaza; a essere incarcerato in fin dei conti ci ero abituato. Gaza è la più grande prigione a cielo aperto del mondo, per volontà israeliana. Tutte le industrie hanno dovuto chiudere, più dell' 80% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, a Gaza si registra il più alto tasso di disoccupazione del mondo, non c'è corrente elettrica, né carburante. Gli ospedali necessitano di medicinali, la stragrande parte della popolazione di viveri, e beni di prima necessita. I soldati israeliani mi hanno prelevato dalla prigione a cielo aperto di Gaza solo per condurmi in una delle loro prigioni più piccole, dove quantomeno, a differenza di Gaza, servivano puntualmente un rancio, e c'era per quasi tutto il giorno energia elettrica e acqua potabile.
Sono però stato privato dei mie fondamentali diritti, come quella di poter contattare il mio avvocato, o il mio consolato, a mia discrezione, non a volontà dei miei carcerieri. Inoltre ci tengo a denunciare che nella prigione di Ramle, a venti chilometri da Tel Aviv, sono sepolti vivi centinaia di rifugiati africani, per lo più etiopi, eritrei e sudanesi. Hanno un visto UN in perfetta regola, e in qualsiasi paese che si definisce civile sarebbe stato affidato loro un alloggio ed un minimo per vivere: scappano dalla guerra, non sono mica terroristi. Ma Israele dimostra ancora una volta, che i diritti umani, e più in generale la legge internazionale, è carta straccia fuori dai suoi confini come pure dentro. Andrew, Darlene e io alla fine siamo stati deportati. Non ci siamo appellati alla corte israeliana per non legittimare come arresto quello che la legge internazionale ritiene essere rapimento.
I nostri avvocati si batteranno comunque per la restituzione dei pescherecci rubati dalla marina israeliana. Oltre che la perdita economica per i proprietari delle imbarcazioni, ciò che più ci sta a cuore sono la cinquantina di pescatori disoccupati, la trentina di famiglie palestinesi che da una settimana non ha più di che vivere.
Quelle barche rapinate da Israele sono il simbolo dell'assedio a cui è costretta Gaza, dell'illegalità al limite del terrorismo con cui opera l'esercito israeliano anche al di fuori del suo territorio.
*Pacifista di Ism
TESTIMONIANZA
Un pacifista nell'inferno di Gaza
Vittorio Arrigoni* - Gaza City (28.12.2008)
Il mio appartamento di Gaza dà sul mare, una vista panoramica che mi ha sempre riconciliato il morale, spesso affranto da tanta miseria a cui è costretta una vita sotto l'assedio.
Prima di ieri stamane (ieri, ndr). Quando dalla mia finestra si è affacciato l'inferno. Ci siamo svegliati sotto le bombe a Gaza, e molte sono cadute a poche centinaia di metri da casa mia. E alcuni miei amici ci sono rimasti sotto. Siamo a 210 morti accertati finora, ma il bilancio è destinato a crescere. Una strage senza precedenti. Hanno spianato il porto, dinnanzi a casa mia, e raso al suolo le centrali di polizia. Mi riferiscono che i media occidentali hanno digerito e ripetono i comunicati diramati dai militari israeliani secondo i quali gli attacchi avrebbero colpito chirurgicamente solo le basi terroristiche di Hamas. In realtà, all'ospedale di Al Shifa, il principale della città, abbiamo visto corpi stesi sul cortile, alcuni in attesa di cure o di degna sepoltura, decine di civili.
Avete presente Gaza? Ogni casa è arroccata sull'altra, ogni edificio è posato sull'altro, Gaza è il posto al mondo a più alta densità abitativa, per cui se bombardi a diecimila metri di altezza inevitabilmente compi una strage di civili. Ne sei cosciente, e colpevole, non si tratta di errore, di danni collaterali. Così, bombardando la centrale di polizia di Al Abbas, in centro, si è colpita la scuola elementare lì a fianco. Era la fine delle lezioni, i bambini erano già in strada, decine di grembiulini azzurri svolazzanti si sono macchiati di sangue.
Bombardando la scuola di polizia Dair Al Balah, si sono registrati morti e feriti nel mercato vicino, il mercato centrale di Gaza. Abbiamo visto corpi di animali e di uomini mescolare il loro sangue in rivoli che scorrevano lungo l'asfalto. Una Guernica d'oggi. Ho visto molti cadaveri in divisa nei vari ospedali che ho visitato, molti di quei ragazzi li conoscevo. Li salutavo tutti i giorni sulla strada del porto, o la sera mentre camminavo verso i caffè del centro. Diversi li conoscevo per nome. Un nome, una storia, una famiglia mutilata. La maggior parte erano giovani, sui diciotto vent'anni, per lo più non schierati né con Fatah né con Hamas, semplicemente si erano arruolati in polizia dopo l'università per avere un posto di lavoro in una Gaza che sotto il criminale assedio israeliano vede più del 60% della popolazione disoccupata.
Non ho visto terroristi fra le vittime, solo civili, e poliziotti. Solo il giorno prima li prendevo in giro per come erano imbacuccati per ripararsi dal freddo, dinnanzi a casa mia. Vorrei che almeno la verità rendesse giustizia a queste morti. Non hanno mai sparato un colpo verso Israele, né mai lo avrebbero fatto, non è nella loro funzione. Si occupavano di dirigere il traffico, e della sicurezza interna, tanto più che al porto siamo ben distanti dai confini israeliani. Ho una videocamera ma ho scoperto oggi di essere un pessimo cameraman, non riesco a riprendere i corpi maciullati e i volti in lacrime.
Non ce la faccio. Non riesco perché piango anche io. All'ospedale Al Shifa con gli altri internazionali dell'Ism ci siamo recati a donare il sangue. E lì abbiamo ricevuto la telefonata, che Sara, una nostra cara amica è rimasta uccisa da un frammento di esplosivo vicino alla sua abitazione nel campo profughi di Jabalia. Una persona dolce, solare, era uscita per comprare il pane. Lascia 13 figli.
Poco fa mi ha chiamato da Cipro Tofiq. Tofiq è uno dei fortunati studenti palestinesi che grazie alle nostre barche del Free Gaza Movement è riuscito a lasciare l'immensa prigione di Gaza e ricominciare altrove una vita. Mi ha chiesto se ero andato da suo zio e se l'avevo salutato da parte sua, come gli avevo promesso. Mi sono scusato perché non avevo ancora trovato il tempo.
Troppo tardi, è rimasto sotto alle macerie del porto insieme a tanti altri. Da Israele arriva la minaccia che questo è solo il primo giorno di una campagna di bombardamenti che potrebbe protrarsi per due settimane.
Faranno il deserto, e lo chiameranno pace. Il silenzio del «mondo civile» è molto più assordante delle esplosioni che ricoprono la città come un sudario di terrore e morte.
Prima di ieri stamane (ieri, ndr). Quando dalla mia finestra si è affacciato l'inferno. Ci siamo svegliati sotto le bombe a Gaza, e molte sono cadute a poche centinaia di metri da casa mia. E alcuni miei amici ci sono rimasti sotto. Siamo a 210 morti accertati finora, ma il bilancio è destinato a crescere. Una strage senza precedenti. Hanno spianato il porto, dinnanzi a casa mia, e raso al suolo le centrali di polizia. Mi riferiscono che i media occidentali hanno digerito e ripetono i comunicati diramati dai militari israeliani secondo i quali gli attacchi avrebbero colpito chirurgicamente solo le basi terroristiche di Hamas. In realtà, all'ospedale di Al Shifa, il principale della città, abbiamo visto corpi stesi sul cortile, alcuni in attesa di cure o di degna sepoltura, decine di civili.
Avete presente Gaza? Ogni casa è arroccata sull'altra, ogni edificio è posato sull'altro, Gaza è il posto al mondo a più alta densità abitativa, per cui se bombardi a diecimila metri di altezza inevitabilmente compi una strage di civili. Ne sei cosciente, e colpevole, non si tratta di errore, di danni collaterali. Così, bombardando la centrale di polizia di Al Abbas, in centro, si è colpita la scuola elementare lì a fianco. Era la fine delle lezioni, i bambini erano già in strada, decine di grembiulini azzurri svolazzanti si sono macchiati di sangue.
Bombardando la scuola di polizia Dair Al Balah, si sono registrati morti e feriti nel mercato vicino, il mercato centrale di Gaza. Abbiamo visto corpi di animali e di uomini mescolare il loro sangue in rivoli che scorrevano lungo l'asfalto. Una Guernica d'oggi. Ho visto molti cadaveri in divisa nei vari ospedali che ho visitato, molti di quei ragazzi li conoscevo. Li salutavo tutti i giorni sulla strada del porto, o la sera mentre camminavo verso i caffè del centro. Diversi li conoscevo per nome. Un nome, una storia, una famiglia mutilata. La maggior parte erano giovani, sui diciotto vent'anni, per lo più non schierati né con Fatah né con Hamas, semplicemente si erano arruolati in polizia dopo l'università per avere un posto di lavoro in una Gaza che sotto il criminale assedio israeliano vede più del 60% della popolazione disoccupata.
Non ho visto terroristi fra le vittime, solo civili, e poliziotti. Solo il giorno prima li prendevo in giro per come erano imbacuccati per ripararsi dal freddo, dinnanzi a casa mia. Vorrei che almeno la verità rendesse giustizia a queste morti. Non hanno mai sparato un colpo verso Israele, né mai lo avrebbero fatto, non è nella loro funzione. Si occupavano di dirigere il traffico, e della sicurezza interna, tanto più che al porto siamo ben distanti dai confini israeliani. Ho una videocamera ma ho scoperto oggi di essere un pessimo cameraman, non riesco a riprendere i corpi maciullati e i volti in lacrime.
Non ce la faccio. Non riesco perché piango anche io. All'ospedale Al Shifa con gli altri internazionali dell'Ism ci siamo recati a donare il sangue. E lì abbiamo ricevuto la telefonata, che Sara, una nostra cara amica è rimasta uccisa da un frammento di esplosivo vicino alla sua abitazione nel campo profughi di Jabalia. Una persona dolce, solare, era uscita per comprare il pane. Lascia 13 figli.
Poco fa mi ha chiamato da Cipro Tofiq. Tofiq è uno dei fortunati studenti palestinesi che grazie alle nostre barche del Free Gaza Movement è riuscito a lasciare l'immensa prigione di Gaza e ricominciare altrove una vita. Mi ha chiesto se ero andato da suo zio e se l'avevo salutato da parte sua, come gli avevo promesso. Mi sono scusato perché non avevo ancora trovato il tempo.
Troppo tardi, è rimasto sotto alle macerie del porto insieme a tanti altri. Da Israele arriva la minaccia che questo è solo il primo giorno di una campagna di bombardamenti che potrebbe protrarsi per due settimane.
Faranno il deserto, e lo chiameranno pace. Il silenzio del «mondo civile» è molto più assordante delle esplosioni che ricoprono la città come un sudario di terrore e morte.
*Pacifista dell'Ism
TESTIMONIANZA
«Nel porto devastato non si sente un rumore Sono morti tutti»
Vittorio Arrigoni-Gaza City (31.12.2008)
Jabilia, Bet Hanun, Rafah, Gaza City, le tappe della mia personale mappa per l'inferno. Checché vadano ripetendo i comunicati diramati dai vertici militari israeliani, sono stato testimone oculare in questi giorni di bombardamenti di moschee, scuole, università, ospedali, mercati, e decine di edifici civili.
Il direttore medico dell'ospedale di Al Shifa mi ha confermato di aver ricevuto telefonate da esponenti dell'Idf, l'esercito israeliano, che gli intimavano di evacuare all'istante l'ospedale, pena una pioggia di missili. Non si sono lasciati intimorire. Il porto, dove dovrei dormire, ma a Gaza non si chiude un occhio da 4 giorni, è costantemente soggetto a bombardamenti notturni. Non si odono più sirene di ambulanze rincorrersi all'impazzata, semplicemente perché al porto e attorno non c'è più anima viva, sono morti tutti, sembra di poggiare piede su un cimitero dopo un terremoto.
La situazione è davvero da catastrofe innaturale, un cataclisma di odio e cinismo piombato sulla popolazione di Gaza come piombo fuso, che fa a pezzi corpi umani, e contrariamente a quanto si prefigge, compatta i palestinesi tutti, gente che fino a qualche tempo fa non si salutava nemmeno perché appartenente a fazioni differenti.
Quando le bombe cadono dal cielo da diecimila metri state tranquilli, non fanno distinzioni fra bandiere di Hamas o Fatah esposte sui davanzali. Non esistono operazioni militari chirurgiche: quando si mette a bombardare l'aviazione e la marina, le uniche operazioni chirurgiche sono quelle dei medici che amputano arti maciullati alle vittime senza un attimo di ripensamento, anche se spesso braccia e gambe sarebbe salvabili. Non c'è tempo, bisogna correre, le cure impegnate per un arto seriamente ferito sono la condanna a morte per il ferito successivo in attesa di una trasfusione. All' ospedale di Al Shifa ci sono 600 ricoverati gravi e solo 29 macchine respiratorie.
Mancano di tutto, soprattutto di personale preparato. Per questo ragione, esausti più che dalle notti insonni dall'immobilismo e dall'omertà dei governi occidentali, così facendo complici dei crimini d'Israele, abbiamo deciso di far partire ieri da Larnaca, Cipro, una delle nostre barche del Free Gaza Movement con a bordo 3 tonnellate di medicinali e personale medico. Li ho aspettati invano, avrebbero dovuto attraccare al porto alle 8 di questa mattina (ieri per chi legge ndr). Sono invece stati intercettati a 90 miglia nautiche da Gaza da 11 navi da guerra israeliane, che in piene acque internazionali hanno provato ad affondarli. Li hanno speronati tre volte, producendo un'avaria ai motori e una falla nello scavo. Per puro caso l'equipaggio e i passeggeri sono ancora vivi e sono riusciti ad attraccare in un porto libanese.
Essendo sempre più frustrasti dall'assordante silenzio del mondo «civile», i miei amici ci riproveranno presto, hanno scaricato infatti i medicinali dalla nostra nave danneggiata, la Dignity, e li hanno caricati su di un'altra pronta alla partenza alla volta di Gaza.
Molti giornalisti che mi intervistano mi chiedono conto della situazione umanitaria dei palestinesi di Gaza, come se il problema fossero la mancanza di cibo, di acqua, di elettricità, di gasolio, e non chi provoca questi problemi sigillando confini, bombardando impianti idrici e centrali elettriche.
Carriarmati, caccia, droni, elicotteri apache, il più grande e potente esercito del mondo in feroce attacco contro una popolazione che si muove ancora sui somari come all'epoca di Gesù Cristo. Secondo Al Mizan, centro per i diritti umani, al momento in cui scrivo sono 55 bambini coinvolti nei bombardamenti, 20 gli uccisi e 40 i gravemente feriti.
Quei corpicini smembrati, amputati, e quelle vite potate ancora prima di fiorire, saranno un incubo per tutto il resto della mia vita, e se ho ancora la forza di raccontare delle loro fine è perché voglio rendere giustizia a chi non ha più voce, forse a chi non ha mai avuto orecchie per ascoltare.
Il direttore medico dell'ospedale di Al Shifa mi ha confermato di aver ricevuto telefonate da esponenti dell'Idf, l'esercito israeliano, che gli intimavano di evacuare all'istante l'ospedale, pena una pioggia di missili. Non si sono lasciati intimorire. Il porto, dove dovrei dormire, ma a Gaza non si chiude un occhio da 4 giorni, è costantemente soggetto a bombardamenti notturni. Non si odono più sirene di ambulanze rincorrersi all'impazzata, semplicemente perché al porto e attorno non c'è più anima viva, sono morti tutti, sembra di poggiare piede su un cimitero dopo un terremoto.
La situazione è davvero da catastrofe innaturale, un cataclisma di odio e cinismo piombato sulla popolazione di Gaza come piombo fuso, che fa a pezzi corpi umani, e contrariamente a quanto si prefigge, compatta i palestinesi tutti, gente che fino a qualche tempo fa non si salutava nemmeno perché appartenente a fazioni differenti.
Quando le bombe cadono dal cielo da diecimila metri state tranquilli, non fanno distinzioni fra bandiere di Hamas o Fatah esposte sui davanzali. Non esistono operazioni militari chirurgiche: quando si mette a bombardare l'aviazione e la marina, le uniche operazioni chirurgiche sono quelle dei medici che amputano arti maciullati alle vittime senza un attimo di ripensamento, anche se spesso braccia e gambe sarebbe salvabili. Non c'è tempo, bisogna correre, le cure impegnate per un arto seriamente ferito sono la condanna a morte per il ferito successivo in attesa di una trasfusione. All' ospedale di Al Shifa ci sono 600 ricoverati gravi e solo 29 macchine respiratorie.
Mancano di tutto, soprattutto di personale preparato. Per questo ragione, esausti più che dalle notti insonni dall'immobilismo e dall'omertà dei governi occidentali, così facendo complici dei crimini d'Israele, abbiamo deciso di far partire ieri da Larnaca, Cipro, una delle nostre barche del Free Gaza Movement con a bordo 3 tonnellate di medicinali e personale medico. Li ho aspettati invano, avrebbero dovuto attraccare al porto alle 8 di questa mattina (ieri per chi legge ndr). Sono invece stati intercettati a 90 miglia nautiche da Gaza da 11 navi da guerra israeliane, che in piene acque internazionali hanno provato ad affondarli. Li hanno speronati tre volte, producendo un'avaria ai motori e una falla nello scavo. Per puro caso l'equipaggio e i passeggeri sono ancora vivi e sono riusciti ad attraccare in un porto libanese.
Essendo sempre più frustrasti dall'assordante silenzio del mondo «civile», i miei amici ci riproveranno presto, hanno scaricato infatti i medicinali dalla nostra nave danneggiata, la Dignity, e li hanno caricati su di un'altra pronta alla partenza alla volta di Gaza.
Molti giornalisti che mi intervistano mi chiedono conto della situazione umanitaria dei palestinesi di Gaza, come se il problema fossero la mancanza di cibo, di acqua, di elettricità, di gasolio, e non chi provoca questi problemi sigillando confini, bombardando impianti idrici e centrali elettriche.
Carriarmati, caccia, droni, elicotteri apache, il più grande e potente esercito del mondo in feroce attacco contro una popolazione che si muove ancora sui somari come all'epoca di Gesù Cristo. Secondo Al Mizan, centro per i diritti umani, al momento in cui scrivo sono 55 bambini coinvolti nei bombardamenti, 20 gli uccisi e 40 i gravemente feriti.
Quei corpicini smembrati, amputati, e quelle vite potate ancora prima di fiorire, saranno un incubo per tutto il resto della mia vita, e se ho ancora la forza di raccontare delle loro fine è perché voglio rendere giustizia a chi non ha più voce, forse a chi non ha mai avuto orecchie per ascoltare.
*Pacifista dell'Ism
TESTIMONIANZA
Missili sui medici e un solo net-cafè Ma si va avanti
Vittorio Arrigoni*-Gaza City (02.01.2009)
Il nuovo anno è subentrato al vecchio con gli stessi auspici di morte e desolazione. Mai viste tante bombe crollare attorno a casa mia, dinnanzi al porto. Un'esplosione, a meno di 100 metri, ha scosso i 7 piani del palazzo, facendolo oscillare come un pendolo impazzito, i vetri delle finestre sono scoppiati. Il terremoto, qui, si chiama Israele.
Proseguo nella disperata ricerca di quegli amici che non rispondono più al telefono. Ahmed l'ho rintracciato a casa sua, una delle poche ancora in piedi, nel centro del quartiere Tal Alhawa di Gaza city. Intorno, uno scenario apocalittico che ricorda il quartiere sciita di Beirut, dopo la pioggia di bombe del 2006: di medesima fabbricazione e provenienza di quelle ci cadono addosso in questi giorni. Ahmed sta bene, i suoi familiari pure, ma sua madre se l'è vista brutta sabato. È un'insegnante della scuola Balqees delle Nazioni unite, quel giorno si è trattenuta in aula più del consueto, è stata la sua salvezza. Molti suoi studenti alla fermata dei bus, sono rimasti sotto le macerie prodotte dalle esplosioni.
Una bomba è caduta sull'auto di Ahmed, una utilitaria verde pistacchio, la stessa con cui giusto la sera prima scorazzavamo in cerca di pane in una città in cui la farina viene venduta a peso d'oro. Rafiq invece alla fine l'ho rintracciato al telefono, la sua voce cavernosa sembra provenire da un pozzo senza fondo, un cunicolo di tristezza e disperazione per aver appena appreso della morte di tre dei suoi migliori amici, durante l'attacco al porto. In uno degli ultimi caffè aperti a Gaza, provvisto di connessione internet (bombe ed energia elettrica permettendo), ho mostrato dallo schermo del mio portatile a un paio di amici, sorridendo amaramente, la notizia di un morto e 382 feriti.
Non il computo delle vittime dei lanci di «razzi» Qassam su Israele di ieri, che fortunatamente non hanno fatto registrare alcun morto, ma i numeri della strage compiuta dai nostri botti di fine anno in Italia. Quelli di Hamas sono dei pivelli, ho detto ai miei amici, se credono di guerreggiare contro Israele con i loro giocattolini artigianali. Dovrebbero andare a scuola a Napoli per confezionare dei razzi veramente mortiferi. Come pacifista e non violento aborro qualsiasi attacco di palestinesi contro israeliani, ma quaggiù siamo stanchi di sentire la cantilena che questa strage di civili è stata la risposta di Israele ai lanci dei modesti «razzi» palestinesi. Per inciso, dal 2002 a oggi i qassam hanno prodotto 18 morti in Israele, qui sabato in una manciata di ore di civili morti negli ospedali ne abbiamo contati più di 250.
Chiedo conto agli avventori del caffè della tregua proposta dall'Unione europea e cassata da Israele, che evidentemene possiede ampie scorte di materiale bellico nei magazzini militari da smaltire. Tutti scuotono la testa. C'è mai davvero stata tregua, prima di questo feroce attacco su una popolazione inerme? Solo nel mese di novembre, l'esercito israeliano ha fatto fuori ben 17 palestinesi (43 in tutto dall'inizio della «tregua»). E ancora prima di allora, l'assedio criminale imposto a Gaza aveva prodotto più di 200 vittime fra i malati palestinesi. Malati con le carte in regola per essere ricoverati in ospedali all'estero ma impossibilitati a muoversi per la chiusura dei confini. L'assedio criminale israeliano aveva distrutto l'economia già precaria, provocando più del 60% di disoccupazione, costringendo l'80% delle famiglie palestinesi a vivere di aiuti umanitari. Aiuti che stentavano a filtrare oltre la cortina di ferro tesa da Israele attorno alla più grande prigione a cielo aperto del mondo: Gaza.
Da quel caffè alla fine abbiamo poi dovuto fuggire a gambe levate, è giunta l'ennesima telefonata di minaccia: il locale sarebbe stato bombardato entro pochi minuti.
Ieri, al campo profughi di Jabalia, caccia F16 hanno lanciato missili contro un'ambulanza, sono morti un dottore, Ihab El Madhoun, e il suo infermiere di fiducia, Mohamed abu Hasira. Per questa ragione oggi, noi, internazionali dell'Ism, abbiamo indetto una conferenza stampa dinnanzi alle telecamere di una delle televisioni palestinesi più popolari. Per informare Israele che da stanotte salteremo sulle ambulanze per dare una mano nei soccorsi, sperando che la nostra presenza funga da minimo deterrente. Forse qualcuno di noi andrà ad aumentare il conto dei morti, ma andiamo avanti. Vogliamo restare esseri umani.
Proseguo nella disperata ricerca di quegli amici che non rispondono più al telefono. Ahmed l'ho rintracciato a casa sua, una delle poche ancora in piedi, nel centro del quartiere Tal Alhawa di Gaza city. Intorno, uno scenario apocalittico che ricorda il quartiere sciita di Beirut, dopo la pioggia di bombe del 2006: di medesima fabbricazione e provenienza di quelle ci cadono addosso in questi giorni. Ahmed sta bene, i suoi familiari pure, ma sua madre se l'è vista brutta sabato. È un'insegnante della scuola Balqees delle Nazioni unite, quel giorno si è trattenuta in aula più del consueto, è stata la sua salvezza. Molti suoi studenti alla fermata dei bus, sono rimasti sotto le macerie prodotte dalle esplosioni.
Una bomba è caduta sull'auto di Ahmed, una utilitaria verde pistacchio, la stessa con cui giusto la sera prima scorazzavamo in cerca di pane in una città in cui la farina viene venduta a peso d'oro. Rafiq invece alla fine l'ho rintracciato al telefono, la sua voce cavernosa sembra provenire da un pozzo senza fondo, un cunicolo di tristezza e disperazione per aver appena appreso della morte di tre dei suoi migliori amici, durante l'attacco al porto. In uno degli ultimi caffè aperti a Gaza, provvisto di connessione internet (bombe ed energia elettrica permettendo), ho mostrato dallo schermo del mio portatile a un paio di amici, sorridendo amaramente, la notizia di un morto e 382 feriti.
Non il computo delle vittime dei lanci di «razzi» Qassam su Israele di ieri, che fortunatamente non hanno fatto registrare alcun morto, ma i numeri della strage compiuta dai nostri botti di fine anno in Italia. Quelli di Hamas sono dei pivelli, ho detto ai miei amici, se credono di guerreggiare contro Israele con i loro giocattolini artigianali. Dovrebbero andare a scuola a Napoli per confezionare dei razzi veramente mortiferi. Come pacifista e non violento aborro qualsiasi attacco di palestinesi contro israeliani, ma quaggiù siamo stanchi di sentire la cantilena che questa strage di civili è stata la risposta di Israele ai lanci dei modesti «razzi» palestinesi. Per inciso, dal 2002 a oggi i qassam hanno prodotto 18 morti in Israele, qui sabato in una manciata di ore di civili morti negli ospedali ne abbiamo contati più di 250.
Chiedo conto agli avventori del caffè della tregua proposta dall'Unione europea e cassata da Israele, che evidentemene possiede ampie scorte di materiale bellico nei magazzini militari da smaltire. Tutti scuotono la testa. C'è mai davvero stata tregua, prima di questo feroce attacco su una popolazione inerme? Solo nel mese di novembre, l'esercito israeliano ha fatto fuori ben 17 palestinesi (43 in tutto dall'inizio della «tregua»). E ancora prima di allora, l'assedio criminale imposto a Gaza aveva prodotto più di 200 vittime fra i malati palestinesi. Malati con le carte in regola per essere ricoverati in ospedali all'estero ma impossibilitati a muoversi per la chiusura dei confini. L'assedio criminale israeliano aveva distrutto l'economia già precaria, provocando più del 60% di disoccupazione, costringendo l'80% delle famiglie palestinesi a vivere di aiuti umanitari. Aiuti che stentavano a filtrare oltre la cortina di ferro tesa da Israele attorno alla più grande prigione a cielo aperto del mondo: Gaza.
Da quel caffè alla fine abbiamo poi dovuto fuggire a gambe levate, è giunta l'ennesima telefonata di minaccia: il locale sarebbe stato bombardato entro pochi minuti.
Ieri, al campo profughi di Jabalia, caccia F16 hanno lanciato missili contro un'ambulanza, sono morti un dottore, Ihab El Madhoun, e il suo infermiere di fiducia, Mohamed abu Hasira. Per questa ragione oggi, noi, internazionali dell'Ism, abbiamo indetto una conferenza stampa dinnanzi alle telecamere di una delle televisioni palestinesi più popolari. Per informare Israele che da stanotte salteremo sulle ambulanze per dare una mano nei soccorsi, sperando che la nostra presenza funga da minimo deterrente. Forse qualcuno di noi andrà ad aumentare il conto dei morti, ma andiamo avanti. Vogliamo restare esseri umani.
