domenica 17 febbraio 2013
A scuola di democrazia
Tra Gaza City e il campo profughi di Jabalia, il «Remedial Education center» è una scuola molto speciale. Indipendente e non dottrinaria, insegna a bambine e bambini a sviluppare senso critico e partecipazione, accettare le differenze e aprirsi al mondo, ci dice il direttore Husan Hamdouna. A Gaza isolata «quello che più ci manca è la libertà di uscire»
di Marina Forti (14 novembre 2010)
 
 
 
Per molti aspetti, il Rec di Gaza è una scuola d'avanguardia: un esperimento di pedagogia fondato su principi di partecipazione e inclusione, apertura al mondo e senso critico. E questo in un contesto per lo meno difficile: il Remedial Education Centre si trova a est di Jabalia, agglomerato urbano che include una cittadina di 85mila abitanti e un campo di profughi palestinesi - quelli che nel 1948 dovettero sfollare dal territorio diventato il nuovo stato di Israele. Allora nel campo di Jabalia arrivarono 35mila profughi; oggi sono 108 mila persone, sempre nello stesso chilometro e mezzo quadrato. Quattro chilometri a sud c'è Gaza city, mezzo milione di abitanti; a nord i villaggi di Beit Hanoun o Beit Lahia, a ridosso del confine con Israele.
Da tutta questa zona così densamente popolata vengono i circa 170 allievi del Rec, dai piccoli dell'asilo nido a ragazzi di 14 e 15 anni, maschi e femmine. E c'è voluta tutta la dedizione di un piccolo gruppo di insegnanti, psicologi e operatori sociali per far crescere un simile esperimento educativo in un contesto così travagliato, fino a farne un'istituzione civile apprezzata da tutti.
«Ai nostri operatori spesso dico di ricordare la nostra infanzia», ci dice Husam Hamdouna, uno dei fondatori e oggi direttore del Rec: «Gran parte di noi non ha vissuto una vera infanzia. Ma possiamo riviverla, e recuperarla, attraverso questi bambini». Hamdouna, insieme a Jaradh Alaa, psicologo di formazione, in questi giorni è in Italia: venerdì a Roma hanno ricevuto dall'Accademia nazionale dei Lincei il premio attribuito al Rec dalla Fondazione Antonio Feltrinelli per un'opera «di eccezionale valore umanitario».
E' cominciato tutto con una lettera di accredito e 5.000 dollari di finanziamento dall'Unrwa, l'agenzia delle Nazioni unite per l'assistenza ai profughi palestinesi, spiega Hamdouna. Era il 1993, verso la fine della prima Intifada, e la striscia di Gaza era sotto occupazione israeliana. In sette tra insegnanti e operatori sociali avevano presentato un progetto di sostegno educativo a bambini con difficoltà di aprendimento. «A volte si tratta di ritardi mentali più o meno gravi, a volte sono le conseguenze di traumi o difficoltà sociali. In ogni caso, la nostra idea è che per aiutare bambini con difficoltà non bisogna separarli, ma al contrario farli lavorare insieme agli altri. E questo va a vantaggio anche di quelli "normali", che imparano ad accettare le differenze. In fondo, l'educazione ai diritti umani comincia così», dice Hamdouna.
«Spesso inventiamo attività, magari parlando del cibo o delle abitudini quotidiane, per insegnare ai ragazzi che esistono altre culture, persone che parlano altre lingue, fanno cose diverse. Questo si fa nelle aule e fuori, puntiamo a promuovere la partecipazione di tutta la comunità». Parla di «community participation», di campi estivi. «Credimi: i bambini sono ricettivi, capiscono e accettano questi discorsi».
Oggi il Rec ha 62 operatori («in gran parte donne») insegnanti, assistenti sociali, psicologi, educatrici. Ha la cooperazione di gruppi italiani come Edicaid di Rimini e Salaam Ragazzi dell'Olivo di Milano; l'Unrwa a volte finanzia progetti specifici.