REPORTAGE
L'INVASIONE DOPO LE BOMBE
Vittorio Arrigoni*-Gaza City (04.01.2009)
Mentre scrivo i carri armati israeliani sono entrati nella «Striscia». La giornata è iniziata allo stesso modo in cui è finita quella che l'ha preceduta, con la terra che continua a tremare sotto i nostri piedi, il cielo e il mare, senza sosta alcuna, a tremare sulle nostre teste, sui destini di un milione e mezzo di persone che sono passate dalla tragedia di un assedio, alla catastrofe di bombardamenti che fanno dei civili il loro bersaglio predestinato. Il posto è avvolto dalle fiamme, cannonate dal mare e bombe dal cielo per tutta la mattina. Le stesse imbarcazioni di pescatori che scortavamo fino a qualche giorno fa in alto mare, ben oltre le sei miglia imposte da Israele come assedio illegale criminoso, le vedo ora ridotte a tizzoni ardenti. Se i pompieri tentassero di domare l'incendio, finirebbero bersagliati dalle mitragliatrici degli F16, è già successo ieri.
Dopo questa massiccia offensiva, finito il conteggio dei morti, se mai sarà possibile, si dovrà ricostruire una città sopra un deserto di macerie. Livni dichiara al mondo che non esiste un'emergenza umanitaria a Gaza: evidentemente il negazionismo non va di moda solo dalle parti di Ahmadinejad. I palestinesi su una cosa sono d'accordo con la Livni, ex serial killer al soldo del Mossad (come mi dice Joseph, autista di ambulanze): più beni alimentari stanno davvero filtrando all'interno della Striscia, semplicemente perché a dicembre non è passato pressoché nulla, oltre la cortina di filo spinato tesa da Israele. Ma che senso realmente ha servire pane appena sfornato all'interno di un cimitero?
Dopo questa massiccia offensiva, finito il conteggio dei morti, se mai sarà possibile, si dovrà ricostruire una città sopra un deserto di macerie. Livni dichiara al mondo che non esiste un'emergenza umanitaria a Gaza: evidentemente il negazionismo non va di moda solo dalle parti di Ahmadinejad. I palestinesi su una cosa sono d'accordo con la Livni, ex serial killer al soldo del Mossad (come mi dice Joseph, autista di ambulanze): più beni alimentari stanno davvero filtrando all'interno della Striscia, semplicemente perché a dicembre non è passato pressoché nulla, oltre la cortina di filo spinato tesa da Israele. Ma che senso realmente ha servire pane appena sfornato all'interno di un cimitero?
L'emergenza è fermare subito le bombe, prima ancora dei rifornimenti di viveri. I cadaveri non mangiano, vanno solo a concimare la terra, che qui a Gaza non è mai stata così fertile di decomposizione.I corpi smembrati dei bimbi negli obitori invece dovrebbero nutrire i sensi di colpa, negli indifferenti, verso chi avrebbe potuto fare qualche cosa. Le immagini di un Obama sorridente che gioca a golf sono passate su tutte le televisioni satellitari arabe, ma da queste parti nessuno si illude che basti il pigmento della pelle a marcare radicalmente la politica estera statunitense.Ieri (venerdì, ndr) Israele ha aperto il valico di Herez per far evacuare tutti gli stranieri presenti a Gaza. Noi, internazionali della Ism, siamo gli unici a essere rimasti. Abbiamo risposto oggi (ieri, ndr) tramite una conferenza stampa al governo israeliano, illustrando le motivazioni che ci costringono a non muoverci da dove ci troviamo. Ci ripugna che i valichi vengano aperti per evacuare cittadini stranieri, gli unici possibili testimoni di questo massacro, e non si aprano in direzione inversa per far entrare i molti dottori e infermieri stranieri che sono pronti a venire a portare assistenza ai loro eroici colleghi palestinesi. Non ce ne andiamo perché riteniamo essenziale la nostra presenza come testimoni oculari dei crimini contro l'inerme popolazione civile ora per ora, minuto per minuto. Siamo a 445 morti, più di 2.300 feriti, decine i dispersi. Settantatré, al momento in cui scrivo, i minori maciullati da bombe. Al momento Israele conta tre vittime in tutto. Non siamo fuggiti come ci hanno consigliato i nostri consolati perché siamo ben consci che il nostro apporto sulle ambulanze come scudi umani nel dare prima assistenza ai soccorsi potrebbe rivelarsi determinante per salvare vite. Anche ieri un'ambulanza è stata colpita a Gaza City, il giorno prima due dottori del campo profughi di Jabaliya erano morti colpiti in pieno da un missile sparato da un Apache. Personalmente, non mi muovo da qui perché sono gli amici ad avermi pregato di non abbandonarli. Gli amici ancora vivi, ma anche quelli morti, che come fantasmi popolano le mie notti insonni. I loro volti diafani ancora mi sorridono.Ore 19.33, ospedale della Mezza Luna Rossa, Jabaliya. Mentre ero in collegamento telefonico con la folla in protesta in piazza a Milano, due bombe sono cadute dinanzi all'ospedale. I vetri della facciata sono andati in pezzi, le ambulanze per puro caso non sono rimaste danneggiate. I bombardamenti si sono fatti ancora più intensi e massicci nelle ultime ore, la moschea di Ibrahim Maqadme, qui vicino, è appena crollata sotto le bombe: è la decima in una settimana. Undici vittime per ora, una cinquantina i feriti. Un'anziana palestinese incontrata per strada questo pomeriggio mi ha chiesto se Israele pensa di essere nel medioevo, e non nel 2009, per continuare a colpire con precisione le moschee come se fosse concentrato in una personale guerra santa contro i luoghi sacri dell'islam a Gaza.Ancora un'altra pioggia di bombe a Jabaliya, e alla fine sono entrati. I cingoli di carri armati che da giorni stazionavano al confine, come mezzi meccanici a digiuno affamati di corpi umani, stanno trovando la loro tragica soddisfazione. Sono entrati in un'area a nord-ovest di Gaza e stanno spianando case metro per metro. Seppelliscono il passato e il futuro, famiglie intere, una popolazione che scacciata dalle proprie legittime terre non aveva trovato altro rifugio che una baracca n un campo profughi.Siamo corsi qui a Jabaliya dopo la terribile minaccia israeliana piovuta dal cielo venerdì sera. Centinaia e centinaia di volantini lanciati dagli aerei intimavano l'evacuazione generale del campo profughi. Minaccia che si sta dimostrando purtroppo reale. Alcuni, i più fortunati, sono scappati all'istante, portandosi via i pochi beni di valore, un televisore, un lettore dvd, i pochi ricordi della vita che era in una Palestina perduta una sessantina di anni fa. La maggioranza non ha trovato alcun posto dove fuggire. Affronteranno quei cingoli affamati delle loro vite con l'unica arma che hanno a disposizione, la dignità di saper morire a testa alta.Io e i miei compagni siamo coscienti degli enormi rischi a cui andiamo incontro, questa notte più delle altre; ma siamo certo più a nostro agio qui nel centro dell'inferno di Gaza, che agiati in paradisi metropolitani europei o americani, che festeggiando il nuovo anno non hanno capito quanto in realtà siano causa e complicità di tutte queste morti di civili innocenti.
*Attivista dei diritti umani dell'Ism
REPORTAGE
Con i medici al lavoro, sotto il tiro di Tsahal
Vittorio Arrigoni-Gaza City (06.01.2009)
«Alla gente innocente di Gaza: la nostra guerra non è contro di voi ma contro Hamas, se non la smettono di lanciare razzi voi vi troverete in pericolo». È la trascrizione di una registrazione che si ascolta rispondendo al telefono in queste ore a Gaza. L'esercito israeliano la sta diffondendo illudendosi che i palestinesi non abbiano occhi e orecchi. Occhi per vedere che le bombe colpiscono quasi esclusivamente obiettivi civili, come moschee (15, l'ultima quella di Omar Bin Abd Al Azeez di Beit Hanoun), scuole, università, mercati, ospedali. Orecchie per non udire le urla di dolore e terrore dei bambini, vittime innocenti eppure predestinate di ogni bombardamento. Secondo fonti ospedaliere, nel momento in cui sto scrivendo sono 120 i minori rimasti uccisi sotto le bombe, su un totale di 548 morti, più di 2700 feriti, decine e decine di dispersi.
Due giorni fa all'ospedale della mezzaluna rossa nel campo profughi di Jabaliya, la notte non è mai calata. Dal cielo gli elicotteri Apache hanno lanciato ordigni illuminanti in continuazione, tanto da non farci accorgere di una qualche differenza tra giorno e notte.
Il cannoneggiare ripetuto di un tank posto a meno di un chilometro dall'ospedale ha crepato seriamente le mura dell'edificio, ma abbiamo resistito fino alla mattina. Verso le 10 circa, bombe sul campo incolto adiacente all'edificio, fuoco di mitragliatrice tutt'attorno: per i medici della mezzaluna rossa quello era un messaggio dell'esercito rivolto a noi - evacuazione immediata, pena la vita. Abbiamo trasferito i feriti in altre strutture ospedaliere e ora la base operativa delle ambulanze è sulla strada di Al Nady, il personale medico sta seduto sui marciapiedi in attesa delle chiamate, che si susseguono febbrilmente.
Per la prima volta dall'inizio dell'attacco israeliano ho visto negli ospedali dei cadaveri di membri della resistenza palestinese. Un numero piccolo, di fronte alle centinaia di vittime civili, che dopo l'invasione di terra si sono moltiplicate esponenzialmente. Dopo l'attacco alla moschea di Jabalia (coinciso con l'entrata dei tank) che ha causato 11 morti e una cinquantina di feriti, per tutta la notte di sabato scortando le ambulanze ci siamo resi conto della tremenda potenza distruttiva dei proiettili sparati dagli israeliani. A Bet Hanoun una famiglia che si stava scaldando nella propria casa dinnanzi ad un fornellino a legna è stata colpita da uno di questi micidiali colpi di cannone. Abbiamo raccolto 15 feriti, 4 casi disperati. Poi verso le 3 del mattino abbiamo risposto ad una chiamata d'emergenza: troppo tardi, davanti alla porta di un'abitazione tre donne in lacrime ci hanno messo in braccio una bambina di quattro anni avvolta da un lenzuolo bianco, il suo sudario, era già gelida. Ancora una famiglia colpita in pieno, questa volta dall'aviazione, a Jabalia, due adulti con in corpo schegge di esplosivo. I due figli hanno riportato ferite lievi, ma da come strillavano era evidente il trauma psicologico che stavano vivendo, qualcosa che li segnerà indelebilmente per tutta la vita più di uno sfregio su una guancia. Anche se nessuno si ricorda di citarli, sono migliaia i bambini afflitti da gravi turbe mentali procurate dal terrore dei continui bombardamenti, o peggio dalla vista dei genitori e dei fratellini dilaniati dalle esplosioni.
I crimini di cui si sta macchiando Israele in queste ore vanno oltre i confini dell'immaginabile. I soldati non ci permettono di andare a soccorrere i superstiti di questa immensa catastrofe innaturale. Quando i feriti si trovano in prossimità dei mezzi blindati israeliani che li hanno attaccati, a noi sulle ambulanze della mezzaluna rossa non è concesso avvicinarci, i soldati ci bersagliano di colpi. Avremmo bisogno della scorta di almeno un'ambulanza della croce rossa, in coordinamento con i comandi militari israeliani, per poter correre a cercare di salvare vite: provate a immaginare quanto tempo porterebbe via una procedura del genere, una condanna a morte certa per dei feriti in attesa di trasfusioni o di trattamenti di emergenza. Tanto più che la croce rossa ha i suoi di feriti a cui pensare, non potrebbe in nessun modo rendersi disponibile ad ogni nostra chiamata. Ci tocca allora stazionare in una zona «protetta», eufemismo qui a Gaza, e attendere che i parenti ci portino i congiunti moribondi, spesso in spalla.
Così è andata verso le 5.30 di stamane, abbiamo arrestato col motore acceso l'ambulanza al centro di un incrocio e indicato tramite telefono la nostra posizione ad uno dei parenti dei feriti. Dopo una decina di minuti di snervante attesa, quando aveva già deciso di ingranare la marcia ed evacuare l'area per andare a rispondere ad un'altra chiamata, abbiamo visto girare l'angolo e dirigersi verso di noi, lentamente, un carretto carico di persone sospinto da un mulo. Una coppia con i suoi due figlioletti. La migliore rappresentazione possibile di questa non-guerra.
Questa non è una guerra perché non ci sono due eserciti che si danno battaglia su un fronte; è un assedio unilaterale condotto da forze armate (aviaione, marina, ed esercito) fra le più potenti del mondo, sicuramente le più avanzate in fatto di equipaggiamento militare tecnologico, che hanno attaccato una misera striscia di terra di 360 kmq, dove la popolazione si muove ancora sui muli e dove c'è una resistenza male armata la cui unica forza è quella di essere pronta al martirio.
Quando il carretto si è fatto abbastanza vicino gli siamo andati incontro, e con orrore abbiamo scoperto il suo macabro carico. Un bimbo stava sdraiato con il cranio fracassato, gli occhi letteralmente saltati fuori dalle orbite, lo abbiamo raccolto che ancora respirava. Il suo fratellino invece presentava il torace sventrato, gli si potevano distintamente contare le costole bianche oltre i brandelli di carne lacera. La madre teneva poggiate le mani sul quel petto scoperchiato, come se cercasse di aggiustare qualcosa.
Un ulteriore crimine, e nostro ennesimo personale lutto. L'esercito israeliano continua a prendere di mira le ambulanze. Dopo il dottore e l'infermiere morti a Jabalia 4 giorni fa, ieri è toccato ad un nostro amico, Arafa Abed Al Dayem, 35 anni, che lascia 4 figli. Verso le otto e mezza di ieri mattina abbiamo ricevuto una chiamata da Gaza city, due civili falciati dalla mitragliatrice di un tank; una delle nostre ambulanze della mezzaluna rossa è accorsa sul posto. Arafa e un infermiere hanno caricato i due ferti sull'ambulanza, hanno chiuso gli sportelli pronti a correre verso l'ospedale, quando sono stati centrati in pieno da un proiettile sparato da un carro armato. Il colpo ha decapitato uno dei feriti e ha ucciso anche il nostro amico; l'infermiere se l'è cavata ma è ora ricoverato nello stesso ospedale dove lavora. Arafa, maestro elementare, si offriva come volontario paramedico quando c'era carenza di personale. Siamo sotto una pioggia di bombe, nessuno se l'era sentita di chiamarlo in una situazione di così alto rischio. Arafa si era presentato da solo, e lavorava conscio dei pericoli, convinto che oltre la sua famiglia c'erano anche altri essere umani da difendere, da soccorrere.
Moltissime le donne incinte terrorizzate che in queste ore stanno dando alla luce figli frutti di parti prematuri. Ne ho accompagnate personalmente tre a partorire. Una di queste, Samira, al settimo mese, ha dato alla luce uno splendido, minuscolo bimbo di nome Ahmed. Correndo con lei in ambulanza verso l'ospedale di Auda e lasciandoci dietro lo scenario di morte e distruzione dove poco prima stavamo raccogliendo cadaveri, ho pensato per un attimo che questa vita in arrivo fosse essere d'augurio per un futuro di pace e speranza. L'illusione è svanita col primo razzo piombato a fianco della nostra ambulanza.
Qualcuno riuscirà ad arrestare questa carneficina? Sentirsi isolati e abbandonati è desolante non meno della vista di un quartiere di Gaza dopo una campagna di raid aerei. Sabato sera mi hanno passato al telefono la piazza di Milano in protesta: ho passato a mia volta il cellulare ai dottori e agli infermieri con cui stiamo lavorando, li ho visti rincuorarsi per un attimo. Le manifestazioni in tutto il mondo dimostrano che esiste ancora qualcuno in cui credere: ma le manifestazioni non sono ancora in grado di esercitare la pressione necessaria sui governi occidentali perché fermino i crimini di Israele.
Due giorni fa all'ospedale della mezzaluna rossa nel campo profughi di Jabaliya, la notte non è mai calata. Dal cielo gli elicotteri Apache hanno lanciato ordigni illuminanti in continuazione, tanto da non farci accorgere di una qualche differenza tra giorno e notte.
Il cannoneggiare ripetuto di un tank posto a meno di un chilometro dall'ospedale ha crepato seriamente le mura dell'edificio, ma abbiamo resistito fino alla mattina. Verso le 10 circa, bombe sul campo incolto adiacente all'edificio, fuoco di mitragliatrice tutt'attorno: per i medici della mezzaluna rossa quello era un messaggio dell'esercito rivolto a noi - evacuazione immediata, pena la vita. Abbiamo trasferito i feriti in altre strutture ospedaliere e ora la base operativa delle ambulanze è sulla strada di Al Nady, il personale medico sta seduto sui marciapiedi in attesa delle chiamate, che si susseguono febbrilmente.
Per la prima volta dall'inizio dell'attacco israeliano ho visto negli ospedali dei cadaveri di membri della resistenza palestinese. Un numero piccolo, di fronte alle centinaia di vittime civili, che dopo l'invasione di terra si sono moltiplicate esponenzialmente. Dopo l'attacco alla moschea di Jabalia (coinciso con l'entrata dei tank) che ha causato 11 morti e una cinquantina di feriti, per tutta la notte di sabato scortando le ambulanze ci siamo resi conto della tremenda potenza distruttiva dei proiettili sparati dagli israeliani. A Bet Hanoun una famiglia che si stava scaldando nella propria casa dinnanzi ad un fornellino a legna è stata colpita da uno di questi micidiali colpi di cannone. Abbiamo raccolto 15 feriti, 4 casi disperati. Poi verso le 3 del mattino abbiamo risposto ad una chiamata d'emergenza: troppo tardi, davanti alla porta di un'abitazione tre donne in lacrime ci hanno messo in braccio una bambina di quattro anni avvolta da un lenzuolo bianco, il suo sudario, era già gelida. Ancora una famiglia colpita in pieno, questa volta dall'aviazione, a Jabalia, due adulti con in corpo schegge di esplosivo. I due figli hanno riportato ferite lievi, ma da come strillavano era evidente il trauma psicologico che stavano vivendo, qualcosa che li segnerà indelebilmente per tutta la vita più di uno sfregio su una guancia. Anche se nessuno si ricorda di citarli, sono migliaia i bambini afflitti da gravi turbe mentali procurate dal terrore dei continui bombardamenti, o peggio dalla vista dei genitori e dei fratellini dilaniati dalle esplosioni.
I crimini di cui si sta macchiando Israele in queste ore vanno oltre i confini dell'immaginabile. I soldati non ci permettono di andare a soccorrere i superstiti di questa immensa catastrofe innaturale. Quando i feriti si trovano in prossimità dei mezzi blindati israeliani che li hanno attaccati, a noi sulle ambulanze della mezzaluna rossa non è concesso avvicinarci, i soldati ci bersagliano di colpi. Avremmo bisogno della scorta di almeno un'ambulanza della croce rossa, in coordinamento con i comandi militari israeliani, per poter correre a cercare di salvare vite: provate a immaginare quanto tempo porterebbe via una procedura del genere, una condanna a morte certa per dei feriti in attesa di trasfusioni o di trattamenti di emergenza. Tanto più che la croce rossa ha i suoi di feriti a cui pensare, non potrebbe in nessun modo rendersi disponibile ad ogni nostra chiamata. Ci tocca allora stazionare in una zona «protetta», eufemismo qui a Gaza, e attendere che i parenti ci portino i congiunti moribondi, spesso in spalla.
Così è andata verso le 5.30 di stamane, abbiamo arrestato col motore acceso l'ambulanza al centro di un incrocio e indicato tramite telefono la nostra posizione ad uno dei parenti dei feriti. Dopo una decina di minuti di snervante attesa, quando aveva già deciso di ingranare la marcia ed evacuare l'area per andare a rispondere ad un'altra chiamata, abbiamo visto girare l'angolo e dirigersi verso di noi, lentamente, un carretto carico di persone sospinto da un mulo. Una coppia con i suoi due figlioletti. La migliore rappresentazione possibile di questa non-guerra.
Questa non è una guerra perché non ci sono due eserciti che si danno battaglia su un fronte; è un assedio unilaterale condotto da forze armate (aviaione, marina, ed esercito) fra le più potenti del mondo, sicuramente le più avanzate in fatto di equipaggiamento militare tecnologico, che hanno attaccato una misera striscia di terra di 360 kmq, dove la popolazione si muove ancora sui muli e dove c'è una resistenza male armata la cui unica forza è quella di essere pronta al martirio.
Quando il carretto si è fatto abbastanza vicino gli siamo andati incontro, e con orrore abbiamo scoperto il suo macabro carico. Un bimbo stava sdraiato con il cranio fracassato, gli occhi letteralmente saltati fuori dalle orbite, lo abbiamo raccolto che ancora respirava. Il suo fratellino invece presentava il torace sventrato, gli si potevano distintamente contare le costole bianche oltre i brandelli di carne lacera. La madre teneva poggiate le mani sul quel petto scoperchiato, come se cercasse di aggiustare qualcosa.
Un ulteriore crimine, e nostro ennesimo personale lutto. L'esercito israeliano continua a prendere di mira le ambulanze. Dopo il dottore e l'infermiere morti a Jabalia 4 giorni fa, ieri è toccato ad un nostro amico, Arafa Abed Al Dayem, 35 anni, che lascia 4 figli. Verso le otto e mezza di ieri mattina abbiamo ricevuto una chiamata da Gaza city, due civili falciati dalla mitragliatrice di un tank; una delle nostre ambulanze della mezzaluna rossa è accorsa sul posto. Arafa e un infermiere hanno caricato i due ferti sull'ambulanza, hanno chiuso gli sportelli pronti a correre verso l'ospedale, quando sono stati centrati in pieno da un proiettile sparato da un carro armato. Il colpo ha decapitato uno dei feriti e ha ucciso anche il nostro amico; l'infermiere se l'è cavata ma è ora ricoverato nello stesso ospedale dove lavora. Arafa, maestro elementare, si offriva come volontario paramedico quando c'era carenza di personale. Siamo sotto una pioggia di bombe, nessuno se l'era sentita di chiamarlo in una situazione di così alto rischio. Arafa si era presentato da solo, e lavorava conscio dei pericoli, convinto che oltre la sua famiglia c'erano anche altri essere umani da difendere, da soccorrere.
Moltissime le donne incinte terrorizzate che in queste ore stanno dando alla luce figli frutti di parti prematuri. Ne ho accompagnate personalmente tre a partorire. Una di queste, Samira, al settimo mese, ha dato alla luce uno splendido, minuscolo bimbo di nome Ahmed. Correndo con lei in ambulanza verso l'ospedale di Auda e lasciandoci dietro lo scenario di morte e distruzione dove poco prima stavamo raccogliendo cadaveri, ho pensato per un attimo che questa vita in arrivo fosse essere d'augurio per un futuro di pace e speranza. L'illusione è svanita col primo razzo piombato a fianco della nostra ambulanza.
Qualcuno riuscirà ad arrestare questa carneficina? Sentirsi isolati e abbandonati è desolante non meno della vista di un quartiere di Gaza dopo una campagna di raid aerei. Sabato sera mi hanno passato al telefono la piazza di Milano in protesta: ho passato a mia volta il cellulare ai dottori e agli infermieri con cui stiamo lavorando, li ho visti rincuorarsi per un attimo. Le manifestazioni in tutto il mondo dimostrano che esiste ancora qualcuno in cui credere: ma le manifestazioni non sono ancora in grado di esercitare la pressione necessaria sui governi occidentali perché fermino i crimini di Israele.
REPORTAGE
Quei bambini, il bersaglio più comodo
Vittorio Arrigoni-Gaza City (07.01.2009)
Sfilano timorosi con gli occhi rivolti in alto, arresi ad un cielo che piove su di loro terrore e morte, timorosi della terra che continua a tremare sotto ogni passo, che crea crateri dove prima c'erano le case, le scuole, le università, i mercati, gli ospedali, seppellendo per sempre le loro vite. Ho visto carovane di palestinesi disperati sfollare da Jabiliya, Beit Hanoun e da tutti i campi profughi di Gaza, ed andare ad affollare le scuole delle Nazioni Unite come terremotati, come vittime di uno tsunami che giorno per giorno sta inghiottendo la Striscia di Gaza e la sua popolazione civile, senza pietà, senza alcuna minima osservanza dei diritti umani e delle convenzioni di Ginevra. Soprattutto senza che nessun governo occidentale muova un solo dito per fermare questi massacri, per inviare qui personale medico, per arrestare il genocidio di cui si sta macchiando Israele in queste ore.
Continuano gli attacchi indiscriminati a ospedali e a personale medico. Ieri dopo aver lasciato l'ospedale di Al Auda a Jabiliya ho ricevuto una telefonata da Alberto, compagno spagnolo dell'Ism, una bomba è caduta sull'ospedale. Abu Mohammed, infermiere, è rimasto seriamente ferito al capo. Giusto poco prima, con lui, comunista, davanti a un caffè, ascoltavo le eroiche gesta dei leader del Fonte Popolare, i suoi miti: George Habbash, Abu Ali Mustafa, Ahmad Al Sadat.
Gli si erano illuminati gli occhi al sapere che le prime nozioni di cosa fosse l'immensa tragedia della Palestina mi erano stati impartiti dai miei genitori, comunisti convinti. Mi aveva chiesto quali erano i leader di sinistra italiani davvero rivoluzionari, del passato, e gli avevo risposto Antonio Gramsci, e quelli di oggi, mi ero preso tempo, gli avrei risposto oggi. Abu Mohammed giace ora in coma nell'ospedale dove lavorava, si è risparmiato la mia deludente risposta.
Verso mezzanotte ho ricevuto un'altra chiamata, questa volta da Eva, l'edificio in cui si trovava era sotto attacco. Conosco bene anche quel palazzo, al centro di Gaza city, ci ho passato una notte con alcuni amici fotoreporters palestinesi, è la sede dei principali media che stanno cercando di raccontare con immagini e parole la catastrofe innaturale che ci ha colpito da dieci giorni. Reuters, Fox news, Russia today, e decine di altre agenzie locali e non, sotto il fuoco di sette razzi partiti da un elicottero israeliano. Sono riusciti a evacuare tutti in tempo prima di rimanere seriamente feriti, i cameramen, i fotografi, i reporter, tutti palestinesi dal momento in cui Israele non permette a giornalisti internazionali di mettere piede a Gaza. Non ci sono obbiettivi «strategici» attorno a quel palazzo, né resistenza che combatte l'avanzata dei mortiferi blindati israeliani, ben più a nord. Chiaramente qualcuno a Tel Aviv non riesce a digerire le immagini dei massacri di civili che si sovrappongono a quelle dei briefing, con rinfresco offerto ai giornalisti prezzolati.
Tramite queste conferenze stampa stanno dichiarando al mondo che gli obbiettivi delle bombe sono solo terroristi di Hamas, e non quei bambini orrendamente mutilati che tiriamo fuori ogni giorno dalle macerie. A Zetun, una decina di chilometri da Jabaliya, un edificio bombardato è crollato sopra una famiglia, una decina le vittime, le ambulanze hanno atteso diverse ore prima di poter correre sul posto, i militari continuano a spararci a contro. Sparano alle ambulanze, bombardano gli ospedali. Pochi giorni fa una «pacifista» israeliana mi avevo detto a chiare lettere che questa è una guerra dove le due parti contrapposte utilizzano tutte le loro armi a disposizione. Invito allora Israele a sganciarci addosso una delle sue tante bombe atomiche che tiene segretamente stivate contro tutti i trattati di non proliferazione nucleare. Ci tiri addosso la bomba risolutiva, terminino l'inumana agonia di migliaia di corpi maciullati nelle corsie sovraffollate degli ospedali che ho visitato. Ho scattato alcune fotografie in bianco e nero ieri, alle carovane di carretti trascinati dai muli, carichi all'inverosimile di bambini sventolanti un drappo bianco rivolto verso il cielo, i volti pallidi, terrorizzati.
Riguardando oggi quegli scatti di profughi in fuga, mi sono corsi i brividi lungo la schiena. Se potessero essere sovrapposte a quelle fotografie che testimoniano la Naqba del 1948, la catastrofe palestinese, coinciderebbero perfettamente. Nel vile immobilismo di stati e governi che si definiscono democratici, c'è una nuova catastrofe in corso da queste parti, una nuova Naqba, una nuova pulizia etnica che sta colpendo la popolazione palestinese.
Fino a qualche istante fa si contavano 650 morti, 153 bambini uccisi, più di 3000 i feriti, decine e decine i dispersi. Il computo delle morti civili in Israele, fortunatamente, rimane fermo a quota 4. Dopo questo pomeriggio il bilancio sul versante palestinese va drammaticamente aggiornato, l'esercito israeliano ha iniziato a bombardare le scuole delle Nazioni Unite. Le stesse che stavano raccogliendo i migliaia di sfollati evacuati dietro minaccia di un imminente attacco. Li hanno scacciati dai campi profughi, dai villaggi, solo per raccoglierli tutti in posto unico, un bersaglio più comodo. Sono tre le scuole bombardate oggi. L'ultima, quella di Al Fakhura, a Jabiliya, è stata centrata in pieno. Più di 40 morti. In pochi istanti se ne sono andati uomini, anziani, donne, bambini che si credevano al sicuro dietro le mura dipinte in blu con i loghi dell'Onu. Le altre 20 scuole delle Nazioni Unite tremano. Non c'è via di scampo nella Striscia di Gaza, non siamo in Libano, dove i civili dei villaggi del Sud sotto le bombe israeliane evacuarono al nord, o in Siria e in Giordania. La Striscia di Gaza da enorme prigione a cielo aperto, si è tramutata in una trappola mortale. Ci si guarda sconvolti e ci si chiede se il consiglio di sicurezza dell'Onu riuscirà questa volta a pronunciare un'unanime condanna, dopo che anche le sue scuole sono prese di mira. Qualcuno fuori di qui ha deciso davvero di fare un deserto, e poi chiamarlo pace. Ci aspetta una lunga nottata sulle ambulanze, anche se l'alba da queste parti è ormai una chimera. I ripetitori dei cellulari lungo tutta la Striscia sono stati distrutti, abbiamo rinunciato a contarci.
Spero di riuscire a rivedere un giorno tutti gli amici che non posso più contattare, ma non mi illudo. Qui a Gaza siamo tutti bersagli ambulanti, nessuno escluso. Mi ha appena contattato il consolato Italiano, dicono che domani evacueranno l'ultima nostra concittadina. Una anziana suorina che da ventanni anni abitava nei pressi della chiesa cattolica di Gaza,ormai adottata dai palestinesi della Striscia. Il console mi ha gentilmente pregato di cogliere quest'ultima opportunità, aggregarmi alla suora e scampare da questo inferno. L'ho ringraziato per la sua offerta, ma da qui non mi muovo, non ce la faccio. Per i lutti che abbiamo vissuto, prima ancora che italiani, spagnoli, inglesi, australiani, in questo momento siamo tutti palestinesi. Se solo per un minuto al giorno lo fossimo tutti, come molti siamo stati ebrei durante l'olocausto, credo che tutto questo massacro ci verrebbe risparmiato. Restiamo umani.
Continuano gli attacchi indiscriminati a ospedali e a personale medico. Ieri dopo aver lasciato l'ospedale di Al Auda a Jabiliya ho ricevuto una telefonata da Alberto, compagno spagnolo dell'Ism, una bomba è caduta sull'ospedale. Abu Mohammed, infermiere, è rimasto seriamente ferito al capo. Giusto poco prima, con lui, comunista, davanti a un caffè, ascoltavo le eroiche gesta dei leader del Fonte Popolare, i suoi miti: George Habbash, Abu Ali Mustafa, Ahmad Al Sadat.
Gli si erano illuminati gli occhi al sapere che le prime nozioni di cosa fosse l'immensa tragedia della Palestina mi erano stati impartiti dai miei genitori, comunisti convinti. Mi aveva chiesto quali erano i leader di sinistra italiani davvero rivoluzionari, del passato, e gli avevo risposto Antonio Gramsci, e quelli di oggi, mi ero preso tempo, gli avrei risposto oggi. Abu Mohammed giace ora in coma nell'ospedale dove lavorava, si è risparmiato la mia deludente risposta.
Verso mezzanotte ho ricevuto un'altra chiamata, questa volta da Eva, l'edificio in cui si trovava era sotto attacco. Conosco bene anche quel palazzo, al centro di Gaza city, ci ho passato una notte con alcuni amici fotoreporters palestinesi, è la sede dei principali media che stanno cercando di raccontare con immagini e parole la catastrofe innaturale che ci ha colpito da dieci giorni. Reuters, Fox news, Russia today, e decine di altre agenzie locali e non, sotto il fuoco di sette razzi partiti da un elicottero israeliano. Sono riusciti a evacuare tutti in tempo prima di rimanere seriamente feriti, i cameramen, i fotografi, i reporter, tutti palestinesi dal momento in cui Israele non permette a giornalisti internazionali di mettere piede a Gaza. Non ci sono obbiettivi «strategici» attorno a quel palazzo, né resistenza che combatte l'avanzata dei mortiferi blindati israeliani, ben più a nord. Chiaramente qualcuno a Tel Aviv non riesce a digerire le immagini dei massacri di civili che si sovrappongono a quelle dei briefing, con rinfresco offerto ai giornalisti prezzolati.
Tramite queste conferenze stampa stanno dichiarando al mondo che gli obbiettivi delle bombe sono solo terroristi di Hamas, e non quei bambini orrendamente mutilati che tiriamo fuori ogni giorno dalle macerie. A Zetun, una decina di chilometri da Jabaliya, un edificio bombardato è crollato sopra una famiglia, una decina le vittime, le ambulanze hanno atteso diverse ore prima di poter correre sul posto, i militari continuano a spararci a contro. Sparano alle ambulanze, bombardano gli ospedali. Pochi giorni fa una «pacifista» israeliana mi avevo detto a chiare lettere che questa è una guerra dove le due parti contrapposte utilizzano tutte le loro armi a disposizione. Invito allora Israele a sganciarci addosso una delle sue tante bombe atomiche che tiene segretamente stivate contro tutti i trattati di non proliferazione nucleare. Ci tiri addosso la bomba risolutiva, terminino l'inumana agonia di migliaia di corpi maciullati nelle corsie sovraffollate degli ospedali che ho visitato. Ho scattato alcune fotografie in bianco e nero ieri, alle carovane di carretti trascinati dai muli, carichi all'inverosimile di bambini sventolanti un drappo bianco rivolto verso il cielo, i volti pallidi, terrorizzati.
Riguardando oggi quegli scatti di profughi in fuga, mi sono corsi i brividi lungo la schiena. Se potessero essere sovrapposte a quelle fotografie che testimoniano la Naqba del 1948, la catastrofe palestinese, coinciderebbero perfettamente. Nel vile immobilismo di stati e governi che si definiscono democratici, c'è una nuova catastrofe in corso da queste parti, una nuova Naqba, una nuova pulizia etnica che sta colpendo la popolazione palestinese.
Fino a qualche istante fa si contavano 650 morti, 153 bambini uccisi, più di 3000 i feriti, decine e decine i dispersi. Il computo delle morti civili in Israele, fortunatamente, rimane fermo a quota 4. Dopo questo pomeriggio il bilancio sul versante palestinese va drammaticamente aggiornato, l'esercito israeliano ha iniziato a bombardare le scuole delle Nazioni Unite. Le stesse che stavano raccogliendo i migliaia di sfollati evacuati dietro minaccia di un imminente attacco. Li hanno scacciati dai campi profughi, dai villaggi, solo per raccoglierli tutti in posto unico, un bersaglio più comodo. Sono tre le scuole bombardate oggi. L'ultima, quella di Al Fakhura, a Jabiliya, è stata centrata in pieno. Più di 40 morti. In pochi istanti se ne sono andati uomini, anziani, donne, bambini che si credevano al sicuro dietro le mura dipinte in blu con i loghi dell'Onu. Le altre 20 scuole delle Nazioni Unite tremano. Non c'è via di scampo nella Striscia di Gaza, non siamo in Libano, dove i civili dei villaggi del Sud sotto le bombe israeliane evacuarono al nord, o in Siria e in Giordania. La Striscia di Gaza da enorme prigione a cielo aperto, si è tramutata in una trappola mortale. Ci si guarda sconvolti e ci si chiede se il consiglio di sicurezza dell'Onu riuscirà questa volta a pronunciare un'unanime condanna, dopo che anche le sue scuole sono prese di mira. Qualcuno fuori di qui ha deciso davvero di fare un deserto, e poi chiamarlo pace. Ci aspetta una lunga nottata sulle ambulanze, anche se l'alba da queste parti è ormai una chimera. I ripetitori dei cellulari lungo tutta la Striscia sono stati distrutti, abbiamo rinunciato a contarci.
Spero di riuscire a rivedere un giorno tutti gli amici che non posso più contattare, ma non mi illudo. Qui a Gaza siamo tutti bersagli ambulanti, nessuno escluso. Mi ha appena contattato il consolato Italiano, dicono che domani evacueranno l'ultima nostra concittadina. Una anziana suorina che da ventanni anni abitava nei pressi della chiesa cattolica di Gaza,ormai adottata dai palestinesi della Striscia. Il console mi ha gentilmente pregato di cogliere quest'ultima opportunità, aggregarmi alla suora e scampare da questo inferno. L'ho ringraziato per la sua offerta, ma da qui non mi muovo, non ce la faccio. Per i lutti che abbiamo vissuto, prima ancora che italiani, spagnoli, inglesi, australiani, in questo momento siamo tutti palestinesi. Se solo per un minuto al giorno lo fossimo tutti, come molti siamo stati ebrei durante l'olocausto, credo che tutto questo massacro ci verrebbe risparmiato. Restiamo umani.
REPORTAGE DA GAZA
Non si uccidono così neanche i gattini
Vittorio Arrigoni-Gaza City (08.01.2009)
«Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola» mi dice Jamal, chirurgo dell'ospedale Al Shifa, il principale di Gaza, mentre un infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di scatoloni di cartone, coperti di chiazze di sangue.
«Sigilla la scatola, quindi con tutto il tuo peso e la tua forza saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini, e l'ultimo miagolio soffocato». Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua. «Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell'opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste...». Jamal continua il suo racconto e io non riesco a spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi. «Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi l'ha schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quali sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati».
A questo punto il dottore si china verso una scatola e me la scoperchia davanti. Dentro ci sono gli arti mutilati, braccia e gambe, dal ginocchio in giù o interi femori, amputati ai feriti provenienti dalla scuola delle Nazioni unite Al Fakhura di Jabalia, più di cinquanta finora le vittime. Fingo una telefonata urgente, mi congedo da Jamal, in realtà mi dirigo verso i servizi igienici, mi piego in due e vomito. Poco prima mi ero intrattenuto in una discussione con il dottor Abdel, oftalmologo, circa i rumors, le voci incontrollate che da giorni circolano lungo tutta la Striscia, secondo le quali l'esercito israeliano ci starebbe tirando addosso una pioggia di armi non convenzionali, vietate dalla Convenzione di Ginevra. Cluster bombs e bombe al fosforo bianco. Esattamente le stesse che l'esercito di Tsahal utilizzò nell'ultima guerra in Libano, e l'aviazione statunitense a Falluja, in violazione delle le norme internazionali. Dinnanzi all'ospedale Al Auda siamo stati testimoni, e l'abbiamo filmato, dell'utilizzo di bombe al fosforo bianco, a circa cinquecento metri da dove ci trovavamo, troppo lontano per essere certi che sotto gli Apache israeliani ci fossero dei civili, ma troppo tremendamente vicino a noi. Il Trattato di Ginevra del 1980 prevede che il fosforo bianco non debba essere usato direttamente come arma di guerra nelle aree civili, ma solo come fumogeno o per l'illuminazione. Non c'è dubbio che utilizzare quest'arma sopra Gaza, una striscia di terra dove si concentra la più alta densità abitativa del mondo, è già un crimine a priori.
Il dottor Abdel mi ha spiegato che all'ospedale Al Shifa non hanno la competenza militare e medica per comprendere se alcune delle ferite di cadaveri che hanno esaminato siano state prodotte effettivamente da proiettili al fosforo bianco. A detta sua però, in venti anni di mestiere, non ha mai visto casi di decessi come quelli verificatisi all'ospedale nelle ultime ore. Mi ha raccontato di traumi al cranio, con fratture a vomere, mandibola, osso zigomatico, osso lacrimale, osso nasale e osso palatino che indicherebbero l'impatto di una forza immensa con il volto della vittima. Quello che secondo lui è del tutto inspiegabile è la totale assenza di globi oculari, che anche in presenza di traumi di tale entità dovrebbero rimanere al loro posto, almeno per tracce, all'interno del cranio. Invece stanno arrivando negli ospedali palestinesi cadaveri senza più occhi, come se qualcuno li avesse rimossi chirurgicamente prima di consegnarli al coroner.
Israele ci ha fatto sapere che da oggi ci è generosamente concessa una tregua dei suoi bombardamenti di 3 ore al giorno, dalle 13 alle 16. Queste dichiarazioni dei vertici militari israeliani vengono apprese dalla popolazione di Gaza con la stessa attendibilità riservata ai leader di Hamas quando dichiarano di aver fatto strage di soldati nemici. Sia chiaro, il peggior nemico dei soldati di Tel Aviv sono gli stessi combattenti sotto la stella di Davide. Ieri una nave da guerra al largo del porto di Gaza ha visto un nutrito gruppo di guerriglieri della resistenza palestinese che si muoveva compatto intorno a Jabalia e ha cannoneggiato. Erano invece dei loro commilitoni, risultato: 3 soldati israeliani uccisi, una ventina i feriti.
Alle tregue sventolate da Israele qui non ci crede ormai nessuno, e infatti alle 14 di oggi Rafah era sotto l'attacco degli elicotteri israeliani, e a Jabalia l'ennesima strage di bambini: tre sorelline di 2, 4, e 6 anni della famiglia Abed Rabbu. Una mezz'ora prima sempre a Jabilia ancora una volta le ambulanze della mezzaluna rossa sotto attacco. Eva e Alberto, miei compagni dell'Ism, erano sull'ambulanza, e hanno videodocumentato l'accaduto, passando poi i video e le foto ai maggiori media.
Hanno gambizzato Hassan, fresco di lutto per la morte del suo amico Araf, paramedico ucciso due giorni fa mentre soccorreva dei feriti a Gaza city. Si erano fermati a raccogliere il corpo di un moribondo agonizzante in mezza alla strada, sono stati bersagliati da una decina di colpi sparati da un cecchino israeliano. Un proiettile ha colpito alla gamba Hassan, e ridotto un colabrodo l'ambulanza. Siamo arrivati a quota 688 vittime, 3070 feriti, 158 i bambini uccisi, decine e decine i dispersi. Solo nella giornata di ieri si sono contati 83 morti, 80 dei quali civili. Il computo delle vittime civile israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4.
Recandomi verso l'ospedale di Al Quds dove sarò di servizio sulle ambulanze tutta la notte, correndo su uno dei pochi taxi temerari che zigzagando ancora sfidano il tiro a segno delle bombe, ho visto fermi ad un angolo di strada un gruppo di ragazzini sporchi, coi vestiti rattoppati, tali e quali i nostri sciuscià del dopoguerra italiano, che con delle fionde lanciavano pietre verso il cielo, in direzione di un nemico lontanissimo e inavvicinabile che si fa gioco delle loro vite. La metafora impazzita che fotografa l'assurdità di questi tempi e di questi luoghi. Restiamo umani.
«Sigilla la scatola, quindi con tutto il tuo peso e la tua forza saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini, e l'ultimo miagolio soffocato». Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua. «Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell'opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste...». Jamal continua il suo racconto e io non riesco a spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi. «Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi l'ha schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quali sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati».
A questo punto il dottore si china verso una scatola e me la scoperchia davanti. Dentro ci sono gli arti mutilati, braccia e gambe, dal ginocchio in giù o interi femori, amputati ai feriti provenienti dalla scuola delle Nazioni unite Al Fakhura di Jabalia, più di cinquanta finora le vittime. Fingo una telefonata urgente, mi congedo da Jamal, in realtà mi dirigo verso i servizi igienici, mi piego in due e vomito. Poco prima mi ero intrattenuto in una discussione con il dottor Abdel, oftalmologo, circa i rumors, le voci incontrollate che da giorni circolano lungo tutta la Striscia, secondo le quali l'esercito israeliano ci starebbe tirando addosso una pioggia di armi non convenzionali, vietate dalla Convenzione di Ginevra. Cluster bombs e bombe al fosforo bianco. Esattamente le stesse che l'esercito di Tsahal utilizzò nell'ultima guerra in Libano, e l'aviazione statunitense a Falluja, in violazione delle le norme internazionali. Dinnanzi all'ospedale Al Auda siamo stati testimoni, e l'abbiamo filmato, dell'utilizzo di bombe al fosforo bianco, a circa cinquecento metri da dove ci trovavamo, troppo lontano per essere certi che sotto gli Apache israeliani ci fossero dei civili, ma troppo tremendamente vicino a noi. Il Trattato di Ginevra del 1980 prevede che il fosforo bianco non debba essere usato direttamente come arma di guerra nelle aree civili, ma solo come fumogeno o per l'illuminazione. Non c'è dubbio che utilizzare quest'arma sopra Gaza, una striscia di terra dove si concentra la più alta densità abitativa del mondo, è già un crimine a priori.
Il dottor Abdel mi ha spiegato che all'ospedale Al Shifa non hanno la competenza militare e medica per comprendere se alcune delle ferite di cadaveri che hanno esaminato siano state prodotte effettivamente da proiettili al fosforo bianco. A detta sua però, in venti anni di mestiere, non ha mai visto casi di decessi come quelli verificatisi all'ospedale nelle ultime ore. Mi ha raccontato di traumi al cranio, con fratture a vomere, mandibola, osso zigomatico, osso lacrimale, osso nasale e osso palatino che indicherebbero l'impatto di una forza immensa con il volto della vittima. Quello che secondo lui è del tutto inspiegabile è la totale assenza di globi oculari, che anche in presenza di traumi di tale entità dovrebbero rimanere al loro posto, almeno per tracce, all'interno del cranio. Invece stanno arrivando negli ospedali palestinesi cadaveri senza più occhi, come se qualcuno li avesse rimossi chirurgicamente prima di consegnarli al coroner.
Israele ci ha fatto sapere che da oggi ci è generosamente concessa una tregua dei suoi bombardamenti di 3 ore al giorno, dalle 13 alle 16. Queste dichiarazioni dei vertici militari israeliani vengono apprese dalla popolazione di Gaza con la stessa attendibilità riservata ai leader di Hamas quando dichiarano di aver fatto strage di soldati nemici. Sia chiaro, il peggior nemico dei soldati di Tel Aviv sono gli stessi combattenti sotto la stella di Davide. Ieri una nave da guerra al largo del porto di Gaza ha visto un nutrito gruppo di guerriglieri della resistenza palestinese che si muoveva compatto intorno a Jabalia e ha cannoneggiato. Erano invece dei loro commilitoni, risultato: 3 soldati israeliani uccisi, una ventina i feriti.
Alle tregue sventolate da Israele qui non ci crede ormai nessuno, e infatti alle 14 di oggi Rafah era sotto l'attacco degli elicotteri israeliani, e a Jabalia l'ennesima strage di bambini: tre sorelline di 2, 4, e 6 anni della famiglia Abed Rabbu. Una mezz'ora prima sempre a Jabilia ancora una volta le ambulanze della mezzaluna rossa sotto attacco. Eva e Alberto, miei compagni dell'Ism, erano sull'ambulanza, e hanno videodocumentato l'accaduto, passando poi i video e le foto ai maggiori media.
Hanno gambizzato Hassan, fresco di lutto per la morte del suo amico Araf, paramedico ucciso due giorni fa mentre soccorreva dei feriti a Gaza city. Si erano fermati a raccogliere il corpo di un moribondo agonizzante in mezza alla strada, sono stati bersagliati da una decina di colpi sparati da un cecchino israeliano. Un proiettile ha colpito alla gamba Hassan, e ridotto un colabrodo l'ambulanza. Siamo arrivati a quota 688 vittime, 3070 feriti, 158 i bambini uccisi, decine e decine i dispersi. Solo nella giornata di ieri si sono contati 83 morti, 80 dei quali civili. Il computo delle vittime civile israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4.
Recandomi verso l'ospedale di Al Quds dove sarò di servizio sulle ambulanze tutta la notte, correndo su uno dei pochi taxi temerari che zigzagando ancora sfidano il tiro a segno delle bombe, ho visto fermi ad un angolo di strada un gruppo di ragazzini sporchi, coi vestiti rattoppati, tali e quali i nostri sciuscià del dopoguerra italiano, che con delle fionde lanciavano pietre verso il cielo, in direzione di un nemico lontanissimo e inavvicinabile che si fa gioco delle loro vite. La metafora impazzita che fotografa l'assurdità di questi tempi e di questi luoghi. Restiamo umani.
REPORTAGE
Così i bambini di Gaza city vivono l'orrore
Vittorio Arrigoni (09.01.2009)
Il dentifricio, lo spazzolino, le lamette e la mia schiuma da barba. I vestiti che indosso, lo sciroppo per curarmi una brutta tosse che mi affligge da settimane, le sigarette comprate per Ahmed, il tabacco per il mio narghile. Il mio telefono cellulare, Il computer portatile su cui batto ebefrenico per tramandare una testimonianza dell'inferno circostante. Tutto il necessario per una vita umile e dignitosa a Gaza, proviene dall'Egitto, ed è arrivato sugli scaffali dei negozi del centro passando attraverso i tunnel. Gli stessi tunnel che caccia F16 israeliani hanno continuato a bombardare massicciamente nelle ultime 12 ore, coinvolgendo nelle distruzioni le migliaia di case di Rafah vicine al confine. Un paio di mesi fa mi sono fatto sistemare tre denti malconci, alla fine dell'intervento ricordo che ho chiesto al mio dentista palestinese dove si procurava tutto il materiale odontotecnico, anestetico, siringhe, corone in ceramica e ferri del mestiere. Sornione, il dentista mi aveva fatto un cenno con le mani: da sotto terra.
Non vi è alcun dubbio che attraverso i cunicoli sotto Rafah passassero anche armi, le stesse che la resistenza sta impiegando oggi per cercare di arginare le temibile avanzata dei mortiferi blindati israeliani, ma è poca cosa rispetto alle tonnellate di beni di consumo che confluivano in una Gaza ridotta alla fame da un criminale assedio.
Su internet è facile reperire foto che documentano come anche il bestiame passava per i tunnel al confine con l'Egitto. Capre e bovini addormentati e imbragati venivano fatti calare in un pozzo egiziano per riemergere da quest'altra parte e rifornivano di latte, formaggi e carne. Anche i principali ospedali della Striscia si approvvigionavano clandestinamente al confine. I tunnel erano l'unica risorsa che ha consentito alla popolazione palestinese di sopravvivere all'assedio; un assedio che qui, ben prima dei bombardamenti, causava un tasso di disoccupazione del 60%, e costringeva l'80% delle famiglie a vivere di aiuti umanitari.
I nostri compagni dell'Ism a Rafah ci descrivono l'ennesimo esodo a cui stanno assistendo. Carovane di disperati che su carretti trainati da muli o sopra mezzi di fortuna stanno lasciando le loro case dinnanzi all'Egitto. Copione già visto, nei giorni precedenti erano piovuti dal cielo volantini che intimavano l'evacuazione, Israele mantiene sempre le sue minacce, ora stanno piovendo bombe. Gli sfollati di oggi passeranno la notte da parenti, amici e conoscenti a Gaza. Nessuno si fida più ad andare ad affollare le scuole delle Nazioni Unite, dopo il massacro di ieri a Jabaliya. Moltissimi però non si sono mossi, non hanno alcuno posto dove riparare. Passeranno la notte pregando un Dio che li scampi alla morte, dato che nessun uomo pare interessarsi alle loro esistenze.
A ora sono 768 i morti palestinesi, 3129 i feriti, 219 i bambini ammazzati. Il computo delle vittime civili israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. A Zaytoun, quartiere a Est di Gaza city, le ambulanze delle Croce Rossa hanno potuto accorrere sul luogo di una strage solo dopo diverse ore, dietro coordinamento dei vertici militari israeliani. Quando sono arrivati, hanno raccolto 17 cadaveri, e 10 feriti, tutti appartenenti alla famiglia Al Samouni. Una esecuzione perfetta, nei corpicini dei bambini morti, è possibile notare non schegge di esplosivo, ma fori di proiettile.
Le ultime due notti negli ospedali di Gaza city sono state più tranquille del solito, abbiamo soccorso decine di feriti e non centinaia. Evidentemente dopo la strage della scuola di Al Fakhura l'esercito israeliano ha sfondato il budget quotidiano di morti civili da offrire in pasto a un governo assetato di sangue in vista delle imminenti elezioni. Abbiamo sentore che già da stanotte torneranno a riempire fino a scoppiare gli obitori.
A sirene spiegate continuiamo a scortare negli ospedali donne gravide che partoriscono prematuramente. Come se la natura , la conservazione della specie induca queste madri coraggio ad anticipare la messa al mondo di nuove vite per sopperire al crescente numero di morti. Il primo vagito di questi neonati, quando sopravvivono, sovrasta per un attimo il boato delle bombe. Leila, compagna dell'Ism, ha chiesto ai figli dei nostri vicini di casa di scrivere dei pensieri sull'immane tragedia che stiamo vivendo. Questi alcuni stralci dei loro temini, gli orrori della guerra osservati da uno sguardo puro e innocente, quello dei bambini di Gaza: Da Suzanne, 15 anni: «La vita a Gaza è molto difficile. In realtà non si può descrivere tutto. Non possiamo dormire, non possiamo andare a scuola o studiare. Proviamo molte emozioni, a volte abbiamo paura e ci preoccupiamo perché gli aerei e le navi colpiscono 24 ore su 24. A volte ci annoiamo perché durante il giorno non c'è elettricità, e la notte ce l'abbiamo solo per circa quattro ore, e quando c'è, guardiamo il notiziario in tv. E vediamo bambini e donne feriti o morti. Così viviamo l'assedio e la guerra». Da Fatma, 13 anni: «È stata la settimana più difficile della mia vita. Il primo giorno eravamo a scuola, a dare l'esame del primo trimestre, poi sono iniziate le esplosioni e molti studenti sono stati uccisi o feriti, e gli altri sicuramente hanno perso un parente o un vicino. Non c'è elettricità, cibo o pane. Che possiamo fare - sono gli israeliani! Tutti nel mondo festeggiano il nuovo anno, anche noi lo festeggiamo ma in modo diverso».
Da Sara, 11 anni : «Gaza vive in un assedio, come in una grande prigione: niente acqua, niente elettricità. La gente ha paura e non dorme la notte, e ogni giorno nuove persone vengono uccise. E gli studenti davano gli esami del primo trimestre, così Israele ha colpito le scuole, il Ministero dell'educazione e molti ministeri. Ogni giorno la gente chiede quando finirà, e aspettano altre navi di attivisti come Vittorio e Leila». Da Darween, 8 anni: «Sono un bambino palestinese e non lascerò il mio paese così avrò molti vantaggi perché non lascerò il mio paese e sento il rumore di razzi così non lascerò il mio paese». Meriam ha quattro anni. I suoi fratellini le hanno chiesto: «Cosa provi quando senti i razzi?». E lei ha detto: «Ho paura!», e subito è corsa a nascondersi dietro le gambe del papà.
Gaza è tristemente avvolta nell'oscurità da dieci giorni, solo negli ospedali ci è concesso ricaricare computer e cellulari, e guardare la televisione con i dottori e i paramedici in attesa di una chiamata di soccorso. Ascoltiamo i boati in lontananza, dopo qualche minuto le reti satellitari arabe riferiscono esattamente dove è avvenuta l'esplosione. Spesso ci riguardiamo l'estrazione dalle macerie dei corpi, come se non bastasse averli visti in diretta.
Ieri sera col telecomando ho scanalato solo una televisione israeliana. Davano un festival di musica tradizionale, con tanto di soubrette in vestiti succinti e fuochi artificiali finali. Siamo tornati al nostro orrore, non sullo schermo, ma sulle ambulanze. Israele ha tutti i diritti di ridere e cantare anche mentre massacra il suo vicino di casa. I palestinesi chiedono solo di morire di una morte diversa, che so, di vecchiaia. Restiamo umani.