Per affermare il "diritto all'istruzione", dice il direttore del Rec, «non basta dire che i bambini sono iscritti a scuola. Bisogna che siano in grado di frequentare, con il sostegno necessario. Ci sono molte scuole a Gaza: quelle dell'Unrwa, quelle per i ceti sfavoriti, quelle "buone", ma noi crediamo che invece di separare per classe sociale bisogna integrare». Bisogna superare l'educazione dottrinaria impartita dalle istituzioni tradizionali come le scuole religiose, dice. Insiste sulla partecipazione: «Siamo circondati da enti per la "protezione" dei bambini, ma non è quello che ci interessa. Ovvio, i bambini vanno protetti quando sono esposti a pericoli. Ma quello che ci interessa e incoraggiare la loro capacità di partecipare, a scuola, in aula: imparare a lavorare insieme, discutere, scegliere, avere un giudizio». Per tutto questo è essenziale il rapporto con le famiglie: «Siamo riusciti a stabilire una buona cooperazione», dice Hamdouna, anche se è più facile parlare con le madri che con i padri («gli uomini sono meno capaci di cambiare, è il retaggio di una società maschile»).
Il momento più delicato della scuola, ricorda Hamdouna, è stato l'attacco dell'esercito israeliano nel dicembre 2008-gennaio 2009, l'offensiva «piombo fuso»: la scuola fu devastata, un bambino ucciso, l'asilo infantile vandalizzato. «Pensate: sulla lavagna i soldati avevano scritto "sorry ragazzi, abbiamo distrutto i vostri giocattoli. Siete nati nel posto sbagliato nel momento sbagliato". Abbiamo organizzato un incontro con le famiglie per discuterne e infine chiesto di non dire ai bambini che i soldati israeliani avevano distrutto i loro giochi: per non instillargli odio e desiderio di vendetta. Non vogliamo allevare una generazione che odia».
Istruzione non dottrinaria, bambini e bambine, partecipazione, spirito critico. Ma che rapporti ha una scuola così evidentemente laica e indipendente con le autorità? In quasi 18 anni di vita il Rec è passato dal regime di occupazione israeliana alla giurisdizione dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), a quella di Hamas. «Come ong educativa, nel '97 abbiamo chiesto e ottenuto il riconoscimento giuridico all'Anp, dipartimento affari sociali e istruzione. Ci hanno chiesto però di registrarci presso i servizi di sicurezza, e abbiamo rifiutato: siamo una istituzione civile, abbiamo risposto, facciamo un lavoro professionale. Questa indipendenza ci ha permesso di passare attraverso la rottura tra Fatah e Hamas, che ha lacerato la società palestinese in modo che forse non immaginate: con il nostro lavoro abbiamo il rispetto delle famiglie di entrambe le parti».
Nella società palestinese, spiega Hamdouna, stenta ad affermarsi l'idea di welfare pubblico: «Di solito sono i partiti o le moschee che provvedono assistenza alle famiglie dei propri sostenitori: coloro che non "appartengono" a un partito sono i più vulnerabili, costretti a umiliarsi andando a implorare aiuto. Noi assistiamo tutti senza differenze, pensiamo che sia dovere di un'istituzione sociale. Anche per questo siamo rispettati». La pressione dei partiti sulle ong sociali e civili è forte, ammette il direttore del Rec: «La nostra lezione è che essere indipendenti è una protezione».
Il vero problema di Gaza, conclude Hamdouna, è l'isolamento. «Ciò che davvero manca agli abitanti della Striscia è la libertà di circolare. Non poter andare a curarsi, mandare i figli a studiare, muoversi, pesa più di ogni altra cosa. Mancano molte cose: materiale sanitario negli ospedali, materiale didattico per le scuole, antiparassitari per l'agricoltura. Ma se parli di vita quotidiana, il cibo c'è e attraverso i tunnel l'essenziale arriva. Muoversi, uscire: questo è il sogno di tutti». 
 
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