Non vi è alcun dubbio che attraverso i cunicoli sotto Rafah passassero anche armi, le stesse che la resistenza sta impiegando oggi per cercare di arginare le temibile avanzata dei mortiferi blindati israeliani, ma è poca cosa rispetto alle tonnellate di beni di consumo che confluivano in una Gaza ridotta alla fame da un criminale assedio.
Su internet è facile reperire foto che documentano come anche il bestiame passava per i tunnel al confine con l'Egitto. Capre e bovini addormentati e imbragati venivano fatti calare in un pozzo egiziano per riemergere da quest'altra parte e rifornivano di latte, formaggi e carne. Anche i principali ospedali della Striscia si approvvigionavano clandestinamente al confine. I tunnel erano l'unica risorsa che ha consentito alla popolazione palestinese di sopravvivere all'assedio; un assedio che qui, ben prima dei bombardamenti, causava un tasso di disoccupazione del 60%, e costringeva l'80% delle famiglie a vivere di aiuti umanitari.
I nostri compagni dell'Ism a Rafah ci descrivono l'ennesimo esodo a cui stanno assistendo. Carovane di disperati che su carretti trainati da muli o sopra mezzi di fortuna stanno lasciando le loro case dinnanzi all'Egitto. Copione già visto, nei giorni precedenti erano piovuti dal cielo volantini che intimavano l'evacuazione, Israele mantiene sempre le sue minacce, ora stanno piovendo bombe. Gli sfollati di oggi passeranno la notte da parenti, amici e conoscenti a Gaza. Nessuno si fida più ad andare ad affollare le scuole delle Nazioni Unite, dopo il massacro di ieri a Jabaliya. Moltissimi però non si sono mossi, non hanno alcuno posto dove riparare. Passeranno la notte pregando un Dio che li scampi alla morte, dato che nessun uomo pare interessarsi alle loro esistenze.
A ora sono 768 i morti palestinesi, 3129 i feriti, 219 i bambini ammazzati. Il computo delle vittime civili israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. A Zaytoun, quartiere a Est di Gaza city, le ambulanze delle Croce Rossa hanno potuto accorrere sul luogo di una strage solo dopo diverse ore, dietro coordinamento dei vertici militari israeliani. Quando sono arrivati, hanno raccolto 17 cadaveri, e 10 feriti, tutti appartenenti alla famiglia Al Samouni. Una esecuzione perfetta, nei corpicini dei bambini morti, è possibile notare non schegge di esplosivo, ma fori di proiettile.
Le ultime due notti negli ospedali di Gaza city sono state più tranquille del solito, abbiamo soccorso decine di feriti e non centinaia. Evidentemente dopo la strage della scuola di Al Fakhura l'esercito israeliano ha sfondato il budget quotidiano di morti civili da offrire in pasto a un governo assetato di sangue in vista delle imminenti elezioni. Abbiamo sentore che già da stanotte torneranno a riempire fino a scoppiare gli obitori.
A sirene spiegate continuiamo a scortare negli ospedali donne gravide che partoriscono prematuramente. Come se la natura , la conservazione della specie induca queste madri coraggio ad anticipare la messa al mondo di nuove vite per sopperire al crescente numero di morti. Il primo vagito di questi neonati, quando sopravvivono, sovrasta per un attimo il boato delle bombe. Leila, compagna dell'Ism, ha chiesto ai figli dei nostri vicini di casa di scrivere dei pensieri sull'immane tragedia che stiamo vivendo. Questi alcuni stralci dei loro temini, gli orrori della guerra osservati da uno sguardo puro e innocente, quello dei bambini di Gaza: Da Suzanne, 15 anni: «La vita a Gaza è molto difficile. In realtà non si può descrivere tutto. Non possiamo dormire, non possiamo andare a scuola o studiare. Proviamo molte emozioni, a volte abbiamo paura e ci preoccupiamo perché gli aerei e le navi colpiscono 24 ore su 24. A volte ci annoiamo perché durante il giorno non c'è elettricità, e la notte ce l'abbiamo solo per circa quattro ore, e quando c'è, guardiamo il notiziario in tv. E vediamo bambini e donne feriti o morti. Così viviamo l'assedio e la guerra». Da Fatma, 13 anni: «È stata la settimana più difficile della mia vita. Il primo giorno eravamo a scuola, a dare l'esame del primo trimestre, poi sono iniziate le esplosioni e molti studenti sono stati uccisi o feriti, e gli altri sicuramente hanno perso un parente o un vicino. Non c'è elettricità, cibo o pane. Che possiamo fare - sono gli israeliani! Tutti nel mondo festeggiano il nuovo anno, anche noi lo festeggiamo ma in modo diverso».
Da Sara, 11 anni : «Gaza vive in un assedio, come in una grande prigione: niente acqua, niente elettricità. La gente ha paura e non dorme la notte, e ogni giorno nuove persone vengono uccise. E gli studenti davano gli esami del primo trimestre, così Israele ha colpito le scuole, il Ministero dell'educazione e molti ministeri. Ogni giorno la gente chiede quando finirà, e aspettano altre navi di attivisti come Vittorio e Leila». Da Darween, 8 anni: «Sono un bambino palestinese e non lascerò il mio paese così avrò molti vantaggi perché non lascerò il mio paese e sento il rumore di razzi così non lascerò il mio paese». Meriam ha quattro anni. I suoi fratellini le hanno chiesto: «Cosa provi quando senti i razzi?». E lei ha detto: «Ho paura!», e subito è corsa a nascondersi dietro le gambe del papà.
Gaza è tristemente avvolta nell'oscurità da dieci giorni, solo negli ospedali ci è concesso ricaricare computer e cellulari, e guardare la televisione con i dottori e i paramedici in attesa di una chiamata di soccorso. Ascoltiamo i boati in lontananza, dopo qualche minuto le reti satellitari arabe riferiscono esattamente dove è avvenuta l'esplosione. Spesso ci riguardiamo l'estrazione dalle macerie dei corpi, come se non bastasse averli visti in diretta.
Ieri sera col telecomando ho scanalato solo una televisione israeliana. Davano un festival di musica tradizionale, con tanto di soubrette in vestiti succinti e fuochi artificiali finali. Siamo tornati al nostro orrore, non sullo schermo, ma sulle ambulanze. Israele ha tutti i diritti di ridere e cantare anche mentre massacra il suo vicino di casa. I palestinesi chiedono solo di morire di una morte diversa, che so, di vecchiaia. Restiamo umani.
REPORTAGE
Sparare sulla Croce rossa. A Gaza si può
Vittorio Arrigoni -Gaza City (10.01.2009)
Un plotone di esecuzione ha messo al muro Ippocrate, ha puntato e fatto fuoco. Le allucinanti dichiarazioni di un portavoce dei servizi segreti israeliani, secondo cui l'esercito ha ottenuto via libera a sparare sulle ambulanze perché a bordo c'erano presunti membri della resistenza palestinese, danno il quadro di quale valore in questi giorni dia alla vita Israele, le vite dei nemici s'intende. Vale la pena di ripassare cosa dichiara il giuramento di Ippocrate, cui è tenuto ogni medico prima di iniziare a esercitare la professione: «Consapevole dell'importanza e della solennità dell'atto che compio e dell'impegno che assumo, giuro: di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento; di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica».
Sono sette fra dottori e infermieri volontari i camici bianchi uccisi dall'inizio della campagna di bombardamenti, una decina le ambulanze colpite dall'artiglieria israeliana. I sopravvissuti tremano di paura, ma non si tirano indietro. I lampeggianti cremisi delle ambulanze sono gli unici squarci di luce lungo le strade nelle notti oscure di Gaza, esclusi i lampi che precedono le esplosioni. Riguardo a questi crimini, l'ultima denuncia è partita da Pierre Wettach, capo della Croce Rossa a Gaza; le sue ambulanze sono potute accorrere sul luogo del massacro di Zeitoun, est di Gaza city, solo dopo 24 ore dall'attacco israeliano. I soccorritori dichiarano di essersi trovati davanti uno scenario raccapricciante: «Quattro bambini piccoli vicini ai corpi senza vita delle loro madri in una delle case. Erano troppo deboli per tenersi in piedi. E' stato trovato vivo anche un uomo, anche lui troppo debole per tenersi in piedi. In tutto sui materassi giacevano 12 corpi».
I testimoni di questa ennesima carneficina raccontano come i soldati israeliani, penetrati nel quartiere, abbiano radunato le decine di membri della famiglia Al Samouni in un solo edificio e poi lo abbiano ripetutamente bombardato. Con i miei compagni dell'Ism sono giorni che giriamo sulle ambulanze della mezzaluna rossa, abbiamo subito molteplici attacchi e perso un caro amico, Arafa, colpito in pieno da un colpo di obice sparato da un carro armato. Altri tre paramedici nostri amici rimangono ricoverati negli ospedali dove fino a ieri lavoravano. Sulle ambulanze il nostro dovere è raccogliere feriti, non accogliere guerriglieri. E quando troviamo riverso per strada un uomo ridotto a una poltiglia di sangue, non si ha il tempo di controllare i suoi documenti, di chiedergli se parteggia per Hamas o Fatah. Anche perché quasi sempre i feriti non rispondono, come i morti. Alcuni giorni fa, mentre caricavamo un ferito grave, ha cercato contemporaneamente di salire sull'ambulanza anche un altro uomo, ferito in maniera lieve. Lo abbiamo spintonato fuori, proprio perché sia chiaro a chi ci spia dal cielo che non fungiamo da taxi per il trasporto di membri della resistenza, ma accogliamo solo feriti gravi, il cui rifornimento da parte di Israele non cessa peraltro un istante.
La notte scorsa è arrivata all'ospedale Al Quds di Gaza City Miriam, 17 anni, in preda alle doglie. Al mattino erano passati nello stesso ospedale suo padre e sua cognata, entrambi cadaveri, vittime di uno dei tanti bombardamenti indiscriminati. Durante la notte Miriam ha partorito un bel bimbo, inconsapevole del fatto che mentre lei si trovava in salo parto, un piano più in basso, all'obitorio era giunto anche il giovane marito.
Alla fine persino le Nazioni unite si sono accorte che qui a Gaza siamo come tutti immersi nello stesso catino, bersagli mobili per ogni cecchino. Siamo arrivati a quota 789 vittime, 3300 i feriti, 410 vertono in situazione critica, 230 i bambini uccisi, decine e decine i dispersi. Il computo delle vittime civili israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. Per bocca di John Ging capo dell'Unrwa (Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi), le Nazioni unite hanno annunciato di sospendere le loro attività umanitarie lungo la Striscia. Ho incrociato Ging negli uffici dell'agenzia di stampa Ramattan, e l'ho visto agitare il suo indice accusatorio contro Israele dinnanzi alle telecamere.
L'Onu cessa le sua attività a Gaza dopo che due dei suoi operatori sono stati uccisi ieri, beffa vuole durante le tre ore di una tregua che Israele ha annunciato e al suo solito non rispetta. «I civili di Gaza hanno a disposizione 3 ore al giorno per cercare di sopravvivere, i soldati israeliani le restanti 21 per cercare di sterminarli» ho sentito Ging dichiarare a due passi da me. Da Gerusalemme mi scrive Yasmine, moglie di uno dei numerosi giornalisti in fila al valico di Erez, giornalisti ai quali per chissà perché Israele non concede il lasciapassare per venire qui a filmare e a raccontare l'immane catastrofe innaturale che da tredici giorni imperversa. Queste le sue parole: «L'altro ieri sono andata a vedere Gaza dal di fuori. I giornalisti del mondo sono tutti ammucchiati su una collinetta di sabbia a un paio di km dal confine. Decine di telecamere che puntano verso di voi. Aeri che ci sorvolano, si sentono ma non si vedono, sembrano solo illusioni mentali finché non si vede il fumo nero salire all' orizzonte. La collina è diventata anche meta turistica per gli Israeliani di zona. Con grandi binocoli e macchine fotografiche vengono a vedere i bombardamenti dal vivo».
Mentre sto trascrivendo in fretta e furia questa mia corrispondenza una bomba cade nel palazzo a fianco a quello in cui mi trovo. I vetri tremano, le orecchie dolgono, mi affaccio dalla finestre e vedo che hanno colpito l'edificio dove sono raccolti i principali media arabi. E' uno dei palazzi più alti di tutta Gaza city, l'Al Jaawhara building. Sul tetto tengono fissi una troupe con una telecamera, li vedo ora contorcersi tutti a terra, agitare le braccia invocando aiuto, avvolti da una cappa nera di fumo. Paramedici e giornalisti, le professioni più eroiche in questo spicchio di mondo. All'ospedale Al Shifa ieri sono andato a trovare Tamim, reporter sopravvissuto ad un bombardamento aereo. Mi ha spiegato come secondo lui Israele stia adottando le stesse identiche tecniche terroristiche di Al-Qaeda, bombarda un edificio, attende l'arrivo dei giornalisti e dei soccorsi, quindi fa cadere un'altra bomba che fa strage di questi ultimi. Per questo motivo a suo avviso si sono registrate molte vittime fra i paramedici e i reporter. Gli infermieri attorno al suo letto facevano cenni di consenso. Tamim mi ha mostrando sorridendo i suoi moncherini. Ha perso le gambe, ma è felice d' essersela cavata, il suo collega Mohammed è morto con in mano la macchina fotografica, la seconda esplosione lo ha ucciso.
Nel frattempo mi sono informato sulla bomba appena caduta nel palazzo qui vicino, sono rimasti feriti due giornalisti, entrambi palestinesi, uno di Libyan tv l'altro di Dubai tv. Giusto un altro sonoro avvertimento da chi esige che questo massacro di vittime civili non venga in alcun modo raccontato. Non mi resta che augurarmi che nel quartier generale dei vertici militari israeliani non si legga il manifesto, né vi siano affezionati visitatori del mio blog. Restiamo umani.
Sono sette fra dottori e infermieri volontari i camici bianchi uccisi dall'inizio della campagna di bombardamenti, una decina le ambulanze colpite dall'artiglieria israeliana. I sopravvissuti tremano di paura, ma non si tirano indietro. I lampeggianti cremisi delle ambulanze sono gli unici squarci di luce lungo le strade nelle notti oscure di Gaza, esclusi i lampi che precedono le esplosioni. Riguardo a questi crimini, l'ultima denuncia è partita da Pierre Wettach, capo della Croce Rossa a Gaza; le sue ambulanze sono potute accorrere sul luogo del massacro di Zeitoun, est di Gaza city, solo dopo 24 ore dall'attacco israeliano. I soccorritori dichiarano di essersi trovati davanti uno scenario raccapricciante: «Quattro bambini piccoli vicini ai corpi senza vita delle loro madri in una delle case. Erano troppo deboli per tenersi in piedi. E' stato trovato vivo anche un uomo, anche lui troppo debole per tenersi in piedi. In tutto sui materassi giacevano 12 corpi».
I testimoni di questa ennesima carneficina raccontano come i soldati israeliani, penetrati nel quartiere, abbiano radunato le decine di membri della famiglia Al Samouni in un solo edificio e poi lo abbiano ripetutamente bombardato. Con i miei compagni dell'Ism sono giorni che giriamo sulle ambulanze della mezzaluna rossa, abbiamo subito molteplici attacchi e perso un caro amico, Arafa, colpito in pieno da un colpo di obice sparato da un carro armato. Altri tre paramedici nostri amici rimangono ricoverati negli ospedali dove fino a ieri lavoravano. Sulle ambulanze il nostro dovere è raccogliere feriti, non accogliere guerriglieri. E quando troviamo riverso per strada un uomo ridotto a una poltiglia di sangue, non si ha il tempo di controllare i suoi documenti, di chiedergli se parteggia per Hamas o Fatah. Anche perché quasi sempre i feriti non rispondono, come i morti. Alcuni giorni fa, mentre caricavamo un ferito grave, ha cercato contemporaneamente di salire sull'ambulanza anche un altro uomo, ferito in maniera lieve. Lo abbiamo spintonato fuori, proprio perché sia chiaro a chi ci spia dal cielo che non fungiamo da taxi per il trasporto di membri della resistenza, ma accogliamo solo feriti gravi, il cui rifornimento da parte di Israele non cessa peraltro un istante.
La notte scorsa è arrivata all'ospedale Al Quds di Gaza City Miriam, 17 anni, in preda alle doglie. Al mattino erano passati nello stesso ospedale suo padre e sua cognata, entrambi cadaveri, vittime di uno dei tanti bombardamenti indiscriminati. Durante la notte Miriam ha partorito un bel bimbo, inconsapevole del fatto che mentre lei si trovava in salo parto, un piano più in basso, all'obitorio era giunto anche il giovane marito.
Alla fine persino le Nazioni unite si sono accorte che qui a Gaza siamo come tutti immersi nello stesso catino, bersagli mobili per ogni cecchino. Siamo arrivati a quota 789 vittime, 3300 i feriti, 410 vertono in situazione critica, 230 i bambini uccisi, decine e decine i dispersi. Il computo delle vittime civili israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. Per bocca di John Ging capo dell'Unrwa (Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi), le Nazioni unite hanno annunciato di sospendere le loro attività umanitarie lungo la Striscia. Ho incrociato Ging negli uffici dell'agenzia di stampa Ramattan, e l'ho visto agitare il suo indice accusatorio contro Israele dinnanzi alle telecamere.
L'Onu cessa le sua attività a Gaza dopo che due dei suoi operatori sono stati uccisi ieri, beffa vuole durante le tre ore di una tregua che Israele ha annunciato e al suo solito non rispetta. «I civili di Gaza hanno a disposizione 3 ore al giorno per cercare di sopravvivere, i soldati israeliani le restanti 21 per cercare di sterminarli» ho sentito Ging dichiarare a due passi da me. Da Gerusalemme mi scrive Yasmine, moglie di uno dei numerosi giornalisti in fila al valico di Erez, giornalisti ai quali per chissà perché Israele non concede il lasciapassare per venire qui a filmare e a raccontare l'immane catastrofe innaturale che da tredici giorni imperversa. Queste le sue parole: «L'altro ieri sono andata a vedere Gaza dal di fuori. I giornalisti del mondo sono tutti ammucchiati su una collinetta di sabbia a un paio di km dal confine. Decine di telecamere che puntano verso di voi. Aeri che ci sorvolano, si sentono ma non si vedono, sembrano solo illusioni mentali finché non si vede il fumo nero salire all' orizzonte. La collina è diventata anche meta turistica per gli Israeliani di zona. Con grandi binocoli e macchine fotografiche vengono a vedere i bombardamenti dal vivo».
Mentre sto trascrivendo in fretta e furia questa mia corrispondenza una bomba cade nel palazzo a fianco a quello in cui mi trovo. I vetri tremano, le orecchie dolgono, mi affaccio dalla finestre e vedo che hanno colpito l'edificio dove sono raccolti i principali media arabi. E' uno dei palazzi più alti di tutta Gaza city, l'Al Jaawhara building. Sul tetto tengono fissi una troupe con una telecamera, li vedo ora contorcersi tutti a terra, agitare le braccia invocando aiuto, avvolti da una cappa nera di fumo. Paramedici e giornalisti, le professioni più eroiche in questo spicchio di mondo. All'ospedale Al Shifa ieri sono andato a trovare Tamim, reporter sopravvissuto ad un bombardamento aereo. Mi ha spiegato come secondo lui Israele stia adottando le stesse identiche tecniche terroristiche di Al-Qaeda, bombarda un edificio, attende l'arrivo dei giornalisti e dei soccorsi, quindi fa cadere un'altra bomba che fa strage di questi ultimi. Per questo motivo a suo avviso si sono registrate molte vittime fra i paramedici e i reporter. Gli infermieri attorno al suo letto facevano cenni di consenso. Tamim mi ha mostrando sorridendo i suoi moncherini. Ha perso le gambe, ma è felice d' essersela cavata, il suo collega Mohammed è morto con in mano la macchina fotografica, la seconda esplosione lo ha ucciso.
Nel frattempo mi sono informato sulla bomba appena caduta nel palazzo qui vicino, sono rimasti feriti due giornalisti, entrambi palestinesi, uno di Libyan tv l'altro di Dubai tv. Giusto un altro sonoro avvertimento da chi esige che questo massacro di vittime civili non venga in alcun modo raccontato. Non mi resta che augurarmi che nel quartier generale dei vertici militari israeliani non si legga il manifesto, né vi siano affezionati visitatori del mio blog. Restiamo umani.
REPORTAGE DA GAZA
Piovono
dal cielo bombe e minacce israeliane
Vittorio Arrigoni -Gaza City (11.01.2009)
Alcune famiglie di palestinesi ci hanno consegnato dei volantini, piovuti dal cielo nei giorni scorsi, lasciati cadere dall'aereonautica israeliana in alternativa alle bombe. Volantino n.1, tradotto dall'arabo: «A tutte le persone residenti in quest'area. A causa delle azioni terroristiche con cui i terroristi presenti nella vostra area stanno aggredendo Israele, le Forze di difesa israeliane sono state costrette a reagire immediatamente e ad agire in questo modo nelle vostre zone. Vi esortiamo, per la vostra sicurezza, ad evacuare immediatamente quest'area. Le Forze di difesa israeliane». In pratica l'esercito israeliano sta passando di casa in casa appiccicando sugli usci un avviso di «lavori in corso», prima di radere al suolo interi quartieri, affossare per sempre speranze di vita presente e futura.
Seppellire sotto le macerie chi non ha un altro posto dove andare. Poco fa ci hanno comunicato il lancio di nuovi volantini, avvisano che «la terza fase della guerra al terrorismo sta per iniziare». Sono cortesi i vertici militari israeliani, chiedono collaborazione alla popolazione di Gaza, prima di schiacciarli come insetti.
Se i volantini non sono abbastanza persuasivi, ci pensa l'aereonautica a bussare dolcemente sui tetti delle case di Gaza. E' una nuova prassi degli ultimi giorni, piovono bombe un pochino più leggere, abbastanza per scoperchiare i tetti delle abitazioni e invitare gli abitanti all'evacuazione. Dopo due o tre minuti l'aviazione ripassa e non rimane più niente dell'edificio. Evacuare, ma per andare dove? Non ci sono posti al sicuro lungo su tutta la Striscia, io personalmente temo di più per la mia vita sopra un'ambulanza, o passando di fianco ad una moschea o una scuola, che dinnanzi ad uno dei palazzi governativa ancora in piedi.
Ieri notte a venti metri da casa mia, i caccia israeliani hanno tirato giù la stazione dei pompieri. Sulla strada parallela al porto ho scoperto stamane dei crateri profondi diversi metri come se fossero piovuti meteoriti in un film di fantascienza. La differenza è che qui gli effetti speciali fanno parecchio male. Girando per i corridoi dell'ospedale Al Shifa, affollati di feriti in attesa di cure, è possibile imbattersi in un dottore dai tratti somatici non propriamente arabi, è Mads Gilbert, medico norvegese dell'organizzazione non governativa Norwac. Gilbert, anestesista, conferma il sospetto di armi proibite utilizzate da Israele sui civili di Gaza: «Molti feriti arrivano con amputazioni estreme, con entrambe le gambe spappolate, che io sospetto siano prodotte da armi Dime». Questo mentre Navi Pillay, Alto commissario dell'Onu per i diritti umani, denuncia «gravissime violazioni che possono costituire crimini di guerra». L'ultimo di questi crimini poche ore fa, a est di Jabaliya, una famiglia che si apprestava a fuggire, si stava rifornendo di scorte alimentari in uno dei piccoli negozi ancora aperti, bombardato. Otto vittime, tutte appartenenti alla stessa famiglia, quella di Abed Rabbu, dieci feriti gravi.
Fra le persone che incontro per strada l'impressione è quella che Israele abbia deciso di prendersela con calma, le bombe cadono costantemente e le forze di terra avanzanolentamente. I soldati non hanno problemi nel procacciarsi razioni k, le razioni alimentari militari, a differenza della gente di Gaza che non trova più il pane. I panettieri, esaurite le scorte di farina, hanno iniziato a mescolarla con quella animale per sfornare le pagnotte. Oppure ci si ciba di quello che qui chiamano pane-penicillina. E' pane ammuffito, avanzi di produzioni vecchie di settimane, verde di muffa. Lo si mette su un piccolo fuoco ricavato da un paio di ceppi di legno, vi assicuro che non è proprio una prelibatezza.
Israele continua a diffondere, specie via internet, immagini riprese dal cielo che dimostrerebbero come i suoi attacchi sono precisi e mirati a «terroristi» o ipotetici magazzini di scorte di armi ed esplosivo. L'altissimo conto di vittime civili, bastano da sole a smentire questi video.
Mi chiedo come Israele possa definirsi civile e democratico, se per stanare e uccidere un suo nemico nascosto in un edificio popolato, il suo esercito non esita un attimo ad abbatterlo dalle fondamenta seppellendoci sotto decine di innocenti. Rifletteteci un attimo, sarebbe come se l'esercito italiano per catturare un pericoloso boss mafioso, iniziasse a bombardare pesantemente il centro di Palermo. Sono 821 i morti palestinesi nel momento in cui scrivo, 93 le donne ammazzate, 235 i bambini, 12 i paramedici uccisi nell'adempimento del loro dovere, tre i giornalisti morti con la macchina fotografica appesa al collo. Ben 3350 i feriti, più della metà sono minori di diciotto anni. Secondo il centro Mezan per i diritti umani, noto per la sua attendibilità, sono l'85% delle vittime totali i civili palestinesi massacrati in due settimane. Il computo delle vittime civili israeliane, fortunatamente, è fermo a quota quattro. Se le Nazioni unite non riescono a proteggere la popolazione civile palestinese dalle massicce violazioni di Israele agli obblighi umanitari internazionali ci proveranno i miei amici del Free Gaza Movement, partiti da Cipro e pronti a sbarcare a Gaza fra un paio di giorni. Sono dottori, infermieri e attivisti per i diritti umani, che ritengono loro preciso dovere morale fare quello che è possibile per fornire qualche misura di protezione.
Ci avevano già provato ad arrivare martedì 31 dicembre sulla Dignity. La marina israeliana aveva speronato la nostra barca, in acque internazionali, tentando di affondarla, successivamente aveva parlato di «incidente». Attenderò i miei amici con il loro carico di aiuti umanitari fra le macerie di quel che resta del porto, e voglio sperare che non si ripetano altri «incidenti» in alto mare.
Il secondo volantino piovuto dal cielo che abbiamo tradotto è una vera chicca (è possibile trovare le foto di entrambi i volantini sul sito guerrillaradio.iobloggo.com/): «Ai cittadini di Gaza. Prendetevi la responsabilità del vostro destino! A Gaza i terroristi e coloro che lanciano i razzi contro Israele rappresentano una minaccia per le vostre vite e per quelle delle vostre famiglie. Se desiderate aiutare la vostra famiglia e i vostri fratelli che si trovano a Gaza, tutto quello che dovete fare è chiamare il numero indicato di seguito e darci informazioni riguardo alle posizioni in cui si trovano i responsabili dei lanci dei razzi e le milizie terroriste che fanno di voi le prime vittime delle loro azioni. Evitare che vengano commesse atrocità è ora vostra responsabilità! Non esitate!.. E' garantita la più totale discrezione. Potete contattarci al seguente numero: 02-5839749. Oppure scriverci a questo indirizzo di posta elettronica per comunicarci qualunque informazione abbiate riguardo a qualsiasi attività terroristica: helpgaza2008@gmail.com».
Molti mi scrivete dall'Italia presi dalla frustrazione di non potere fare nulla dinnanzi a questo genocidio in corso.
Vi invito a continuare a manifestare la vostra indignazione e a tifare per i diritti umani. Se poi avete cinque minuti di tempo e un gettone telefonico da spendere, i riferimenti contenuti nell'ultimo volantino potrebbero tornarvi utili per comunicare il vostro pensiero a chi per via area, marina, terrestre, decide cinicamente sul destino di un milione e mezzo di persone. Mai gettone fu speso meglio, quei 235 bambini massacrati ve lo chiedono. Restiamo umani.
Seppellire sotto le macerie chi non ha un altro posto dove andare. Poco fa ci hanno comunicato il lancio di nuovi volantini, avvisano che «la terza fase della guerra al terrorismo sta per iniziare». Sono cortesi i vertici militari israeliani, chiedono collaborazione alla popolazione di Gaza, prima di schiacciarli come insetti.
Se i volantini non sono abbastanza persuasivi, ci pensa l'aereonautica a bussare dolcemente sui tetti delle case di Gaza. E' una nuova prassi degli ultimi giorni, piovono bombe un pochino più leggere, abbastanza per scoperchiare i tetti delle abitazioni e invitare gli abitanti all'evacuazione. Dopo due o tre minuti l'aviazione ripassa e non rimane più niente dell'edificio. Evacuare, ma per andare dove? Non ci sono posti al sicuro lungo su tutta la Striscia, io personalmente temo di più per la mia vita sopra un'ambulanza, o passando di fianco ad una moschea o una scuola, che dinnanzi ad uno dei palazzi governativa ancora in piedi.
Ieri notte a venti metri da casa mia, i caccia israeliani hanno tirato giù la stazione dei pompieri. Sulla strada parallela al porto ho scoperto stamane dei crateri profondi diversi metri come se fossero piovuti meteoriti in un film di fantascienza. La differenza è che qui gli effetti speciali fanno parecchio male. Girando per i corridoi dell'ospedale Al Shifa, affollati di feriti in attesa di cure, è possibile imbattersi in un dottore dai tratti somatici non propriamente arabi, è Mads Gilbert, medico norvegese dell'organizzazione non governativa Norwac. Gilbert, anestesista, conferma il sospetto di armi proibite utilizzate da Israele sui civili di Gaza: «Molti feriti arrivano con amputazioni estreme, con entrambe le gambe spappolate, che io sospetto siano prodotte da armi Dime». Questo mentre Navi Pillay, Alto commissario dell'Onu per i diritti umani, denuncia «gravissime violazioni che possono costituire crimini di guerra». L'ultimo di questi crimini poche ore fa, a est di Jabaliya, una famiglia che si apprestava a fuggire, si stava rifornendo di scorte alimentari in uno dei piccoli negozi ancora aperti, bombardato. Otto vittime, tutte appartenenti alla stessa famiglia, quella di Abed Rabbu, dieci feriti gravi.
Fra le persone che incontro per strada l'impressione è quella che Israele abbia deciso di prendersela con calma, le bombe cadono costantemente e le forze di terra avanzanolentamente. I soldati non hanno problemi nel procacciarsi razioni k, le razioni alimentari militari, a differenza della gente di Gaza che non trova più il pane. I panettieri, esaurite le scorte di farina, hanno iniziato a mescolarla con quella animale per sfornare le pagnotte. Oppure ci si ciba di quello che qui chiamano pane-penicillina. E' pane ammuffito, avanzi di produzioni vecchie di settimane, verde di muffa. Lo si mette su un piccolo fuoco ricavato da un paio di ceppi di legno, vi assicuro che non è proprio una prelibatezza.
Israele continua a diffondere, specie via internet, immagini riprese dal cielo che dimostrerebbero come i suoi attacchi sono precisi e mirati a «terroristi» o ipotetici magazzini di scorte di armi ed esplosivo. L'altissimo conto di vittime civili, bastano da sole a smentire questi video.
Mi chiedo come Israele possa definirsi civile e democratico, se per stanare e uccidere un suo nemico nascosto in un edificio popolato, il suo esercito non esita un attimo ad abbatterlo dalle fondamenta seppellendoci sotto decine di innocenti. Rifletteteci un attimo, sarebbe come se l'esercito italiano per catturare un pericoloso boss mafioso, iniziasse a bombardare pesantemente il centro di Palermo. Sono 821 i morti palestinesi nel momento in cui scrivo, 93 le donne ammazzate, 235 i bambini, 12 i paramedici uccisi nell'adempimento del loro dovere, tre i giornalisti morti con la macchina fotografica appesa al collo. Ben 3350 i feriti, più della metà sono minori di diciotto anni. Secondo il centro Mezan per i diritti umani, noto per la sua attendibilità, sono l'85% delle vittime totali i civili palestinesi massacrati in due settimane. Il computo delle vittime civili israeliane, fortunatamente, è fermo a quota quattro. Se le Nazioni unite non riescono a proteggere la popolazione civile palestinese dalle massicce violazioni di Israele agli obblighi umanitari internazionali ci proveranno i miei amici del Free Gaza Movement, partiti da Cipro e pronti a sbarcare a Gaza fra un paio di giorni. Sono dottori, infermieri e attivisti per i diritti umani, che ritengono loro preciso dovere morale fare quello che è possibile per fornire qualche misura di protezione.
Ci avevano già provato ad arrivare martedì 31 dicembre sulla Dignity. La marina israeliana aveva speronato la nostra barca, in acque internazionali, tentando di affondarla, successivamente aveva parlato di «incidente». Attenderò i miei amici con il loro carico di aiuti umanitari fra le macerie di quel che resta del porto, e voglio sperare che non si ripetano altri «incidenti» in alto mare.
Il secondo volantino piovuto dal cielo che abbiamo tradotto è una vera chicca (è possibile trovare le foto di entrambi i volantini sul sito guerrillaradio.iobloggo.com/): «Ai cittadini di Gaza. Prendetevi la responsabilità del vostro destino! A Gaza i terroristi e coloro che lanciano i razzi contro Israele rappresentano una minaccia per le vostre vite e per quelle delle vostre famiglie. Se desiderate aiutare la vostra famiglia e i vostri fratelli che si trovano a Gaza, tutto quello che dovete fare è chiamare il numero indicato di seguito e darci informazioni riguardo alle posizioni in cui si trovano i responsabili dei lanci dei razzi e le milizie terroriste che fanno di voi le prime vittime delle loro azioni. Evitare che vengano commesse atrocità è ora vostra responsabilità! Non esitate!.. E' garantita la più totale discrezione. Potete contattarci al seguente numero: 02-5839749. Oppure scriverci a questo indirizzo di posta elettronica per comunicarci qualunque informazione abbiate riguardo a qualsiasi attività terroristica: helpgaza2008@gmail.com».
Molti mi scrivete dall'Italia presi dalla frustrazione di non potere fare nulla dinnanzi a questo genocidio in corso.
Vi invito a continuare a manifestare la vostra indignazione e a tifare per i diritti umani. Se poi avete cinque minuti di tempo e un gettone telefonico da spendere, i riferimenti contenuti nell'ultimo volantino potrebbero tornarvi utili per comunicare il vostro pensiero a chi per via area, marina, terrestre, decide cinicamente sul destino di un milione e mezzo di persone. Mai gettone fu speso meglio, quei 235 bambini massacrati ve lo chiedono. Restiamo umani.
REPORTAGE DA GAZA
I palestinesi, un nemico anche da morti
Vittorio Arrigoni-Gaza City (13.01.2009)
Dal mare non più i suoi generosi frutti, nulla dell'amore per i suoi flutti che rispecchiano il cielo, solo la morte portata in dote da navi da guerra che arano il suo spettro liquido. Del mare proviamo a fare ancora corridoio salvifico, una breccia su questa terra martoriata, confiscata e imprigionata, stuprata in ogni suo palmo, ridotta ad un cimitero per salme che non trovano riposo. Da qualche giorno anche i funerali sono diventati target di attacchi dell'aereonautica israliana, come se i palestinesi uccisi meritassero un'ulteriore punizione anche da morti. Se un corridoio umanitario stenta a schiudersi per venire in soccorso a una popolazione ridotta allo stremo delle forze, ci penserà la Spirit of humanity, una delle nostre barche targata Free Gaza Movement. Salpata ieri da Larnaca, Cipro, cercherà di condurre sino al porto di Gaza oltre a tonnellate di medicinali una quarantina fra dottori, infermieri, giornalisti, parlamentari europei, attivisti per i diritti umani, rappresentanti di 17 diverse nazioni. Esseri veramenti umani, come me, come i tanti in Italia che mi testimoniano la loro indignazione, disposti a rischiare la vita piuttosto che continuare a restare seduti e ignavi nel salotto buono di casa, dinnanzi ad un televisore che rimanda solo una minima parte del massacro che ci sta affliggendo. Il 27 dicembre i miei amici ci provarono con la Dignity, furono attaccati dalla marina israeliana che tentò di affondarli, lanciato l'Sos dovettero rifugiare in Libano coi motori in avaria e una falla nello scafo. Per puro caso non ci furono feriti gravi in quell'occasione, ci auguriamo che oggi siano rispettate le loro vite e i diritti umani. Ci sono terribili catastrofi naturali a questo mondo, come terremoti e uragani, inevitabili. A Gaza è in corso una catastrofe umanitaria innaturale perpetrata da Israele ai danni di un popolo che vorrebbe ridotto alla più completa miseria, sottomissione. Una popolazione disperata che non trova più il pane e il latte per nutrire i suoi figli. Che non piange neanche più i suoi lutti perché anche agli occhi è stata imposta una ferrea dieta. Il mondo intero non può ignorare questa tragedia, e se lo fa, non includeteci in questo mondo. Ogni giorno invochiamo forze che governano sopra di noi affinché fermino questo genocidio in corso, per questa mattina chiediamo solo che la nostra piccola imbarcazione approdi a Gaza con il suo carico di compassione, pace, amore, empatia, che a tutti i palestinesi siano concessi gli stessi diritti di cui godono gli israeliani, e qualsiasi altro popolo del pianeta. Il mare come ancora di speranza, il mare come meta di distruzione. Secondo l'agenzia di stampa Ma'an, e la Reuters conferma, gli Stati Uniti stanno per rifornire di 300 tonnellate di armi Israele, tramite due navi cargo in partenza dalla Grecia. Armi e una grande quantità di esplosivo e detonatori, tutto il necessario per spianare la Striscia da migliaia delle sue abitazioni. Sono già 120 mila gli sfollati da Gaza a Jabalia, ma i più, compresi diversi miei amici non si sono mossi, non sanno dove rifugiarsi. Giornalisti, dottori e becchini. Sono le professioni che lavorano di più qui a Gaza, senza sosta ormai da 16 giorni. Gli avvoltoi, oltre i caccia bombardieri, preoccupano e fomentano disprezzo, specie quelli che fino a ieri sedevano sulla stessa sedia del compianto Arafat, e ora anelano a venire a riprendersi il trono sulle ceneri di quel che di Gaza sarà.Siamo giunti a 923 vittime, 4150 i feriti, 255 i bambini palestinesi orribilmente trucidati. Il computo delle vittime civile israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. Gira voce che Olmert avrebbe fatto sapere ai suoi che il raggiungimento di 1000 vittime civili è il termine ultimo per arrestare questa brutale offensiva infanticida. Un po' come succede alla Vucciria di Palermo, dove i quarti di manzo goccialano sangue all'aperto, e si contratta la carne un tanto al chilo. Le apparizioni di Ismail Haniyeh sullo schermo sono seguitissime dai palestinesi della Striscia. Non si può parlare di tregua senza contemporaneamente prefissare una fine dell'assedio. Continuare ad assediare una Gaza ridotta in macerie, non permettere il confluire di viveri e medicinali, impedire la fuoriuscita di malati e di feriti, significa condannarla a una più lunga agonia. Questo il sunto delle parole del leader di Hamas, pronunciate stasera da un bunker chissa dove sottoterra, che fanno breccia nell'opinione pubblica gazawi. Il discorso di un leader che avrebbe potuto fuggire a ripararsi altrove, e invece è rimasto qui a prendersi le bombe in testa come chiunque altro.Questo mie prose odierne sono state troncate sul nascere dalla solita telefonata intimidatoria che ordina l'evocuazione prima di un bombardamento. Mi trovo nel palazzo dove risiedono i principali media internazionali, fra gli altri, Al Jazeera, Ramattan e Reuters. Abbiamo dovuto staccare i pc dalle pareti, precipitarci giù per le scale e riversarci in strada, dove con gli occhi incollati al cielo cerchiamo di scorgere da dove giungerà il fulmine distruttivo. Questa notte non ci saranno telecamere e reporter a documentare il massacro di civili, aleggia il fondato sospetto che le vittime innocenti saranno più del solito. Ancora per strada fisso Alberto e gli strizzo un occhio, si avvicina e gli sussurrò in un orecchio se ritiene plausibile che la telefonata intimidatoria sia stato un segnale per noi due soli, dopo la scoperta di un sito statunitense che ci ha messo una taglia sulla testa: «Allertare i militari dell'Idf per colpire l'Ism. Numero da chiamare se localizzate i covi di Hamas con i membri dell'Ism. Dall'America chiamate 011-972-2-5839749. Da altri paesi non digitare lo 011. Aiutateci a neutralizzare l'Ism, che è ormai parte integrante di Hamas sin dall'inizio della guerra. Bersaglio Ism n°1 per le forze aeree israeliane e truppe di terra dell'idf: invito all'omicidio di Vittorio Arrigoni (foto sotto, ndr) che attualmente assiste Hamas a Gaza». Dal sito www.stoptheism.com. Non prendetevi la briga di visitarlo né tantomeno di linkarlo ai vostri siti. È una testimonianza sociologica da tramandare ai posteri. Analizzando questi tempi, il futuro pronuncerà la sua sentenza inappellabile, di come l'odio fosse il sentimento più puro, e il livore verso il diverso muovesse eserciti e fosse il collante di intere masse di uomini, Non è necessario che i miei detrattori e chi mi vorrebbe martire compongano quel numero, l'esercito israeliano sa benissimo dove trovarmi anche stanotte: sto sopra le ambulanze dell'ospedale Al Quds in Gaza city. Restiamo umani.
REPORTAGE DA GAZA
Sotto le bomb
e, quei piccoli figli d'un Allah minore
Vittorio Arrigoni-Gaza City (14.01.2009)
I figli di un Allah minore, che il rifugio nell'abbraccio delle madri e dei padri una folgore dal cielo ha per sempre spezzato, continuano a espiare l'eredità di un odio tramandato di generazione in generazione per una colpa che non hanno mai commesso. I soldati con la Stella di David si calano nel ruolo di tanti Erode contemporanei, già 253 i bimbi palestinesi massacrati. Un orrore senza fine, per il quale nessun soldato, nessun ufficiale dell'esercito israeliano, nessun governo israeliano è mai stato messo dinnanzi alle sue responsabilità di criminale di guerra. Se per qualche ora queste vittime innocenti vengono graziate, non è così per i luoghi che ospitano i loro giochi, i sogni e le ambizioni di diventare adulti, quei padri e quelle madri che a loro sono stati strappati. Gli orfanotrofi sono diventati il nido preferito per gli uccelli meccanici israeliani, negli orfanotrofi i caccia vanno a deporre le loro bombe. I compagni dell'Ism da Rafah mi scrivono: «Domenica 11 gennaio, approssimativamente alle 03:00 am, caccia F16 hanno bombardato il centro per orfani dell'associazione Dar al-Fadila, che includeva una scuola, un college, un centro informatico e una moschea in Taha Hussein Street, nel quartiere Kherbat al-'Adas a nord est di Rafah. Parte degli edifici sono andati completamente distrutti e quelli ancora in piedi sono seriamente danneggiati. La scuola assisteva circa 500 bambini senza più genitori».
La personalissima Jihad israeliana contro i luoghi sacri dell'Islam lungo la Striscia continua, contando la moschea di Kherbat al-'Adas, sono 20 le moschee rase al suolo. Fortunamente nessu razzo Qassam ha ancora sfiorato le pareti di una sinagoga. Siamo certi che altrimenti avremmo giustamente avvertito levarsi al cielo grida di sdegno da ogni angolo del mondo, mentre non ci meravigliamo più se nessuno protesta contro questa massiccia campagna anti-slamica. Dio deve pagare il prezzo di ricevere preghiere dai palestinesi. Quasi 950 vittime, l'85% sono civili.
L'infernale macchina di distruzione israeliana continua lentamente ad avanzare ed avvolgere tutta Gaza, abbattendo case, scuole, università, ospedali, senza nessun tangibile segnale né volontà di sabotaggio da parte della comunità internazionale. Sabotare l'avanzata della morte travestita da tank e caccia per savaguardare la vita. E' giunto allora il nostro turno, noi, semplici cittadini senza cittadinanza se non quella di ritenerci appartenenti ad una sola unica famiglia, la famiglia umana, è ora che infiliamo un bastone in questo ingranaggio infernale.
Ho incontrato il dottor Haidar Eid, professore dell'univesità Al Quds di Gaza city. Un intellettuale di sinistra, coriaceo e insieme ilare, passionale, generoso, come in Italia non se ne vedono più, estinti o deposti in qualche scantinato della memoria perchè non riciclabili con la linea bipartisan che fa sfilare a braccetto post-fascisti e post-comunisti, uniti in comune litania a giustificare Israele per ogni suo massacro. Haider dinnanzi a me si fa portavoce del Pacbi (The Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel: www.pacbi.org) e del Bnc (The Boycott, Divestment & Sanctions Campaign National Committee: bdsmovement.net ) e con lui ho discusso di boicottaggio.La storia insegna ma non ha alunni. E Mandela e il Mahatma Gandhi sono al momento impossibilitati a concedere ripetizioni. Ma c'è la storia specifica del Sudafrica a indicarci la strada per costringere Israele razzista e colonialista e giungere ad un compromesso.
Non boicottare allora quel regime di apartheid fu considerato un po' come esserne complici, cosa cambia oggi? Come me, la stragrande maggioranza dei palestinesi, non crede che la miglior risposta all'occupazione israeliana e a questo massacro in corso siano gli attentati, i kamikaze e i razzi su Sderot. Il boicottaggio è pacifista, non violento, la migliore risposta umanamente accettabile, all'imbarbarimento di un conflitto che rende disumano ogni gesto. La migliora arma nell'arsenale della non violenza, come ci ha ricordato Naomi Klein in un recente editoriale su il Guardian. Heidan riesce a trarre qualcosa di positivo dalla pozza di sangue in cui stiamo affondando. Come fu dopo il massacro di Sharpeville, 21 marzo 1960, quando 78 neri furono fatti a pezzi per volontà di un regime barbaro in Sudafrica, e il mondo si sentì in dovere di dire basta, l'incomparabile massacro di mille civili palestinesi potrebbe dare il via ad una altrettanta forte campagna di mobilitazione per punire i crimini israeliani. Heiden è anche uno dei fautori di Israele e Palestina uniti in un unico stato, secolare, democratico e interreligioso, per lui unica e pragamatica via di uscita da un conflitto che non vede altre risoluzioni. Più intimamente mi parla della Nakba, che lui ha scampato per pochi anni, ma intensamente rivissuto nei racconti tramandati per via orale dai suoifamiliari. Mi parla a chiare lettere, lui figlio del post-catastrofe, di come la Nakba è stata la tramandazione di un incubo, che ha alimentato l'inconscio collettivo di migliaia di palestinesi. L'incubo si è rifatto vivo, ha bussato sui tetti delle case il 27 dicembre, e da allora non smette di mietere notti insonni.
Haiden mi invita a divulgare, e io registro sul mio taccuino, il suo appello per tutti gli italiani a non comprare più alcun prodotto Made in Israel. I prodotti israeliani si riconosco sugli scaffali, imbrattati di sangue, hanno un codice a barre che li contraddistinue: 729 le cifre iniziali. Per ricavare la lista completa dei prodotti è possibile accedere al sito www.boycottisraeligoods.org/modules11748.php . Stampatevi la lista, appicciatela sulla porta del frigo o infilatelo nella borsa di vostra madre o vostra moglie quando si recano al mercato con la lista della spesa. «Se compri anche un solo bicchiere d'acqua proveniente da Israele, di fatto compri un anche un proiettile che prima o poi andrà a conficcarsi nel cuore di uno dei nostri figli».
Il movimento di boicattoggio che ha visto la luce nel 2005 in Palestina, sta facendo passi da gigante e si diffonde fra milioni di consumatori nel mondo. Il presidente venezuelano Chavez che ha espluso l'ambasciatore israliano e cessato ogni rapporto con lo Stato che ci sta strangolando è un esempio da incarnare per tutti i politici nostrani.
I leaders sudafricani dell'allora lotta contro il regime d'apartheid , Mandela, Ronnie Kasrils e Desmond Tutu affermano che l'oppressione israeliana contro i palestinesi è di gran lunga peggiore di quella del Sudafrica, voci un tantino più autorevoli di Frattini e Fassino. Diversi ebrei isrealiani si sono uniti alla campagna di boicottaggio, circa 500 finora, fra i quali Ilan Pappe e Neta Golan, sopravvisuti all'Olocausto che gridano «mai più». Il poeta israeliano Aharon Shabtai ci istiga ad agire : «Io spero nell'aiuto degli europei, che i discendenti di Voltaire e Rousseau aiutino Israele, perché Israele non finirà l'occupazione fin quando l'Europa non gli dirà "basta". Solo una pressione da parte dei paesi civili e democratici può cambiare la situazione e riportarci la felicità. La situazione attuale - in cui a dettar legge è l'esercito - non può essere cambiata dall'interno. Per i valori di cui è portatrice, l'Europa non può continuare a collaborare con Israele».
729 deve diventare il nostro numero.
Restiamo umani.
La personalissima Jihad israeliana contro i luoghi sacri dell'Islam lungo la Striscia continua, contando la moschea di Kherbat al-'Adas, sono 20 le moschee rase al suolo. Fortunamente nessu razzo Qassam ha ancora sfiorato le pareti di una sinagoga. Siamo certi che altrimenti avremmo giustamente avvertito levarsi al cielo grida di sdegno da ogni angolo del mondo, mentre non ci meravigliamo più se nessuno protesta contro questa massiccia campagna anti-slamica. Dio deve pagare il prezzo di ricevere preghiere dai palestinesi. Quasi 950 vittime, l'85% sono civili.
L'infernale macchina di distruzione israeliana continua lentamente ad avanzare ed avvolgere tutta Gaza, abbattendo case, scuole, università, ospedali, senza nessun tangibile segnale né volontà di sabotaggio da parte della comunità internazionale. Sabotare l'avanzata della morte travestita da tank e caccia per savaguardare la vita. E' giunto allora il nostro turno, noi, semplici cittadini senza cittadinanza se non quella di ritenerci appartenenti ad una sola unica famiglia, la famiglia umana, è ora che infiliamo un bastone in questo ingranaggio infernale.
Ho incontrato il dottor Haidar Eid, professore dell'univesità Al Quds di Gaza city. Un intellettuale di sinistra, coriaceo e insieme ilare, passionale, generoso, come in Italia non se ne vedono più, estinti o deposti in qualche scantinato della memoria perchè non riciclabili con la linea bipartisan che fa sfilare a braccetto post-fascisti e post-comunisti, uniti in comune litania a giustificare Israele per ogni suo massacro. Haider dinnanzi a me si fa portavoce del Pacbi (The Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel: www.pacbi.org) e del Bnc (The Boycott, Divestment & Sanctions Campaign National Committee: bdsmovement.net ) e con lui ho discusso di boicottaggio.La storia insegna ma non ha alunni. E Mandela e il Mahatma Gandhi sono al momento impossibilitati a concedere ripetizioni. Ma c'è la storia specifica del Sudafrica a indicarci la strada per costringere Israele razzista e colonialista e giungere ad un compromesso.
Non boicottare allora quel regime di apartheid fu considerato un po' come esserne complici, cosa cambia oggi? Come me, la stragrande maggioranza dei palestinesi, non crede che la miglior risposta all'occupazione israeliana e a questo massacro in corso siano gli attentati, i kamikaze e i razzi su Sderot. Il boicottaggio è pacifista, non violento, la migliore risposta umanamente accettabile, all'imbarbarimento di un conflitto che rende disumano ogni gesto. La migliora arma nell'arsenale della non violenza, come ci ha ricordato Naomi Klein in un recente editoriale su il Guardian. Heidan riesce a trarre qualcosa di positivo dalla pozza di sangue in cui stiamo affondando. Come fu dopo il massacro di Sharpeville, 21 marzo 1960, quando 78 neri furono fatti a pezzi per volontà di un regime barbaro in Sudafrica, e il mondo si sentì in dovere di dire basta, l'incomparabile massacro di mille civili palestinesi potrebbe dare il via ad una altrettanta forte campagna di mobilitazione per punire i crimini israeliani. Heiden è anche uno dei fautori di Israele e Palestina uniti in un unico stato, secolare, democratico e interreligioso, per lui unica e pragamatica via di uscita da un conflitto che non vede altre risoluzioni. Più intimamente mi parla della Nakba, che lui ha scampato per pochi anni, ma intensamente rivissuto nei racconti tramandati per via orale dai suoifamiliari. Mi parla a chiare lettere, lui figlio del post-catastrofe, di come la Nakba è stata la tramandazione di un incubo, che ha alimentato l'inconscio collettivo di migliaia di palestinesi. L'incubo si è rifatto vivo, ha bussato sui tetti delle case il 27 dicembre, e da allora non smette di mietere notti insonni.
Haiden mi invita a divulgare, e io registro sul mio taccuino, il suo appello per tutti gli italiani a non comprare più alcun prodotto Made in Israel. I prodotti israeliani si riconosco sugli scaffali, imbrattati di sangue, hanno un codice a barre che li contraddistinue: 729 le cifre iniziali. Per ricavare la lista completa dei prodotti è possibile accedere al sito www.boycottisraeligoods.org/modules11748.php . Stampatevi la lista, appicciatela sulla porta del frigo o infilatelo nella borsa di vostra madre o vostra moglie quando si recano al mercato con la lista della spesa. «Se compri anche un solo bicchiere d'acqua proveniente da Israele, di fatto compri un anche un proiettile che prima o poi andrà a conficcarsi nel cuore di uno dei nostri figli».
Il movimento di boicattoggio che ha visto la luce nel 2005 in Palestina, sta facendo passi da gigante e si diffonde fra milioni di consumatori nel mondo. Il presidente venezuelano Chavez che ha espluso l'ambasciatore israliano e cessato ogni rapporto con lo Stato che ci sta strangolando è un esempio da incarnare per tutti i politici nostrani.
I leaders sudafricani dell'allora lotta contro il regime d'apartheid , Mandela, Ronnie Kasrils e Desmond Tutu affermano che l'oppressione israeliana contro i palestinesi è di gran lunga peggiore di quella del Sudafrica, voci un tantino più autorevoli di Frattini e Fassino. Diversi ebrei isrealiani si sono uniti alla campagna di boicottaggio, circa 500 finora, fra i quali Ilan Pappe e Neta Golan, sopravvisuti all'Olocausto che gridano «mai più». Il poeta israeliano Aharon Shabtai ci istiga ad agire : «Io spero nell'aiuto degli europei, che i discendenti di Voltaire e Rousseau aiutino Israele, perché Israele non finirà l'occupazione fin quando l'Europa non gli dirà "basta". Solo una pressione da parte dei paesi civili e democratici può cambiare la situazione e riportarci la felicità. La situazione attuale - in cui a dettar legge è l'esercito - non può essere cambiata dall'interno. Per i valori di cui è portatrice, l'Europa non può continuare a collaborare con Israele».
729 deve diventare il nostro numero.
Restiamo umani.
REPORTAGE DA GAZA
I cadaveri putrescenti divorati dai cani
Vittorio Arrigoni-Gaza City (16.01.2009)
Dante non avrebbe saputo immaginare gironi così infernali come le corsie dei dannati negli ospedali di Jabalia. La legge del contrappasso qui è applicata al rovescio. Tanto più innocente è la vittima tanto meno viene risparmiata dal martirio delle bombe. Al Kamal Odwan, all' Al Auda, le piastrelle in ceramica dei pronti soccorsi sono sempre belle lustre, gli inservienti hanno sempre un gran da fare a ripulirle dal sangue che gronda dall'incessante via vai di barelle cariche di corpi massacrati. Iyad Mutawwaq stava camminando per strada quando una bomba ha aperto uno squarcio in un edificio poco distante.
Insieme ad altri passanti si era precipitato per prestare i soccorsi, mentre un secondo ordigno colpiva il palazzo, uccidendo un padre di 9 figli, due fratelli, e un altro passante che al pari di Iyad era corso sul posto per aiutare i feriti. La solita storia ripetuta, dieci, cento volte. La tecnica preferita di ogni terrorismo ricalcata alla perfezione dall'esercito di Tsahal. Si lancia un bomba, si attendo i soccorsi, si ribombardano feriti e soccorsi. Per Iyad queste sono bombe americane ma portano l'autografo anche di Mubarack , il dittatore egiziano che qui Gaza fa concorrenza ad Olmert in capacità di catalizzare livore.
Dietro il letto di Iyad, un anziano con le braccia ingessate sta disteso con gli occhi fissi al soffitto, non proferisce più parola, mi dicono abbia perso tutto, famiglia e casa. Fissa le crepe di un intonaco che cade a pezzi come per cercare una risposta alla disfatta della sua esistenza. Khaled ha lavorato 25 anni in Israele, prima dell'ultima intifada. Come gratifica Tel Aviv non gli ha concesso una pensione, ma una serie di missili aria-terra sulla sua casa; presenta ferite su tutto il corpo da schegge di esplosivo. Gli chiedo dove andrà a vivere una volta dimesso dall'ospedale. Mi risponde dove sta ora la sua famiglia: per strada. Come la sua, numerose famiglie non sanno più dove rifugiarsi.
I più fortunati hanno trovato ospitalità da parenti e conoscenti, come abbiamo verificato, ma si può definire vita lo stipare un centinaio di persone in due appartamenti di 3 stanze ciascuno? Due bombe sull'abitazione di Ahmed Jaber hanno messo in fuga la sua famiglia, ma troppo tardi. Una terza esplosione ha sepolto sotto le macerie 7 suoi familiari, e anche due bambini di 8 e 9 anni suoi vicini di casa. Dice «ci hanno fatto fare un salto all'indietro nel 1948. Questo è il supplizio per il nostro attaccamento alla patria. Possono staccarmi le braccia e la gambe dal tronco, ma non mi lasceranno mai abbandonare la mia terra». Un dottore mi prende in disparte e mi confida che la figlia di 7 anni di Ahmed è arrivata in pezzi, stava contenuta in una minuscola scatola di cartone. Non hanno avuto il coraggio di riferirglielo per non deteriorare le sue già precarie condizioni di salute. In serata anche a Iyad hanno portato via il telefono per non fargli pervenire cattive notizie. Un tank ha centrato la casa della sorella, decapitandola. Alla fine la nostra imbarcazione del Free Gaza Movement non è giunta al porto di Gaza. A 100 miglia dalla meta designata, in acque internazionali, sono stati intercettati da 4 navi da guerra israeliane, disposte a far fuoco e ammazzare il nostro carico di dottori, infermieri e attivisti per i diritti umani. Nessuno deve osare ostacolare la mattanza di civili che continua ininterrottamente da 3 settimane. A est di Jabilia, dinnanzi al confine, testimoni oculari parlano di decine di corpi in putrefazione per le strade, le loro carni putrescenti sono divorate dai cani. Ci sono anche centinaia di persone impossibilitate a muoversi, diverse ferite; le ambulanze non possono sopraggiungere nell'area perché ovunque ci sono cecchini che sparano. I palestinesi sono esausti di schiattare nell'indifferenza generale, e diversi accusano anche croce rossa internazionale e Onu di non fare abbastanza. Di non ottemperare in pieno al loro dovere, di non rischiare la loro vita per salvarne centinaia di altre. Andremo noi dell'Internationl Solidarity Movement (Ism), a piedi, con delle barelle, laddove l'umanità ha oltrepassato i suoi confini e si è eclissata.
I soloni coi culi di pietra poggiati nei salotti buoni della politica discettano di strategie belliche e di guerra contro Hamas, mentre qua ci stanno letteralmente massacrando. Bombardano gli ospedali, e c'è chi ancora si pronuncia sul diritto di Israele all'autodifesa. In qualsiasi stato che si definisce minimante civile, l'autodifesa è proporzionale all'offesa. In questi 20 giorni abbiamo contato 1075 vittime palestinesi, l'85% civili, più di 5000 feriti, dei quali più della metà sono minori di 18 anni. 303 i bambini orrendamente trucidati. Fortunatamente solo 4 vittime civili israeliane. Come a dire che per Israele il giusto bagno di sangue per vendicare ognuno dei suoi civili ammazzati, è quello di sterminarne almeno 250 della parte avversa. Ditemi se vuoi che se questa sproporzione fra difesa e offesa non vi riporta agli eccidi compiuti come rappresaglia nelle pagine più nere della storia moderna europea.
Ma veniamo al punto, di legittima difesa si tratta? Ai Marco Travaglio, ai Piero Ostellino, ai Pierluigi Battista e agli Angelo Panebianco, che insistono con la loro solfa imputando ad Hamas la responsabilità di questo genocidio in quanto trasgressore della tregua fra Israele e Palestina, vorrei ricordare la posizione delle Nazioni Unite. Il professor Richard Falk, relatore speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha espresso idee chiare in proposito: Israele ha di fatto rotto la tregua in novembre sterminando bellamente 17 palestinesi. Nel mese di novembre si erano registrate zero vittime israeliane, zero vittime come in ottobre, come nel mese precedente e quello precedente ancora. Lo ha ricordato recentemente anche il premio Nobel ed ex presidente Usa Jimmy Carter. Dispiace, che giornalisti come Travaglio, su cui riponevamo la nostra stima perché estremo baluardo di una informazione libera e quanto più possibile veritiera, si siano messi l'elmetto dell'esercito israeliano e intrattengono le masse dinnanzi al tubo catodico dilettandosi nello sport più di moda da queste parti, il tiro a segno sugli infanti.
Batto i tasti in un ufficio dell'agenzia di stampa Ramattan, attorno i reporters palestinesi vestono giubbotti antiproiettili ed elmetti. Non tornano ne stanno per recarsi dinnanzi ai carri armati, siedono semplicemente davanti ai loro computer. Due piani più sopra gli uffici della Reuters sono stati appena colpiti da un razzo, due feriti gravi. Quasi tutti i piani dello stabile sono vuoti al momento, sono rimasti i giornalisti più eroici, questo inferno in qualche modo deve continuare a essere raccontato. Poco prima l'esercito israeliano aveva rassicurato la Reuters di non evacuare, di restare negli uffici perchè sicuri. Stamane bombardato e distrutto anche l'edificio delle Nazioni Unite, stabile messo in piedi anche coi soldi del governo italiano.
Berlusconi, esisti? Diversi i morti e feriti. John Ging, capo dell'Unrwa, agenzia dell'Onu per i profughi palestinesi, testimone oculare, parla chiaramente di bombe al fosforo bianco. Nel quartiere Tal el Hawa di Gaza city, un'ala dell'ospedale Al Quds è in fiamme, imprigionata dentro insieme ad una quarantina fra medici e infermieri e un centinaio di pazienti anche Leila, nostra compagna dell'Ism. Ci ha raccontato per telefono le loro ultime drammatiche ore.
Un carro armato è dinnanzi all'ospedale e cecchini sono ovunque, sparano a qualsiasi cosa si muova. Tutt'attorno la distruzione, nella notte hanno osservato dalle loro finestre un edificio colpito dalle bombe incendiarsi, e udito le urla di terrore di intere famiglie, di bimbi, implorare aiuto. Non hanno potuto muoversi e impotenti, hanno osservato quei corpi arsi dal fuoco riversarsi in strada e ridursi in cenere. L'inferno si è rivoltato e al suo centro nel cuore di Gaza, noi siamo i dannati di un odio inumano. Restiamo umani.
Insieme ad altri passanti si era precipitato per prestare i soccorsi, mentre un secondo ordigno colpiva il palazzo, uccidendo un padre di 9 figli, due fratelli, e un altro passante che al pari di Iyad era corso sul posto per aiutare i feriti. La solita storia ripetuta, dieci, cento volte. La tecnica preferita di ogni terrorismo ricalcata alla perfezione dall'esercito di Tsahal. Si lancia un bomba, si attendo i soccorsi, si ribombardano feriti e soccorsi. Per Iyad queste sono bombe americane ma portano l'autografo anche di Mubarack , il dittatore egiziano che qui Gaza fa concorrenza ad Olmert in capacità di catalizzare livore.
Dietro il letto di Iyad, un anziano con le braccia ingessate sta disteso con gli occhi fissi al soffitto, non proferisce più parola, mi dicono abbia perso tutto, famiglia e casa. Fissa le crepe di un intonaco che cade a pezzi come per cercare una risposta alla disfatta della sua esistenza. Khaled ha lavorato 25 anni in Israele, prima dell'ultima intifada. Come gratifica Tel Aviv non gli ha concesso una pensione, ma una serie di missili aria-terra sulla sua casa; presenta ferite su tutto il corpo da schegge di esplosivo. Gli chiedo dove andrà a vivere una volta dimesso dall'ospedale. Mi risponde dove sta ora la sua famiglia: per strada. Come la sua, numerose famiglie non sanno più dove rifugiarsi.
I più fortunati hanno trovato ospitalità da parenti e conoscenti, come abbiamo verificato, ma si può definire vita lo stipare un centinaio di persone in due appartamenti di 3 stanze ciascuno? Due bombe sull'abitazione di Ahmed Jaber hanno messo in fuga la sua famiglia, ma troppo tardi. Una terza esplosione ha sepolto sotto le macerie 7 suoi familiari, e anche due bambini di 8 e 9 anni suoi vicini di casa. Dice «ci hanno fatto fare un salto all'indietro nel 1948. Questo è il supplizio per il nostro attaccamento alla patria. Possono staccarmi le braccia e la gambe dal tronco, ma non mi lasceranno mai abbandonare la mia terra». Un dottore mi prende in disparte e mi confida che la figlia di 7 anni di Ahmed è arrivata in pezzi, stava contenuta in una minuscola scatola di cartone. Non hanno avuto il coraggio di riferirglielo per non deteriorare le sue già precarie condizioni di salute. In serata anche a Iyad hanno portato via il telefono per non fargli pervenire cattive notizie. Un tank ha centrato la casa della sorella, decapitandola. Alla fine la nostra imbarcazione del Free Gaza Movement non è giunta al porto di Gaza. A 100 miglia dalla meta designata, in acque internazionali, sono stati intercettati da 4 navi da guerra israeliane, disposte a far fuoco e ammazzare il nostro carico di dottori, infermieri e attivisti per i diritti umani. Nessuno deve osare ostacolare la mattanza di civili che continua ininterrottamente da 3 settimane. A est di Jabilia, dinnanzi al confine, testimoni oculari parlano di decine di corpi in putrefazione per le strade, le loro carni putrescenti sono divorate dai cani. Ci sono anche centinaia di persone impossibilitate a muoversi, diverse ferite; le ambulanze non possono sopraggiungere nell'area perché ovunque ci sono cecchini che sparano. I palestinesi sono esausti di schiattare nell'indifferenza generale, e diversi accusano anche croce rossa internazionale e Onu di non fare abbastanza. Di non ottemperare in pieno al loro dovere, di non rischiare la loro vita per salvarne centinaia di altre. Andremo noi dell'Internationl Solidarity Movement (Ism), a piedi, con delle barelle, laddove l'umanità ha oltrepassato i suoi confini e si è eclissata.
I soloni coi culi di pietra poggiati nei salotti buoni della politica discettano di strategie belliche e di guerra contro Hamas, mentre qua ci stanno letteralmente massacrando. Bombardano gli ospedali, e c'è chi ancora si pronuncia sul diritto di Israele all'autodifesa. In qualsiasi stato che si definisce minimante civile, l'autodifesa è proporzionale all'offesa. In questi 20 giorni abbiamo contato 1075 vittime palestinesi, l'85% civili, più di 5000 feriti, dei quali più della metà sono minori di 18 anni. 303 i bambini orrendamente trucidati. Fortunatamente solo 4 vittime civili israeliane. Come a dire che per Israele il giusto bagno di sangue per vendicare ognuno dei suoi civili ammazzati, è quello di sterminarne almeno 250 della parte avversa. Ditemi se vuoi che se questa sproporzione fra difesa e offesa non vi riporta agli eccidi compiuti come rappresaglia nelle pagine più nere della storia moderna europea.
Ma veniamo al punto, di legittima difesa si tratta? Ai Marco Travaglio, ai Piero Ostellino, ai Pierluigi Battista e agli Angelo Panebianco, che insistono con la loro solfa imputando ad Hamas la responsabilità di questo genocidio in quanto trasgressore della tregua fra Israele e Palestina, vorrei ricordare la posizione delle Nazioni Unite. Il professor Richard Falk, relatore speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha espresso idee chiare in proposito: Israele ha di fatto rotto la tregua in novembre sterminando bellamente 17 palestinesi. Nel mese di novembre si erano registrate zero vittime israeliane, zero vittime come in ottobre, come nel mese precedente e quello precedente ancora. Lo ha ricordato recentemente anche il premio Nobel ed ex presidente Usa Jimmy Carter. Dispiace, che giornalisti come Travaglio, su cui riponevamo la nostra stima perché estremo baluardo di una informazione libera e quanto più possibile veritiera, si siano messi l'elmetto dell'esercito israeliano e intrattengono le masse dinnanzi al tubo catodico dilettandosi nello sport più di moda da queste parti, il tiro a segno sugli infanti.
Batto i tasti in un ufficio dell'agenzia di stampa Ramattan, attorno i reporters palestinesi vestono giubbotti antiproiettili ed elmetti. Non tornano ne stanno per recarsi dinnanzi ai carri armati, siedono semplicemente davanti ai loro computer. Due piani più sopra gli uffici della Reuters sono stati appena colpiti da un razzo, due feriti gravi. Quasi tutti i piani dello stabile sono vuoti al momento, sono rimasti i giornalisti più eroici, questo inferno in qualche modo deve continuare a essere raccontato. Poco prima l'esercito israeliano aveva rassicurato la Reuters di non evacuare, di restare negli uffici perchè sicuri. Stamane bombardato e distrutto anche l'edificio delle Nazioni Unite, stabile messo in piedi anche coi soldi del governo italiano.
Berlusconi, esisti? Diversi i morti e feriti. John Ging, capo dell'Unrwa, agenzia dell'Onu per i profughi palestinesi, testimone oculare, parla chiaramente di bombe al fosforo bianco. Nel quartiere Tal el Hawa di Gaza city, un'ala dell'ospedale Al Quds è in fiamme, imprigionata dentro insieme ad una quarantina fra medici e infermieri e un centinaio di pazienti anche Leila, nostra compagna dell'Ism. Ci ha raccontato per telefono le loro ultime drammatiche ore.
Un carro armato è dinnanzi all'ospedale e cecchini sono ovunque, sparano a qualsiasi cosa si muova. Tutt'attorno la distruzione, nella notte hanno osservato dalle loro finestre un edificio colpito dalle bombe incendiarsi, e udito le urla di terrore di intere famiglie, di bimbi, implorare aiuto. Non hanno potuto muoversi e impotenti, hanno osservato quei corpi arsi dal fuoco riversarsi in strada e ridursi in cenere. L'inferno si è rivoltato e al suo centro nel cuore di Gaza, noi siamo i dannati di un odio inumano. Restiamo umani.
REPORTAGE DA GAZA
Un bambino denutrito veglia la madre morta
Vittorio Arrigoni-Gaza City (17.01.2009)
Si racconta che un aziano signore uscito di casa per procurarsi del cibo durante una delle rare tregue mattutine, non sia piu stato in grado di trovare la via del ritorno. I bombardamenti hanno modificato radicalmente la geografia di Gaza, alterandone insieme il tessuto sociale.
Centinaia di famiglie che per anni hanno vissuto una accanto all'altra, costrette a fuggire verso punti cardinali differenti lungo tutta la Striscia, non hanno più alcun contatto fra loro. Raggiungere il quartiere Tal el Hawa, sud est di Gaza city, equivale a poggiare i piedi su un ambiente lunare.
Fra crateri e collinette di macerie, i carri armati israeliani si sono ritirati ieri mattina dopo 48 ore di assedio lasciandosi dietro un paeseggio di desolazione, insalubre, invaso dall'inconfondibile odore della morte. Arrancando fra ciò che resta di interi palazzi e case, carcasse bruciate di automobili e ambulanze, mi sono messo alla ricerca della casa di Ahmed. Proprio a causa di questo mutamento di interi quartieri messi a ferro e fuoco dai soldati, non è stata impresa facile; ricordavo che Ahmed abitava al termine di una strada sterrata, ora mi trovavo a incescepicare su un fondo terroso di detriti masticati e risputati fuori dai cingoli dei carri armati israeliani. Qualora alla fine di questa massiccia offensiva genocida si effettuasse una fotografia satellitare di Gaza city, credo sarebbe arduo convincere qualcuno che si tratta della stessa città fotografata venti giorni prima. Ahmed l'ho riabbracciato e per entrambi è stato come rivedersi dopo tanti anni, al termine di un lungo viaggio, di ritorno da un paese lontano. Purtroppo invece il nostro viaggio al termine della notte non prevede ancora albe che non siano detonate dall'odio di chi ha mobilitato generali e truppe per il nostro sterminio. Il mio amico mi ha mostrato dov'è rimasto piazzato il tank israeliano per due giorni, proprio davanti casa sua. Per tutto questo di lasso di tempo la sua famiglia ha vissuto in un sottoscala, con il terrore che un colpo di obice seppellisse per sempre le loro esistenze. Solo ieri notte, contraddicendo gli ordine dell'apprensivo padre, Ahmed strisciando sul pavimento si è avventurato fino a una finestra per dare uno sguardo all'inferno circostante. Ha visto il carro armato muoversi a 30 mentri da lui e andare a sbattere contro la saracinesca di un supermercato, aprirne una breccia e di seguito smontare dal mezzo corazzato alcuni sodati. Li ha visti recarsi festosi a «fare la spesa». «Hanno riempito il blindato a tal punto che favecano fatica e rientrarci dentro». Poi mi ha descritto le risa, i canti di scherno, che per tutta la notte hanno intercalato le esplosioni «Alì, Mohammed, this is a message to your Allah Akbar!». La resistenza che per alcuni giorni era riuscita stoicamente a limitare l'avanzata dei mortiferi mezzi blindati israeliani, si è come eclissata nelle ultime ore. Lo scontro è impari, i Kalashnikov fanno il solletico alle corazze dei tanks, al contraio i colpi di obice riescono a perforare le case da una parte all'altra. Il quartiere residenziale di Abraj Towers, popolato per lo più dalle famiglie dei professori che insegnano alle università di Al Aqsa, notoriamente vicino a Fatah, non ospitano «terroristi di Hamas». Come ne sono a conoscenza io, è ovvio che ne sono informati anche a Tel Aviv. A loro non importa, il quartiere è stato ridotto un cumulo di decandenti macerie. A fianco dei palazzi colpiti, l'ospedale Al Quds, dato alle fiamme nelle giornata di ieri. I miei compagni, volontari dell'Ism, hanno assistito il personale medico nell'evacuare i 300 feriti ricoverati nell'altro ospedale di Gaza city, il principale, lo Shifa. Ci hanno impiegato diverse ore, specie perché per il trasposto di alcuni pazienti gravissimi sarebbe stato necessario avvalersi di ambulanze specializzate, che i palestinesi non hanno a disposizione. Con il dottor Dagfinn Bjorklind dell'ong novergese Norwac abbiamo atteso gli ultimi evacuati e posto alcune domande agli infermieri scampati all'incendio dell' Al Quds. Resoconti agghiaccianti, confermati anche dai miei compagni testimoni oculari. A duecento metri dall'ospedale stavano riversi in strada circa una trentina di corpi, molte donne e bambini, alcuni dei quali ancocra in grado di produrre minimi movimenti. Non hanno potuto raggiungerli, cecchini posti sui tetti delle case sparavano a qualsiasi cosa si muovesse. Quei corpi sanguinanti per strada, erano civili in fuga dalle loro case colpite e incendiate dalle bombe. Gli snypers israeliani non hanno esitato un secondo a stenderli uno ad uno, una volta inquadrati nell'occhio del loro mirino, bambini compresi. Vi confido che il mio «restiamo umani» ha vacillato spesso in questi ultimi giorni, ma resiste. Resiste come l'orgoglio, l'attaccamento alla terra natia intesa come identità e diritto all'autodeterminazione della popolazione di Gaza, dai professori universitari alla gente incontrata per strada, i medici e gli infermieri, i reporters , i pescatori, gli agricoltori, uomini e donne e adoloscenti, quelli che hanno perso tutto e quelli che non avevano già più nulla da perdere, fino all'ultimo fiato in gola mi esprimono l'inshallah di una vittoria vicina, il sincero convincimento che le loro radici raggiungono profondità tali da non permetterne la recisione a nessun bulldozer nemico. Mentre scrivo uno schermo televisivo vicino riporta immagini all'interno dell'ospedale Al Shifa, uomini in lacrime si battono le mani sul viso come per arginare lo sfociare di lacrime di disperazione. A Shija'ya, est di Gaza city, un colpo sparato da un carro armato ha mietuto 7 vittime, e 25 feriti. Erano tutti riuniti in veglia funebre per un lutto che aveva colpito la loro famiglia il giorno precedente. Ieri il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak si è scusato con il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, per i colpi di artiglieria caduti sulla sede dell'Agenzia Onu per rifugiati palestinesi a Gaza City (fra l'altro costruita con i soldi del governo italiano). «Si è trattato di un grave errore», queste le sue parole. Non una richiesta di perdono per le famiglie dei 357 bambini palestinesi uccisi sino ad oggi. Evidentemente non si è trattato di un errore. Da un paramedico della croce rossa ho ascoltato il resoconto del loro arrivo sulla scena del massacro di Zaitun. Un bambino, visibilmente denutrito, stava accucciato dinnanzi al corpo della madre in avanzato stato di decomposizione. Per quattro giorni si era preso cura di quel corpo come se fosse ancora vivo; l'aveva asciugato dal sangue sulla fronte e strisciando fra le macerie di quella che era stata la sua casa si era procurato acqua, pane e dei pomodori, e li aveva messi vicino al viso della madre morta. Pensava stesse semplicemente dormendo. I soccorsi della Croce rossa sono riusciti a raggiungere il luogo del massacro solo parecchi giorni dopo, perché impediti dai cecchini israeliani. Credo che basterebbe solo questo di episodio per far sì che domani, durante la manifestazione di Roma e la marcia di Assisi siano ben visibili cartelli e striscioni che ricordano il 729. Il numero che tutti dovremmo tenere impresso per riconoscere e boicottare i prodotti Made in Israel. Abbiamo l'opportunità di cambiare le cose senza appaltare il nostro desiderio di rimanere umani. Restiamo umani.
Centinaia di famiglie che per anni hanno vissuto una accanto all'altra, costrette a fuggire verso punti cardinali differenti lungo tutta la Striscia, non hanno più alcun contatto fra loro. Raggiungere il quartiere Tal el Hawa, sud est di Gaza city, equivale a poggiare i piedi su un ambiente lunare.
Fra crateri e collinette di macerie, i carri armati israeliani si sono ritirati ieri mattina dopo 48 ore di assedio lasciandosi dietro un paeseggio di desolazione, insalubre, invaso dall'inconfondibile odore della morte. Arrancando fra ciò che resta di interi palazzi e case, carcasse bruciate di automobili e ambulanze, mi sono messo alla ricerca della casa di Ahmed. Proprio a causa di questo mutamento di interi quartieri messi a ferro e fuoco dai soldati, non è stata impresa facile; ricordavo che Ahmed abitava al termine di una strada sterrata, ora mi trovavo a incescepicare su un fondo terroso di detriti masticati e risputati fuori dai cingoli dei carri armati israeliani. Qualora alla fine di questa massiccia offensiva genocida si effettuasse una fotografia satellitare di Gaza city, credo sarebbe arduo convincere qualcuno che si tratta della stessa città fotografata venti giorni prima. Ahmed l'ho riabbracciato e per entrambi è stato come rivedersi dopo tanti anni, al termine di un lungo viaggio, di ritorno da un paese lontano. Purtroppo invece il nostro viaggio al termine della notte non prevede ancora albe che non siano detonate dall'odio di chi ha mobilitato generali e truppe per il nostro sterminio. Il mio amico mi ha mostrato dov'è rimasto piazzato il tank israeliano per due giorni, proprio davanti casa sua. Per tutto questo di lasso di tempo la sua famiglia ha vissuto in un sottoscala, con il terrore che un colpo di obice seppellisse per sempre le loro esistenze. Solo ieri notte, contraddicendo gli ordine dell'apprensivo padre, Ahmed strisciando sul pavimento si è avventurato fino a una finestra per dare uno sguardo all'inferno circostante. Ha visto il carro armato muoversi a 30 mentri da lui e andare a sbattere contro la saracinesca di un supermercato, aprirne una breccia e di seguito smontare dal mezzo corazzato alcuni sodati. Li ha visti recarsi festosi a «fare la spesa». «Hanno riempito il blindato a tal punto che favecano fatica e rientrarci dentro». Poi mi ha descritto le risa, i canti di scherno, che per tutta la notte hanno intercalato le esplosioni «Alì, Mohammed, this is a message to your Allah Akbar!». La resistenza che per alcuni giorni era riuscita stoicamente a limitare l'avanzata dei mortiferi mezzi blindati israeliani, si è come eclissata nelle ultime ore. Lo scontro è impari, i Kalashnikov fanno il solletico alle corazze dei tanks, al contraio i colpi di obice riescono a perforare le case da una parte all'altra. Il quartiere residenziale di Abraj Towers, popolato per lo più dalle famiglie dei professori che insegnano alle università di Al Aqsa, notoriamente vicino a Fatah, non ospitano «terroristi di Hamas». Come ne sono a conoscenza io, è ovvio che ne sono informati anche a Tel Aviv. A loro non importa, il quartiere è stato ridotto un cumulo di decandenti macerie. A fianco dei palazzi colpiti, l'ospedale Al Quds, dato alle fiamme nelle giornata di ieri. I miei compagni, volontari dell'Ism, hanno assistito il personale medico nell'evacuare i 300 feriti ricoverati nell'altro ospedale di Gaza city, il principale, lo Shifa. Ci hanno impiegato diverse ore, specie perché per il trasposto di alcuni pazienti gravissimi sarebbe stato necessario avvalersi di ambulanze specializzate, che i palestinesi non hanno a disposizione. Con il dottor Dagfinn Bjorklind dell'ong novergese Norwac abbiamo atteso gli ultimi evacuati e posto alcune domande agli infermieri scampati all'incendio dell' Al Quds. Resoconti agghiaccianti, confermati anche dai miei compagni testimoni oculari. A duecento metri dall'ospedale stavano riversi in strada circa una trentina di corpi, molte donne e bambini, alcuni dei quali ancocra in grado di produrre minimi movimenti. Non hanno potuto raggiungerli, cecchini posti sui tetti delle case sparavano a qualsiasi cosa si muovesse. Quei corpi sanguinanti per strada, erano civili in fuga dalle loro case colpite e incendiate dalle bombe. Gli snypers israeliani non hanno esitato un secondo a stenderli uno ad uno, una volta inquadrati nell'occhio del loro mirino, bambini compresi. Vi confido che il mio «restiamo umani» ha vacillato spesso in questi ultimi giorni, ma resiste. Resiste come l'orgoglio, l'attaccamento alla terra natia intesa come identità e diritto all'autodeterminazione della popolazione di Gaza, dai professori universitari alla gente incontrata per strada, i medici e gli infermieri, i reporters , i pescatori, gli agricoltori, uomini e donne e adoloscenti, quelli che hanno perso tutto e quelli che non avevano già più nulla da perdere, fino all'ultimo fiato in gola mi esprimono l'inshallah di una vittoria vicina, il sincero convincimento che le loro radici raggiungono profondità tali da non permetterne la recisione a nessun bulldozer nemico. Mentre scrivo uno schermo televisivo vicino riporta immagini all'interno dell'ospedale Al Shifa, uomini in lacrime si battono le mani sul viso come per arginare lo sfociare di lacrime di disperazione. A Shija'ya, est di Gaza city, un colpo sparato da un carro armato ha mietuto 7 vittime, e 25 feriti. Erano tutti riuniti in veglia funebre per un lutto che aveva colpito la loro famiglia il giorno precedente. Ieri il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak si è scusato con il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, per i colpi di artiglieria caduti sulla sede dell'Agenzia Onu per rifugiati palestinesi a Gaza City (fra l'altro costruita con i soldi del governo italiano). «Si è trattato di un grave errore», queste le sue parole. Non una richiesta di perdono per le famiglie dei 357 bambini palestinesi uccisi sino ad oggi. Evidentemente non si è trattato di un errore. Da un paramedico della croce rossa ho ascoltato il resoconto del loro arrivo sulla scena del massacro di Zaitun. Un bambino, visibilmente denutrito, stava accucciato dinnanzi al corpo della madre in avanzato stato di decomposizione. Per quattro giorni si era preso cura di quel corpo come se fosse ancora vivo; l'aveva asciugato dal sangue sulla fronte e strisciando fra le macerie di quella che era stata la sua casa si era procurato acqua, pane e dei pomodori, e li aveva messi vicino al viso della madre morta. Pensava stesse semplicemente dormendo. I soccorsi della Croce rossa sono riusciti a raggiungere il luogo del massacro solo parecchi giorni dopo, perché impediti dai cecchini israeliani. Credo che basterebbe solo questo di episodio per far sì che domani, durante la manifestazione di Roma e la marcia di Assisi siano ben visibili cartelli e striscioni che ricordano il 729. Il numero che tutti dovremmo tenere impresso per riconoscere e boicottare i prodotti Made in Israel. Abbiamo l'opportunità di cambiare le cose senza appaltare il nostro desiderio di rimanere umani. Restiamo umani.
REPORTAGE
L'amore sotto le bombe
Vittorio-Arrigoni-Gaza City (18.01.2009)
Fare l'amore sotto le bombe. Ricordo un amico di Nablus che mi spiegava quanto fosse difficile ritagliarsi un momento di intimità con la propria moglie durante l'occupazione. Una sera mentre se ne stavano abbracciati un proiettile si era conficcato sulla testiera del letto, ad un palmo dalle loro teste. Di amoreggiare sotto le bombe a Gaza in questi giorni non si parla proprio, e anche il futuro coniugale per le giovani coppie palestinesi si suppone alquanto difficile, essendo in moltissimi ad avere perso la casa e ora costretti a vivere ammassati nelle scuole dell'Unrwa o stipati con altre 20 persone in un minuscolo appartamento. «Oggi è sabato, stasera a Tel Aviv le giovani coppie vanno a divertirsi nelle discoteche o in spiaggia mentre qui noi non riusciamo neanche a fare l'amore nei nostri letti», mi dice Wissam, sposato da novembre. «Le luce stroboscopiche però ce le abbiamo anche noi» e mi indica dei lampi a sud, bombardamenti in corso. Ragazzi come Wissam, 19 anni, diventano padri molto presto e a mezza età sono già nonni, consci che questa è l'unica immortalità per la Palestina.
Mentre dall'esterno si vocifera di una tregua gli ultimi due giorni hanno evidenziato una impennata di bombardamenti e conseguenti vittime civili, ieri più di 60, una decina fuori da una moschea nell'ora della preghiera. Ciò che preoccupa maggiormente i palestinesi è un cessate il fuoco senza una contemporanea riapertura dei valichi di frontiera. Prima ancora di far entrare i materiali per la ricostruzione servono alimenti, e far uscire i feriti gravi.
Gli ospedali sono al collasso, lungo tutta la Striscia hanno una capienza massima di circa 1500 posti letto, i feriti al momento in cui scrivo sono 5320. Desta inoltre sfiducia nell'opinione pubblica palestinese l'aver affidato il ruolo d'intermediario all'Egitto, leadership notoriamente servile ai voleri d'Israele. «Perché non si è chiesta l'intermediazione di un paese europeo? Per la risoluzione del conflitto fra Israele e Hezbollah fu fondamentale il ruolo della Germania, paese veramente neutrale», mi dice sconsolato Hamza, professore universitario.
Questa mattina ancora una volta centrata dai tanks israeliani una scuola dell'Onu, a Beit Lahiya, nord della Striscia di Gaza. 14 feriti e due fratellini di 5 e 7 anni ammazzati, Bilal e Mohammed Al-Ashqar; la loro mamma è sopravvissuta ma ha perso entrambe le gambe.
Insieme ad altre migliaia di persone (42mila) si erano rifugiate nella scuole dopo che Israele aveva intimato l'evacuazione dalle loro case. Ritenevano di essere al sicuro, esattamente come i 43 profughi sterminati Il 6 gennaio scorso nel massacro della scuola dell'Unrwa a Jabilia. «Questi due bambini erano innocenti, senza dubbio, così come non c'è dubbio che siano morti», ha dichiarato il capo dell'Onu a Gaza, John Ging, che da giorni instancabilmente continua a denunciare i crimini di guerra compiuti dai soldati israeliani, invano. I generali israeliani si apprestano a dichiarare al mondo «missione compiuta». Sono tornato sulle maceria di Tal el Hawa, la parte ancora in piedi dell'ospedale dato alle fiamme dai soldati ha ripreso a funzionare come pronto soccorso e base logistica per le ambulanze. Dai palazzi seriamente danneggiati continuano a tirare fuori feriti da giorni imprigionati fra le rovine. All'ospedale Shifa è ricoverato un bambino di nome Suhaib Suliman, unico superstite di una famiglia di 25 persone sterminata. Una ragazzina, Hadil Samony, di familiari ne ha persi 11, quando verrà dimessa, non avrà più nessuno che potrà occuparsi di lei.
Scusate, qualcuno è in grado di spiegarmi di che missione si trattava? Dalla punizione collettiva alla strage di massa.
Un arabo frustrato di nome Raja Chemayel sul suo blog la definisce così: «Prendete un pezzo di terra, lungo 40 chilometri e largo all'incirca 5 chilometri. Chiamatelo Gaza. Poi riempitelo con un milione e quattrocentomila abitanti. Dopo di che circondatelo con il mare ad ovest, l'Egitto di Mubarak a sud, Israele a nord e ad est e chiamatela la Terra dei Terroristi. Poi dichiaratele guerra e invadetela con 232 carri armati, 687 blindati, 43 postazioni di lancio per jet da combattimento, 105 elicotteri armati, 221 unità di artiglieria terrestre, 346 mortai, 3 satelliti spia, 64 informatori, 12 spie infiltrate e 8000 truppe. E ora chiamate tutto questo "Israele che si difende". Adesso fermatevi per un momento e dichiarate che «eviterete di colpire la popolazione civile» e definitevi l'unica democrazia in azione. Sarà un miracolo, da qualunque punto di vista, evitare di colpire quei civili oppure sarà semplicementeuna menzogna dal momento che nessuno potrebbe evitare di colpirli a meno che non sia un bugiardo. Chiamate tutto questo, di nuovo, "Israele che si difende"».
Ora arriva la mia domanda: che cosa succederebbe se questo invasore si rivelasse un bugiardo? Che cosa accadrebbe a quei civili disarmati? Come potrebbe perfino Madre Teresa, o addirittura Topolino, con una tale potenza di fuoco, riuscire ad evitare di colpire quei civili in presenza di una tale equazione/situazione/scenario?
Chiamate tutto questo come volete. Israele era perfettamente al corrente della presenza di quelle persone disarmate perché è stato proprio Israele a metterle lì. E allora chiamatelo genocidio. E' più credibile.
A parte una paio di leader assassinati, Hamas non ha risentito di questa offensiva, non ha certo perso certo in consensi, semmai ne ha guadagnati. Ogni tanto qualcuno dovrebbe ricordarsi che Hamas non è un gruppuscolo di terroristi, e neanche un partito politico, ma un movimento, e in quanto tale non certo neutralizzabile con una pioggia di bombe a grappolo.
Quando domando ai palestinesi un loro parere sulle intenzioni reali di questo brutale massacro, molti rispondono essere in funzione delle elezioni israeliane a febbraio. «Fanno propaganda sulle nostre teste, è sempre stato così alla vigilia di ogni elezione». One Head one vote. Netanyahu che solo un mese fa pareva essere il vincitore certo, nei pronostici ora è dato per perdente dinnanzi agli occhi iniettati di sangue di Olmert e Livni. Avigdor Lieberman è leader di Yisrael Beitenu, al momento la quinta forza politica del paese, ma i sondaggi lo danno in forte crescita specie dopo una dichiarazione come questa: Gaza dovrebbe essere cancellata dalle mappe con una bomba nucleare, come hanno fatto gli americani con Hiroshima e Nagasaki. Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua ha dichiarato ieri su Haaretz : «Uccidiamo i loro bambini oggi per salvarne tanti domani». Temo che il suo Viaggio alla fine del millennio sia terminato a bordo di un carro armato parcheggiato dinnanzi ad un ospedale in fiamme. Voltaire invitata a rispettare qualsiasi opinione, io invito a smetterla di gettare i semi dell'odio, che qui innaffiati di sangue alimentano il germe di un risentimento insanabile.
Restiamo umani.
Mentre dall'esterno si vocifera di una tregua gli ultimi due giorni hanno evidenziato una impennata di bombardamenti e conseguenti vittime civili, ieri più di 60, una decina fuori da una moschea nell'ora della preghiera. Ciò che preoccupa maggiormente i palestinesi è un cessate il fuoco senza una contemporanea riapertura dei valichi di frontiera. Prima ancora di far entrare i materiali per la ricostruzione servono alimenti, e far uscire i feriti gravi.
Gli ospedali sono al collasso, lungo tutta la Striscia hanno una capienza massima di circa 1500 posti letto, i feriti al momento in cui scrivo sono 5320. Desta inoltre sfiducia nell'opinione pubblica palestinese l'aver affidato il ruolo d'intermediario all'Egitto, leadership notoriamente servile ai voleri d'Israele. «Perché non si è chiesta l'intermediazione di un paese europeo? Per la risoluzione del conflitto fra Israele e Hezbollah fu fondamentale il ruolo della Germania, paese veramente neutrale», mi dice sconsolato Hamza, professore universitario.
Questa mattina ancora una volta centrata dai tanks israeliani una scuola dell'Onu, a Beit Lahiya, nord della Striscia di Gaza. 14 feriti e due fratellini di 5 e 7 anni ammazzati, Bilal e Mohammed Al-Ashqar; la loro mamma è sopravvissuta ma ha perso entrambe le gambe.
Insieme ad altre migliaia di persone (42mila) si erano rifugiate nella scuole dopo che Israele aveva intimato l'evacuazione dalle loro case. Ritenevano di essere al sicuro, esattamente come i 43 profughi sterminati Il 6 gennaio scorso nel massacro della scuola dell'Unrwa a Jabilia. «Questi due bambini erano innocenti, senza dubbio, così come non c'è dubbio che siano morti», ha dichiarato il capo dell'Onu a Gaza, John Ging, che da giorni instancabilmente continua a denunciare i crimini di guerra compiuti dai soldati israeliani, invano. I generali israeliani si apprestano a dichiarare al mondo «missione compiuta». Sono tornato sulle maceria di Tal el Hawa, la parte ancora in piedi dell'ospedale dato alle fiamme dai soldati ha ripreso a funzionare come pronto soccorso e base logistica per le ambulanze. Dai palazzi seriamente danneggiati continuano a tirare fuori feriti da giorni imprigionati fra le rovine. All'ospedale Shifa è ricoverato un bambino di nome Suhaib Suliman, unico superstite di una famiglia di 25 persone sterminata. Una ragazzina, Hadil Samony, di familiari ne ha persi 11, quando verrà dimessa, non avrà più nessuno che potrà occuparsi di lei.
Scusate, qualcuno è in grado di spiegarmi di che missione si trattava? Dalla punizione collettiva alla strage di massa.
Un arabo frustrato di nome Raja Chemayel sul suo blog la definisce così: «Prendete un pezzo di terra, lungo 40 chilometri e largo all'incirca 5 chilometri. Chiamatelo Gaza. Poi riempitelo con un milione e quattrocentomila abitanti. Dopo di che circondatelo con il mare ad ovest, l'Egitto di Mubarak a sud, Israele a nord e ad est e chiamatela la Terra dei Terroristi. Poi dichiaratele guerra e invadetela con 232 carri armati, 687 blindati, 43 postazioni di lancio per jet da combattimento, 105 elicotteri armati, 221 unità di artiglieria terrestre, 346 mortai, 3 satelliti spia, 64 informatori, 12 spie infiltrate e 8000 truppe. E ora chiamate tutto questo "Israele che si difende". Adesso fermatevi per un momento e dichiarate che «eviterete di colpire la popolazione civile» e definitevi l'unica democrazia in azione. Sarà un miracolo, da qualunque punto di vista, evitare di colpire quei civili oppure sarà semplicementeuna menzogna dal momento che nessuno potrebbe evitare di colpirli a meno che non sia un bugiardo. Chiamate tutto questo, di nuovo, "Israele che si difende"».
Ora arriva la mia domanda: che cosa succederebbe se questo invasore si rivelasse un bugiardo? Che cosa accadrebbe a quei civili disarmati? Come potrebbe perfino Madre Teresa, o addirittura Topolino, con una tale potenza di fuoco, riuscire ad evitare di colpire quei civili in presenza di una tale equazione/situazione/scenario?
Chiamate tutto questo come volete. Israele era perfettamente al corrente della presenza di quelle persone disarmate perché è stato proprio Israele a metterle lì. E allora chiamatelo genocidio. E' più credibile.
A parte una paio di leader assassinati, Hamas non ha risentito di questa offensiva, non ha certo perso certo in consensi, semmai ne ha guadagnati. Ogni tanto qualcuno dovrebbe ricordarsi che Hamas non è un gruppuscolo di terroristi, e neanche un partito politico, ma un movimento, e in quanto tale non certo neutralizzabile con una pioggia di bombe a grappolo.
Quando domando ai palestinesi un loro parere sulle intenzioni reali di questo brutale massacro, molti rispondono essere in funzione delle elezioni israeliane a febbraio. «Fanno propaganda sulle nostre teste, è sempre stato così alla vigilia di ogni elezione». One Head one vote. Netanyahu che solo un mese fa pareva essere il vincitore certo, nei pronostici ora è dato per perdente dinnanzi agli occhi iniettati di sangue di Olmert e Livni. Avigdor Lieberman è leader di Yisrael Beitenu, al momento la quinta forza politica del paese, ma i sondaggi lo danno in forte crescita specie dopo una dichiarazione come questa: Gaza dovrebbe essere cancellata dalle mappe con una bomba nucleare, come hanno fatto gli americani con Hiroshima e Nagasaki. Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua ha dichiarato ieri su Haaretz : «Uccidiamo i loro bambini oggi per salvarne tanti domani». Temo che il suo Viaggio alla fine del millennio sia terminato a bordo di un carro armato parcheggiato dinnanzi ad un ospedale in fiamme. Voltaire invitata a rispettare qualsiasi opinione, io invito a smetterla di gettare i semi dell'odio, che qui innaffiati di sangue alimentano il germe di un risentimento insanabile.
Restiamo umani.
REPORTAGE DA GAZA
Solo i morti vedono la tregua
Vittorio Arrigoni-Gaza City (20.01.2009)
A Gaza solo i morti hanno visto la fine della guerra. Per i vivi non c'è tregua che tenga alla battaglia quotidiana per la sopravvivenza. Senza più acqua né gas, senza corrente elettrica, senza pane e latte per i propri figli. Migliaia di persone hanno perduto la casa. Dai valichi entrano aiuti umanitari col contagocce, e si ha come la sensazione che la benevolenza dei complici di chi ha ucciso sia solo momentanea. Domani (oggi per chi legge ndr) il segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon verrà a visitare Gaza, siamo certi che John Ging, a capo dell'agenzia per i profughi palestinesi, ne avrà da raccontargliene.
Dopo che Israele ha bombardato due scuole delle Nazioni Unite, ha assassinato 4 suoi dipendenti, ha colpito e distrutto il centro dell'Unrwa di Gaza city, riducendo in cenere tonnellate di medicinali e beni alimentari destinati alla popolazione civile. Le macerie di Gaza continuano a vomitare morti in superficie. Ieri fra Jabalia, Tal el Hawa a Gaza City e Zaitun, paramedici della mezza luna rossa con l'aiuto di alcuni volontari dell'International Solidarity Movement (Ism) hanno estratto dalla rovine 95 cadaveri, molti dei quali in avanzato stato di decomposizione.
Camminando per le strade della città di Gaza senza più il costante terrore di un bombardamento chirurgicamente mirato alla mia decapitazione, tremo ancora alla vista di cani randagi raccolti in circolo, a ciò che mi si potrebbe parare dinnanzi agli occhi essere il loro pasto. Gli uomini tirano un sospiro di sollievo e tornano a frequentare moschee e caffè, facilmente smascherabile è il loro atteggiarsi alla normalità, per i molti che hanno perso un familiare e per i moltissimi che non hanno più dove abitare. Fingono un ritorno alla routine per incoraggiare le mogli e i figli. Con alcune ambulanze questa mattina ci siamo recati nei quartieri più colpiti della città, Tal el Hawa e Zaitun, muniti di questionario porta a porta abbiamo stilato l'entità dei danni agli edifici, e le primissime urgenze per le famiglie: medicinali per gli anziani e i malati, e riso, olio e farina, il minimo per alimentarsi. Tutto quello che abbiamo potuto consegnare al momento sono metri e metri di nylon, da apporre alle finestre laddove prima c'erano i vetri. Compagni dell'Ism a Rafah mi hanno informato che la municipalità ha distribuito alcune migliaia di dollari a quelle famiglie che hanno visto la casa rasa al suolo da bombe che secondo Israele erano destinate alla distruzione dei tunnel. Al termine del conflitto in Libano, gli Hezbollah staccarono milioni di dollari in assegni per ripagare i civili rimasti senzatetto. In una Gaza sotto assedio ed embargo, ciò che Hamas potrà versare come risarcimento alla popolazione «basterà a mala pena a rimettere su un capanno per il bestiame», mi fa sapere Khaled, contadino di Rafah.
La tregua è unilaterale, quindi Israele unilateralmente decide di non rispettarla. A Khan Yunis, un ragazzo palestinese ucciso e un altro ferito. A est di Gaza city elicotteri innaffiavano di bombe al fosforo bianco un quartiere residenziale. Stessa cosa si è verificata a Jabalia. Oggi (ieri per chi legge ndr), sempre a Khann Younis navi da guerra hanno cannonneggiato su uno spazio aperto, fortunatamanete senza fare feriti e mentre scrivo, arriva la notizia di un'incursione di carri armati. Non ci risultano lanci di razzi palestinesi nelle ultime 24 ore.
Giornalisti internazionali sciamano affamati di notizie lungo tutta la Striscia, sono riusciti a raggiungerci solo oggi. Israele ha concesso loro il lasciapassare a mattanza finita. Quelli arrivati ancora a bombardamenti in corso, hanno seriamente rischiato di rimanerci secchi, come mi ha raccontato Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della sera: soldati israeliani hanno bersagliato di proiettili l'automobile su cui viaggiava. Dinnanzi allo scheletro annerito di ciò che resta dell'ospedale Al Quds di Gaza city, un interdetto reporter della Bbc mi ha chiesto come è stato possibile per l'esercito scambiare l'edificio per un covo di terroristi. «Per lo stesso motivo per cui dei bambini in fuga da un palazzo in fiamme, sono entrati nei mirini dei cecchini posti sui tetti dello stesso quartiere in cui siamo ora, cecchini che non hanno esitato a ucciderli spandendo la loro materia cerebrale sull'asfalto». Ho risposto al giornalista inglese, ancora più accigliato.
È evidente l'abisso fra noi che siamo testimoni e vittime di questo massacro, e chi ne viene a conoscenza tramite i racconti dei sopravvissuti. Da Roma mi informano che l'Unione europea avrebbe congelato i fondi per la ricostruzione fino a quando Gaza sarà governata da Hamas. Lo ha lasciato intendere il Commissario europeo per le Relazioni estere, Benita Ferrero-Waldner. «Gli aiuti per la ricostruzione della Striscia potranno arrivare solo se il presidente palestinese Abu Mazen riuscirà ad imporre nuovamente la sua autorità sul territorio» . Per i palestinesi di Gaza questo è un chiaro invito dall'esterno alla guerra civile, ad un colpo di stato. Come un legittimare il massacro di 410 bambini che sono morti perché i loro genitori hanno scelto la democrazia ed eletto liberamente Hamas. «Gli Stati uniti sono liberi di eleggere un guerrafondaio come Bush, Israele di scegliere leaders con le mani sporche di sangue come Sharon e Netanhyau, e noi popolazione di Gaza non siamo liberi di scegliere Hamas...», mi suggerisce Mohamed, attivista per i diritti umani che non ha votato per il movimento islamico; non ho argomenti per contraddirlo.
I palestinesi vivi imparano dai morti, imparano a vivere morendo, sin dalla tenera età. Tregua dopo tregua, la percezione è quella di una macabra parentesi per contare i cadaveri fra una mattanza e l'altra, verso una pace che non è mai stata così distante. Perlustrando Gaza city a bordo di un ambulanza, per una volta con la sirena muta, la guerra resta impressa nelle rovine di una città saccheggiata di sorrisi e popolata da sguardi spauriti, occhi che insistono a scrutare il cielo verso aerei ancora incessantemente in volo. All'interno di una casa, sul pavimento ho notato dei disegni in pastello, chiaramente una mano infantile li aveva abbandonati evacuando in fretta e furia. Ne ho raccolto uno, carrarmati, elicotteri e corpi ridotti in pezzi. In mezzo al foglio un bambino ritratto con una pietra riusciva a raggiungere l'altezza del sole e danneggiare una delle macchine della morte volanti. Si dice che il significato del sole in un disegno infantile è il desiderio di essere, di apparire. Quel sole che ho visto piangeva, lacrime di sangue. Per lenire questi traumi, una tregua unilaterale basta? Restiamo umani.
Dopo che Israele ha bombardato due scuole delle Nazioni Unite, ha assassinato 4 suoi dipendenti, ha colpito e distrutto il centro dell'Unrwa di Gaza city, riducendo in cenere tonnellate di medicinali e beni alimentari destinati alla popolazione civile. Le macerie di Gaza continuano a vomitare morti in superficie. Ieri fra Jabalia, Tal el Hawa a Gaza City e Zaitun, paramedici della mezza luna rossa con l'aiuto di alcuni volontari dell'International Solidarity Movement (Ism) hanno estratto dalla rovine 95 cadaveri, molti dei quali in avanzato stato di decomposizione.
Camminando per le strade della città di Gaza senza più il costante terrore di un bombardamento chirurgicamente mirato alla mia decapitazione, tremo ancora alla vista di cani randagi raccolti in circolo, a ciò che mi si potrebbe parare dinnanzi agli occhi essere il loro pasto. Gli uomini tirano un sospiro di sollievo e tornano a frequentare moschee e caffè, facilmente smascherabile è il loro atteggiarsi alla normalità, per i molti che hanno perso un familiare e per i moltissimi che non hanno più dove abitare. Fingono un ritorno alla routine per incoraggiare le mogli e i figli. Con alcune ambulanze questa mattina ci siamo recati nei quartieri più colpiti della città, Tal el Hawa e Zaitun, muniti di questionario porta a porta abbiamo stilato l'entità dei danni agli edifici, e le primissime urgenze per le famiglie: medicinali per gli anziani e i malati, e riso, olio e farina, il minimo per alimentarsi. Tutto quello che abbiamo potuto consegnare al momento sono metri e metri di nylon, da apporre alle finestre laddove prima c'erano i vetri. Compagni dell'Ism a Rafah mi hanno informato che la municipalità ha distribuito alcune migliaia di dollari a quelle famiglie che hanno visto la casa rasa al suolo da bombe che secondo Israele erano destinate alla distruzione dei tunnel. Al termine del conflitto in Libano, gli Hezbollah staccarono milioni di dollari in assegni per ripagare i civili rimasti senzatetto. In una Gaza sotto assedio ed embargo, ciò che Hamas potrà versare come risarcimento alla popolazione «basterà a mala pena a rimettere su un capanno per il bestiame», mi fa sapere Khaled, contadino di Rafah.
La tregua è unilaterale, quindi Israele unilateralmente decide di non rispettarla. A Khan Yunis, un ragazzo palestinese ucciso e un altro ferito. A est di Gaza city elicotteri innaffiavano di bombe al fosforo bianco un quartiere residenziale. Stessa cosa si è verificata a Jabalia. Oggi (ieri per chi legge ndr), sempre a Khann Younis navi da guerra hanno cannonneggiato su uno spazio aperto, fortunatamanete senza fare feriti e mentre scrivo, arriva la notizia di un'incursione di carri armati. Non ci risultano lanci di razzi palestinesi nelle ultime 24 ore.
Giornalisti internazionali sciamano affamati di notizie lungo tutta la Striscia, sono riusciti a raggiungerci solo oggi. Israele ha concesso loro il lasciapassare a mattanza finita. Quelli arrivati ancora a bombardamenti in corso, hanno seriamente rischiato di rimanerci secchi, come mi ha raccontato Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della sera: soldati israeliani hanno bersagliato di proiettili l'automobile su cui viaggiava. Dinnanzi allo scheletro annerito di ciò che resta dell'ospedale Al Quds di Gaza city, un interdetto reporter della Bbc mi ha chiesto come è stato possibile per l'esercito scambiare l'edificio per un covo di terroristi. «Per lo stesso motivo per cui dei bambini in fuga da un palazzo in fiamme, sono entrati nei mirini dei cecchini posti sui tetti dello stesso quartiere in cui siamo ora, cecchini che non hanno esitato a ucciderli spandendo la loro materia cerebrale sull'asfalto». Ho risposto al giornalista inglese, ancora più accigliato.
È evidente l'abisso fra noi che siamo testimoni e vittime di questo massacro, e chi ne viene a conoscenza tramite i racconti dei sopravvissuti. Da Roma mi informano che l'Unione europea avrebbe congelato i fondi per la ricostruzione fino a quando Gaza sarà governata da Hamas. Lo ha lasciato intendere il Commissario europeo per le Relazioni estere, Benita Ferrero-Waldner. «Gli aiuti per la ricostruzione della Striscia potranno arrivare solo se il presidente palestinese Abu Mazen riuscirà ad imporre nuovamente la sua autorità sul territorio» . Per i palestinesi di Gaza questo è un chiaro invito dall'esterno alla guerra civile, ad un colpo di stato. Come un legittimare il massacro di 410 bambini che sono morti perché i loro genitori hanno scelto la democrazia ed eletto liberamente Hamas. «Gli Stati uniti sono liberi di eleggere un guerrafondaio come Bush, Israele di scegliere leaders con le mani sporche di sangue come Sharon e Netanhyau, e noi popolazione di Gaza non siamo liberi di scegliere Hamas...», mi suggerisce Mohamed, attivista per i diritti umani che non ha votato per il movimento islamico; non ho argomenti per contraddirlo.
I palestinesi vivi imparano dai morti, imparano a vivere morendo, sin dalla tenera età. Tregua dopo tregua, la percezione è quella di una macabra parentesi per contare i cadaveri fra una mattanza e l'altra, verso una pace che non è mai stata così distante. Perlustrando Gaza city a bordo di un ambulanza, per una volta con la sirena muta, la guerra resta impressa nelle rovine di una città saccheggiata di sorrisi e popolata da sguardi spauriti, occhi che insistono a scrutare il cielo verso aerei ancora incessantemente in volo. All'interno di una casa, sul pavimento ho notato dei disegni in pastello, chiaramente una mano infantile li aveva abbandonati evacuando in fretta e furia. Ne ho raccolto uno, carrarmati, elicotteri e corpi ridotti in pezzi. In mezzo al foglio un bambino ritratto con una pietra riusciva a raggiungere l'altezza del sole e danneggiare una delle macchine della morte volanti. Si dice che il significato del sole in un disegno infantile è il desiderio di essere, di apparire. Quel sole che ho visto piangeva, lacrime di sangue. Per lenire questi traumi, una tregua unilaterale basta? Restiamo umani.
REPORTAGE DA GAZA
Nel puzzle di macerie, dopo tre settimane di crimini di guerra
Vittorio Arrigoni-Gaza City (21.01.2009)
«Quando emergerà l'enorme distruzione della Striscia di Gaza, non mi recherò ad Amsterdam per turismo, ma solo per comparire davanti al tribunale dell'Aja». Queste le parole rilasciate al quotidiano Ha'aretz da un ministro israeliano che ha chiesto di restare anonimo.
Organizzazioni umanitarie e singoli cittadini indignati, da tutto il mondo, vogliono infatti portare davanti ai giudici l'esercito e il governo, e farli incriminare per i crimini di guerra di cui si sono macchiati durante le 3 settimane di massacro a Gaza.
Pubblicamente vertici militari e governativi non paiono preoccuparsene, dichiarano di avere prove tangibili per dimostrare che gli edifici bombardati erano basi logistiche utilizzate dai terroristi di Hamas. Intendiamoci, stiamo parlando di più di 20 mila case danneggiate dalle bombe, più di 1500 vittime delle quali l'85% sono civili.
Per accertarmi della precisione chirurgica con cui questi ipotetici centri nevralgici del terrorismo islamista sono stati colpiti sono andato a Jabal Al Dardour, nel nord della Striscia, una delle aeree più massicciamente colpite dall'artiglieria israeliana. Decine di edifici rasi al suolo, i mastodontici bulldozer corazzati che la Caterpillar (da boicottare) assembla appositamente per l'abbattimento delle case palestinesi hanno dato manforte ai tank nella distruzione. Tra le rovine ho visto uomini e donne cercare qualcosa di ancora utilizzabile, qualche indumento, un paio di cartelle scolastiche ricoperte di polvere, le foto di famiglia in cornici crepate. Non ho visto resti di arsenali distrutti, ma solo edifici scoperchiati dove s'intuiscono salotti, avanzi di stanze da letto, cucine ridotte in cenere.
Abu Omar, biologo molecolare, mi ha invitato a vedere ciò che è rimasto in piedi del suo appartamento, ma anche il suo vicino di casa, Osama, pediatra, ha la casa ridotta un gruviera. La forza di propulsione dei missili ha trascinato contro il palazzo i frutti dell'adiacente aranceto. Il loro succo mescolato al sangue rappreso su un pavimento pareva la tavolozza di un pittore naif.
Un anziano col capo fasciato da un kefia si è avvicinato per informarsi sul paese di provenienza di Natalie, nostra compagna dell'Ism è libanese. Agitando nell'aria un bastone, come a disegnare un lungo arco, dinnanzi a quel panorama di devastazione le ha detto «Beirut e Gaza, stesso quadro, stesso artista». Anche la piccionaia di Osama non è stata risparmiate dalla ferocia delle detonazioni: i volatili giacciono al suolo come arresi ad un cielo più pesante di loro, pesante di «piombo fuso». «Hanno voluto annientare l'aviazione palestinese, o forse pensavano che i tuoi pennuti fossero staffette partigiane di Hamas...».
Ban Ki-moon lo abbiamo incrociato mentre ci muovevamo sul nostro sgarrupato taxi, un lungo corte di Suv nuovi fiammanti coi vetri scuriti e gli stemmi dell'Onu sgommava per Gaza city come se la terra gli tremasse sotto le ruote, in effetti è stato così fino all'altro ieri. Girando nel puzzle non ricomponibile delle rovine di Jabal Al Dardour ho sentito nominare il mio nome e voltatomi ho scorto la figura di Abu Ashrafa. Ero stato alla veglia funebre di suo figlio, ucciso da un bombardamento nel mese di novembre, quando teoricamente secondo Israele e i media occidentali era ancora in corso una tregua. Ha perso un altro parente, e la sua casa è stata buttata giù dalle fondamenta. «Non un animale, non una pietra, non un ulivo ci hanno lasciato in piedi, non sono esseri umani»: così dicendo mi ha accompagnato nel suo uliveto.
Diversi ulivi, quelli secolari, sono stati strappati via dai bulldozer israeliani. Come per rifarsi di quelle vite che pare impossibile sradicare dalle loro origini, dalla loro identità e brama di giustizia. Poco distante un altro uomo di mezza età mi si è fatto incontro per domandarmi se a mio parere ogni palestinese fosse un guerrigliero di Hamas. Da una finestra della sua abitazione sventrata, sventolava una bandiera gialla di Fatah. «Il nostro Kalashinkov è la nostra fede e il nostro onore, difenderemo la nostra terra coi denti e con le unghie come difenderemmo nostra figlia da uno stupro». Se l'obiettivo d'Israele era d'isolare e debellare Hamas dalla Striscia, contemporaneamente soffiando sul fuoco di un popolo ultimamente frammentato in diatribe fratricide, Israele ha ottenuto l'esatto contrario, le bombe hanno in parte restituito unità nazionale a Gaza. La cartina di tornasole di questa nuova situazione è rappresentata da l'almukawama, la resistenza palestinese, eroica nel cercare di arrestare l'avanzata dell'esercito di Tsahal. Le lunghe barbe degli islamisti delle brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di Hamas hanno combattuto a fianco dei pizzetti sbarazzini dei guerriglieri marxisti del Fronte Popolare, insieme ai martiri di al-Aqsa di Fatah. Solo il tempo saprà dirci se questa ritrovata unità delle milizie trova un suo riscontro nella società civile e in quella più politicamente impegnata.
Lasciando l'ambiente lunare dell'area spogliata di costruzioni di Jabal Al Dardour, ci siamo soffermati davanti a un bambino imbronciato che se ne stava seduto su una collinetta di massi, quel che è rimasto del suo cortile di casa. Gli abbiamo chiesto cosa passasse. Nelle sue semplici parole lasciava intendere che Hamas e la sua resistenza fossero i responsabili di questa catastrofe. Allora Fida, nostra compagna dell'Ism, con fare materno lo ha preso in disparte e gli ha brevemente raccontato la sua storia. Di come i soldati entrarono a Rafah nel 2004 e rasero al suo interi quartieri, esattamente come è successo dove ci trovavamo in quel momento. Allora non c'era Hamas ed era Arafat e Fatah il terrorista, il nemico numero uno da debellare e spazzare via dalla Palestina. Ma invece di Fatah Israele anche allora colpi e uccise indiscriminatamente decine di civili, radendo al suolo anche la casa della nostra amica. Tornando verso Gaza city l'automobile su cui viaggiavamo è sprofondata in un fosso scarificato sull'asfalto dai cingoli dei carri armati. Il taxista si è voltato dicendomi: «La morte è passata di qui è ha lasciato le sue tracce». Chissà quanto tempo ci vorrà per curare questa terra e cicatrizzare le sue ferite. Restiamo umani.
Organizzazioni umanitarie e singoli cittadini indignati, da tutto il mondo, vogliono infatti portare davanti ai giudici l'esercito e il governo, e farli incriminare per i crimini di guerra di cui si sono macchiati durante le 3 settimane di massacro a Gaza.
Pubblicamente vertici militari e governativi non paiono preoccuparsene, dichiarano di avere prove tangibili per dimostrare che gli edifici bombardati erano basi logistiche utilizzate dai terroristi di Hamas. Intendiamoci, stiamo parlando di più di 20 mila case danneggiate dalle bombe, più di 1500 vittime delle quali l'85% sono civili.
Per accertarmi della precisione chirurgica con cui questi ipotetici centri nevralgici del terrorismo islamista sono stati colpiti sono andato a Jabal Al Dardour, nel nord della Striscia, una delle aeree più massicciamente colpite dall'artiglieria israeliana. Decine di edifici rasi al suolo, i mastodontici bulldozer corazzati che la Caterpillar (da boicottare) assembla appositamente per l'abbattimento delle case palestinesi hanno dato manforte ai tank nella distruzione. Tra le rovine ho visto uomini e donne cercare qualcosa di ancora utilizzabile, qualche indumento, un paio di cartelle scolastiche ricoperte di polvere, le foto di famiglia in cornici crepate. Non ho visto resti di arsenali distrutti, ma solo edifici scoperchiati dove s'intuiscono salotti, avanzi di stanze da letto, cucine ridotte in cenere.
Abu Omar, biologo molecolare, mi ha invitato a vedere ciò che è rimasto in piedi del suo appartamento, ma anche il suo vicino di casa, Osama, pediatra, ha la casa ridotta un gruviera. La forza di propulsione dei missili ha trascinato contro il palazzo i frutti dell'adiacente aranceto. Il loro succo mescolato al sangue rappreso su un pavimento pareva la tavolozza di un pittore naif.
Un anziano col capo fasciato da un kefia si è avvicinato per informarsi sul paese di provenienza di Natalie, nostra compagna dell'Ism è libanese. Agitando nell'aria un bastone, come a disegnare un lungo arco, dinnanzi a quel panorama di devastazione le ha detto «Beirut e Gaza, stesso quadro, stesso artista». Anche la piccionaia di Osama non è stata risparmiate dalla ferocia delle detonazioni: i volatili giacciono al suolo come arresi ad un cielo più pesante di loro, pesante di «piombo fuso». «Hanno voluto annientare l'aviazione palestinese, o forse pensavano che i tuoi pennuti fossero staffette partigiane di Hamas...».
Ban Ki-moon lo abbiamo incrociato mentre ci muovevamo sul nostro sgarrupato taxi, un lungo corte di Suv nuovi fiammanti coi vetri scuriti e gli stemmi dell'Onu sgommava per Gaza city come se la terra gli tremasse sotto le ruote, in effetti è stato così fino all'altro ieri. Girando nel puzzle non ricomponibile delle rovine di Jabal Al Dardour ho sentito nominare il mio nome e voltatomi ho scorto la figura di Abu Ashrafa. Ero stato alla veglia funebre di suo figlio, ucciso da un bombardamento nel mese di novembre, quando teoricamente secondo Israele e i media occidentali era ancora in corso una tregua. Ha perso un altro parente, e la sua casa è stata buttata giù dalle fondamenta. «Non un animale, non una pietra, non un ulivo ci hanno lasciato in piedi, non sono esseri umani»: così dicendo mi ha accompagnato nel suo uliveto.
Diversi ulivi, quelli secolari, sono stati strappati via dai bulldozer israeliani. Come per rifarsi di quelle vite che pare impossibile sradicare dalle loro origini, dalla loro identità e brama di giustizia. Poco distante un altro uomo di mezza età mi si è fatto incontro per domandarmi se a mio parere ogni palestinese fosse un guerrigliero di Hamas. Da una finestra della sua abitazione sventrata, sventolava una bandiera gialla di Fatah. «Il nostro Kalashinkov è la nostra fede e il nostro onore, difenderemo la nostra terra coi denti e con le unghie come difenderemmo nostra figlia da uno stupro». Se l'obiettivo d'Israele era d'isolare e debellare Hamas dalla Striscia, contemporaneamente soffiando sul fuoco di un popolo ultimamente frammentato in diatribe fratricide, Israele ha ottenuto l'esatto contrario, le bombe hanno in parte restituito unità nazionale a Gaza. La cartina di tornasole di questa nuova situazione è rappresentata da l'almukawama, la resistenza palestinese, eroica nel cercare di arrestare l'avanzata dell'esercito di Tsahal. Le lunghe barbe degli islamisti delle brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di Hamas hanno combattuto a fianco dei pizzetti sbarazzini dei guerriglieri marxisti del Fronte Popolare, insieme ai martiri di al-Aqsa di Fatah. Solo il tempo saprà dirci se questa ritrovata unità delle milizie trova un suo riscontro nella società civile e in quella più politicamente impegnata.
Lasciando l'ambiente lunare dell'area spogliata di costruzioni di Jabal Al Dardour, ci siamo soffermati davanti a un bambino imbronciato che se ne stava seduto su una collinetta di massi, quel che è rimasto del suo cortile di casa. Gli abbiamo chiesto cosa passasse. Nelle sue semplici parole lasciava intendere che Hamas e la sua resistenza fossero i responsabili di questa catastrofe. Allora Fida, nostra compagna dell'Ism, con fare materno lo ha preso in disparte e gli ha brevemente raccontato la sua storia. Di come i soldati entrarono a Rafah nel 2004 e rasero al suo interi quartieri, esattamente come è successo dove ci trovavamo in quel momento. Allora non c'era Hamas ed era Arafat e Fatah il terrorista, il nemico numero uno da debellare e spazzare via dalla Palestina. Ma invece di Fatah Israele anche allora colpi e uccise indiscriminatamente decine di civili, radendo al suolo anche la casa della nostra amica. Tornando verso Gaza city l'automobile su cui viaggiavamo è sprofondata in un fosso scarificato sull'asfalto dai cingoli dei carri armati. Il taxista si è voltato dicendomi: «La morte è passata di qui è ha lasciato le sue tracce». Chissà quanto tempo ci vorrà per curare questa terra e cicatrizzare le sue ferite. Restiamo umani.
QUELLO CHE RESTA DOPO PIOMBO FUSO
Se i bimbi giocano con le bombe al fosforo
Vittorio Arrigoni-Gaza City (23.01.2009)
Ho varcato la soglia di casa, dinnanzi al porto di Gaza City, dopo parecchi giorni. Tutto è rimasto come l'avevo lasciato, la bombola del gas continua a soffrire di anoressia, la corrente elettrica è ancora tagliata da una cesoia straniera. Laddove c'era la stazione dei pompieri, a venti metri dal mio uscio, c'è un enorme cratere in cui dei bimbi bighellono come per esorcizzare il terrore dei genitori.
Il richiamo alla preghiera del pomeriggio non ha più il conforto del salmodiare del muezzin a cui ero abituato. Chissà dove è finito, se è riuscito a sopravvivere nella sommità di uno dei pochi minareti rimasti in piedi. L'ultima volta che lo avevo ascoltato, questo muezzin anonimo era stato costretto a interrompere la liturgia del suo canto per una tosse catarrosa. Una tosse che conosco bene anche io, i gas delle bombe a Gaza non hanno risparmiato nessuno. Sotto una porta-finestre che dà su un piccolo balcone ho trovato un messaggio come fosse stato infilato da una mano amica. Di questi stessi volantini il giardino e la strada erano ricoperti. Lasciati cadere dagli aerei israeliani intimano la popolazione palestinese a rimanere allerta, a prendere coscienza dei muri che hanno occhi e orecchi. «Al minimo atto offensivo contro Israele torneremo a invadere la striscia di Gaza, quello che avete vissuto in questi giorni non è nulla a confronto di ciò che vi aspetta».
Per strada alcuni ragazzi avevano raccolto questi volantini e ripiegati per farne aeroplanini di carta, cercavano di rimandare il messaggio al mittente. Ahmed al telefono invece mi ha raccontato di un altro gioco degli adolescenti di Gaza, fino a qualche giorno fa si divertivano a riattizzare incendi calciando i frammenti delle bombe al fosforo bianco, di cui tutta la Striscia è stata disseminata. I residui di questi ordigni ad alto potenziale chimico pare abbiano facoltà incendiarie imperiture: raccolti dopo diversi giorni dalla loro detonazione e agitati, riescono ancora a infiammarsi. I paramedici dell'ospedale Al Quds raccontano come hanno rinunciato subito a cercare di spegnere gli incendi provocati da queste bombe proibite, le fiamme parevano alimentarsi al contatto con l'acqua. «Il frutto di tutta la merda che ci hanno tirato addosso in queste tre settimane, lo raccoglieremo nel prossimo futuro in tumori e neonati deformati», mi ha detto Munir, medico dell'ospedale Al Shifa.
A Sderot come ad Aschkelon, i cittadini israeliani hanno formalmente richiesto al loro governo delucidazioni circa le armi utilizzate per massacrare: è evidente che l'uranio impoverito e il fosforo bianco sparso in maniera criminale sul fazzoletto di terra di Gaza non farà distinzione nel causare malattie genetiche fra ebrei e musulmani.
Dovremmo essere in piena tregua in corso, fatto sta che oggi nel mio letto mi ha destato dal sonno il boato sordo del cannoneggiare di navi da guerra, esattamente come qualche giorno fa. Alcuni pescatori palestinesi stavano provando a lasciare il porto muniti di reti su barchette minuscole. La marina israeliana li ha respinti indietro. Ormai l'unico pesce di cui ci si può cibare a Gaza sono le scatolette di tonno egiziano passate per i tunnel.
Sul tetto della casa di Naema il confine israele palestinese è mai stato così rimarcato. Da una parte le colline verdeggianti costantemente irrigate dei Kibbutz israeliani, dall'altra l'arsura di una terra saccheggiata di sorgenti e pascoli. Naema mi ha raccontato i suoi ultimi giorni, una testimianza olfattiva, tattile e uditiva del massacro, non oculare perché Naema è non vedente. I soldati hanno intimato l'evacuazione del suo villaggio solo una manciata di minuti prima dell'incursione. Gli uomini si sono coricati sulle spalle i bambini piccoli e con le donne sono fuggiti via. Noema a scelto di restare per non rallentare la loro fuga, si è rifugiata nella sua casa credendosi al sicuro, ed ha accolto con sè i suoi vicini di casa che non sapevano dove andare: tre donne, un'anziana, e un vecchio paralitico. Tank e bulldozer hanno sconfinato e iniziato a seminare morte, divorandosi ettaro per ettaro, sino ad arrestarsi dinnanzi all'abitazione di Noema: l'edificio in cui vive è il più alto del villaggio perché posto sopra una collinetta, i soldati di Tsahal ritenendolo strategicamente posizionato, sono entrati e lo hanno occupato per due settimane. «Durante tutto questo tempo solo due volte ci hanno portato da bere, e il cibo era rappresentato dall'avanzo del rancio dei soldati. Non ci hanno mai consentito di andare in bagno e abbiamo dovuto fare i bisogni in un angolo della stanza. Non ci consentivano di parlare, e venivano a malmenarci quando la notte in cerchio cercavamo di pregare».
Al termine dell'undicesimo giorno di prigionia la Croce rossa internaziale è finalmente riuscita ad arrivare sul luogo e a trarre in libertà i sei palestinesi dai loro carcerieri. «Non ci hanno permesso di raccogliere niente, a me neanche gli occhiali da sole», conclude il suo racconto Noema, aggiungendo che una volta tornati a riprendere possesso della loro abitazione, si sono resi conto del furto dei soldati: si sono portati via tutto il loro oro e i soldi nascosti, dopo avere distrutto i pochi beni, due televisori, una radio, un frigorifero, i pannelli solari sul tetto. Ho visto lacrimare gli occhi di quella donna nascosti sotto i suoi nuovi occhiali scuri e mi sono parsi i più vividi che abbia mai veduto. In realtà Noema ha visto coi suoi occhi spenti molte più cose che una giovane della sua età avrà mai l'occasione di vedere, se non ha la cattiva sorte di nascere in questa terra martoriata. Restiamo umani.
Il richiamo alla preghiera del pomeriggio non ha più il conforto del salmodiare del muezzin a cui ero abituato. Chissà dove è finito, se è riuscito a sopravvivere nella sommità di uno dei pochi minareti rimasti in piedi. L'ultima volta che lo avevo ascoltato, questo muezzin anonimo era stato costretto a interrompere la liturgia del suo canto per una tosse catarrosa. Una tosse che conosco bene anche io, i gas delle bombe a Gaza non hanno risparmiato nessuno. Sotto una porta-finestre che dà su un piccolo balcone ho trovato un messaggio come fosse stato infilato da una mano amica. Di questi stessi volantini il giardino e la strada erano ricoperti. Lasciati cadere dagli aerei israeliani intimano la popolazione palestinese a rimanere allerta, a prendere coscienza dei muri che hanno occhi e orecchi. «Al minimo atto offensivo contro Israele torneremo a invadere la striscia di Gaza, quello che avete vissuto in questi giorni non è nulla a confronto di ciò che vi aspetta».
Per strada alcuni ragazzi avevano raccolto questi volantini e ripiegati per farne aeroplanini di carta, cercavano di rimandare il messaggio al mittente. Ahmed al telefono invece mi ha raccontato di un altro gioco degli adolescenti di Gaza, fino a qualche giorno fa si divertivano a riattizzare incendi calciando i frammenti delle bombe al fosforo bianco, di cui tutta la Striscia è stata disseminata. I residui di questi ordigni ad alto potenziale chimico pare abbiano facoltà incendiarie imperiture: raccolti dopo diversi giorni dalla loro detonazione e agitati, riescono ancora a infiammarsi. I paramedici dell'ospedale Al Quds raccontano come hanno rinunciato subito a cercare di spegnere gli incendi provocati da queste bombe proibite, le fiamme parevano alimentarsi al contatto con l'acqua. «Il frutto di tutta la merda che ci hanno tirato addosso in queste tre settimane, lo raccoglieremo nel prossimo futuro in tumori e neonati deformati», mi ha detto Munir, medico dell'ospedale Al Shifa.
A Sderot come ad Aschkelon, i cittadini israeliani hanno formalmente richiesto al loro governo delucidazioni circa le armi utilizzate per massacrare: è evidente che l'uranio impoverito e il fosforo bianco sparso in maniera criminale sul fazzoletto di terra di Gaza non farà distinzione nel causare malattie genetiche fra ebrei e musulmani.
Dovremmo essere in piena tregua in corso, fatto sta che oggi nel mio letto mi ha destato dal sonno il boato sordo del cannoneggiare di navi da guerra, esattamente come qualche giorno fa. Alcuni pescatori palestinesi stavano provando a lasciare il porto muniti di reti su barchette minuscole. La marina israeliana li ha respinti indietro. Ormai l'unico pesce di cui ci si può cibare a Gaza sono le scatolette di tonno egiziano passate per i tunnel.
Sul tetto della casa di Naema il confine israele palestinese è mai stato così rimarcato. Da una parte le colline verdeggianti costantemente irrigate dei Kibbutz israeliani, dall'altra l'arsura di una terra saccheggiata di sorgenti e pascoli. Naema mi ha raccontato i suoi ultimi giorni, una testimianza olfattiva, tattile e uditiva del massacro, non oculare perché Naema è non vedente. I soldati hanno intimato l'evacuazione del suo villaggio solo una manciata di minuti prima dell'incursione. Gli uomini si sono coricati sulle spalle i bambini piccoli e con le donne sono fuggiti via. Noema a scelto di restare per non rallentare la loro fuga, si è rifugiata nella sua casa credendosi al sicuro, ed ha accolto con sè i suoi vicini di casa che non sapevano dove andare: tre donne, un'anziana, e un vecchio paralitico. Tank e bulldozer hanno sconfinato e iniziato a seminare morte, divorandosi ettaro per ettaro, sino ad arrestarsi dinnanzi all'abitazione di Noema: l'edificio in cui vive è il più alto del villaggio perché posto sopra una collinetta, i soldati di Tsahal ritenendolo strategicamente posizionato, sono entrati e lo hanno occupato per due settimane. «Durante tutto questo tempo solo due volte ci hanno portato da bere, e il cibo era rappresentato dall'avanzo del rancio dei soldati. Non ci hanno mai consentito di andare in bagno e abbiamo dovuto fare i bisogni in un angolo della stanza. Non ci consentivano di parlare, e venivano a malmenarci quando la notte in cerchio cercavamo di pregare».
Al termine dell'undicesimo giorno di prigionia la Croce rossa internaziale è finalmente riuscita ad arrivare sul luogo e a trarre in libertà i sei palestinesi dai loro carcerieri. «Non ci hanno permesso di raccogliere niente, a me neanche gli occhiali da sole», conclude il suo racconto Noema, aggiungendo che una volta tornati a riprendere possesso della loro abitazione, si sono resi conto del furto dei soldati: si sono portati via tutto il loro oro e i soldi nascosti, dopo avere distrutto i pochi beni, due televisori, una radio, un frigorifero, i pannelli solari sul tetto. Ho visto lacrimare gli occhi di quella donna nascosti sotto i suoi nuovi occhiali scuri e mi sono parsi i più vividi che abbia mai veduto. In realtà Noema ha visto coi suoi occhi spenti molte più cose che una giovane della sua età avrà mai l'occasione di vedere, se non ha la cattiva sorte di nascere in questa terra martoriata. Restiamo umani.
VISTO DA GAZA
Cattivo giornalismo. Sulle ambulanze Hamas non c'era, io sì
Vittorio Arrigoni-Gaza City (28.01.2009)
Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera , ha molto da insegnare alle nuove leve del giornalismo col suo articolo del 21 gennaio, pure troppo. Io che non ho mandanti se non una morbosa ricerca della verità, e non sono un giornalista prefessionista, per la casacca che indossato durante tutto il massacro, non con la scritta press bensì l'emblema della Mezza luna rossa, dico a Cremonesi che le bugie hanno le gambe corte. Anche io posso benissimo trovare persone disposte a dirmi che è stato Hamas e non l'esercito israeliano a sterminare più di mille palestinesi, e vi assicuro che ve ne sono, specie fra coloro che mangiavano nel piatto ricco dei corrotti di Fatah. Sta a un serio ricercatore distinguere una fonte attendibile da un attentato all'informazione. Nessuna ambulanza durante queste 3 settimane è stata utilizzata dai miliziani di Hamas e ai loro alleati della Jihad islamica. Ne sono assolutamente certo, perché sulle ambulanze c'eravamo io e i miei compagni dell'Ism. Su quella ambulanze abbiamo rischiato la pelle, e un nostro amico paramedico, Arafa, ci è rimasto. 14 paramedici sono stati uccisi. I soldati israeliani sparavano alle ambulanze certi di quello che facevano, ovvero uccidere civili. Non abbiamo mai concesso a un solo membro dell' almukawama , la resistenza palestinese, di salire a bordo di uno dei nostri mezzi. Quelli che ci provavano erano spintonati giù, anche quando (è accaduto) il guerrigliero era il marito di una donna che portavamo di corsa in clinica a partorire. All'ospedale Al Quds sono tutti di Fatah, lo sanno pure i muri (le pareti infatti sono tappezzate di Arafat, neanche una icona di Ahmed Yassin), così come allo Shifa. Al Awada di Jabilia invece parteggiano quasi tutti per il Fronte Popolare. E' un'impresa trovare personale medico pro-Hamas in tutta la Striscia, tanto che quando Fatah chiamò allo sciopero generale, incrociò le braccia l'80% dei dottori. Se la resistenza avesse utilizzato gli ospedali come postazioni per combattere, i medici li avrebbero fatti evacuare rifiutandosi di curare i feriti. Un atteggiamento come quello descritto da Cremonesi equivarrebbe a un suicidio politico per Hamas, e Hamas non vuole suicidarsi, è un movimento ben radicato che vuole ampliare i suoi consensi. Scudi umani? A Tal el Hawa durante il massacro io c'ero, e nella zona abita il mio migliore amico, Abu Nader. Suo padre e i suoi amici sì sono stati usati come scudi umani: ma non da Hamas, bensì dai soldati israeliani che andavano casa per casa a caccia di combattenti. E' possibile che il conto delle vittime diminuisca di qualche decina di unità, o che invece aumenti. Nel raccogliere i dati per le mie corrispondenze da questo inferno non aspettavo certo l'imboccata di Hamas, come non accetterei l'imboccata di un giornale che imponga di scrivere contro il movimento radicale islamista per porre in secondo piano il massacro. Le mie fonti erano quelle utilizzate da giornalisti palestinesi e attivisti per i diritti umani locali: fonti ospedaliere indipendenti. Se poi i morti saranno anche cento in meno, non derubricherò il massacro come meno efferato. Al momento è l'esercito israeliano a smentire Cremonesi: un suo portavoce ha dichiarato al Jerusalem Post che le vittime palestinesi dell'offensiva «Piombo Fuso» su Gaza sono circa 1.300. E poi: 5 giornalisti palestinesi sono stati uccisi durante i bombardamenti, diversi i feriti. Distrutta la sede della tv Al Aqsa, e più volte attaccato il palazzo al centro di Gaza City che ospita Reuters Cnn e Al Jazeera. Si dice che la verità è la prima a morire durante una guerra. Qualcuno in via Solferino profana il suo cadavere. Restiamo umani.






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