domenica 17 febbraio 2013
Hamas, la sua forza si chiama embargo
A tre anni dalla conquista del potere, malgrado il blocco israeliano gli islamisti costruiscono villaggi turistici e scommettono sul dialogo con Obama e l'Europa. Tasse più alte e impossibilità di manifestare il dissenso: il prezzo dell'assedio lo pagano i civili palestinesi
di Michele Giorgio (19 giugno 2010)
 
 
I bulldozer spianano senza sosta il terreno sabbioso, sotto lo sguardo attento dell'ingegnere Faisal che, sul bavero della giacca, ha appuntata una spilletta con la bandiera verde di Hamas. In quest'area alla periferia meridionale del capoluogo Gaza city fino a cinque anni fa sorgeva l'insediamento ebraico di Netzarim. Prima dell'evacuazione dei coloni ordinato dall'allora premier israeliano Ariel Sharon, le ruspe dell'esercito demolirono tutte le abitazioni, lasciandosi alle spalle un cumulo di macerie e detriti. «Le abbiamo portate via e qui ora sorgerà un villaggio turistico» assicura Faisal indicando l'area interessata dal progetto. «Non sarà una struttura estiva come quelle in Occidente - precisa l'ingegnere -, perché qui nella Striscia di Gaza siamo conservatori. Ma le famiglie che verranno, anche dall'estero, magari dal Golfo, potranno trascorrere giorni spensierati in un ambiente confortevole».
Giorni spensierati? Turisti dall'estero? Gli facciamo notare che Gaza è stretta nel blocco israeliano e che anche i «fratelli egiziani» danno il loro contributo all'isolamento della Striscia. «L'embargo finirà quanto prima - risponde convinto Faisal - l'intifada delle navi turche e occidentali (le imbarcazioni pacifiste che nelle ultime settimane hanno cercato di raggiungere Gaza, ndr) ha costretto Mubarak ad aprire il valico di Rafah e (il premier israeliano) Netanyahu comincia a cedere. Presto Gaza sarà libera».
L'ottimismo dell'ingegnere rappresenta bene l'umore che si respira oggi in Hamas, dai suoi vertici politici fino al vigile urbano. A tre anni dal colpo di mano che portò il movimento islamico al potere a Gaza e alla fuga, dopo alcuni giorni di combattimenti (in cui morirono circa 200 palestinesi), delle forze di sicurezza fedeli al presidente dell'Anp Abu Mazen, la struttura di governo di Hamas appare solida. Lontana da quel crollo che Israele tenta di innescare attuando il blocco totale. Anche l'offensiva sanguinosa e devastante come «Piombo fuso» (1.400 palestinesi uccisi) lanciata da Israele alle fine del 2008, proprio per abbattere il potere di Hamas, non ha raggiunto il suo scopo. Tel Aviv non lo ammetterà mai, ma il costo di tre anni di assedio di Gaza è stato pagato solo dalla popolazione civile palestinese (1,5 milioni). La Striscia è un'enorme prigione per i suoi abitanti e allo stesso tempo una roccaforte di Hamas, sempre più inespugnabile.
«Il governo di Ismail Haniyeh ha dimostrato un'ottima capacità di resistenza», spiega S. K., un reporter locale che ci ha chiesto di non rivelare la sua identità, «Hamas non è una dittatura ma un potere autoritario che, quando vuole, fa uso anche della violenza per imporsi». Nel giugno 2007, prosegue il giornalista, la popolazione chiedeva il pugno di ferro, perché voleva la fine del caos che regnava da troppo tempo nelle strade. «A distanza di tre anni desidera altro», continua S. K. «la fine dell'embargo e una vita normale. I palestinesi hanno capito che Hamas non raggiungerà in breve tempo questi obiettivi, perché è isolato e boicottato da tutti, arabi e occidentali».
Il malumore è sotterraneo. In tanti lamentano non solo le tasse imposte da Hamas su numerose attività economiche e commerciali (per riempire la casse del governo) e la crescente difficoltà ad esprimere le proprie opinioni politiche e manifestare pacificamente in pubblico. Come Raed, un simpatizzante di Fatah, il movimento guidato da Abu Mazen. «Senza dubbio in Cisgiordania, dove Fatah è al potere, tanti militanti di Hamas sono stati imprigionati e questo non lo approvo - dice Raed - ma anche qui a Gaza gli oppositori vengono arrestati, specie se scendono in strada a manifestare». Secondo il Fronte popolare (Fplp, sinistra), Hamas ora è più interessato alla islamizzazione di Gaza e a conservare il potere che a proseguire la resistenza contro Israele. Uno dei leader del Fplp, Rabah Mohanna, sostiene che Hamas «sta ritornando» all'organizzazione-madre, la Fratellanza Islamica. Lo dimostrerebbero, a suo dire, i recenti provvedimenti di carattere sociale volti a rendere più «osservanti» i musulmani di Gaza.
Tuttavia questi conflitti politici si svolgono dentro la cornice dei rapporti tra le varie organizzazioni e, quindi, coinvolgono poco una popolazione povera, che deve fare i conti con una vita quotidiana fatta di privazioni. La maggioranza degli abitanti dipende dagli aiuti, non solo quelli delle agenzie umanitarie internazionali ma anche delle associazioni che fanno capo al movimento islamico. Il governo Haniyeh ha vincolato ulteriormente i palestinesi di Gaza ad Hamas inserendo negli uffici pubblici 32mila «iscritti» al movimento.
Dipendenti pubblici che hanno sostituito i 70mila della precedente amministrazione che da tre anni, per ordine del premier dell'Anp Salam Fayyad, ricevono lo stipendio da Ramallah senza lavorare. «Quelli dell'Anp mi ricattano, se torno al mio ufficio mi tagliano lo stipendio - dice Hazim Abu Samadana, impiegato fino al 2007 nella sede di Rafah del ministero dell'interno - e ci sono quelli che spiano gli ex dipendenti pubblici per impedire che in segreto passino dalla parte del governo di Hamas».
Si scopre perciò che gli errori commessi, l'offensiva israeliana «Piombo fuso», il conflitto con Fatah, l'embargo asfissiante e la chiusura (parziale) dei tunnel da parte dell'Egitto, in fondo hanno appena scalfito la complessa struttura di potere di Hamas, oggi saldamente nelle mani del leader Khaled Mashaal, a Damasco. «Il confronto tra falchi e colombe - riferisce il giornalista S. K. - si è risolto con la vittoria dei moderati guidati dal premier Haniyeh e dall'ex ministro degli esteri (Mahmud) Zahar». L'ala militare, aggiunge, «con la decisione di sospendere la resistenza armata, ha perduto una parte del suo peso e si limita ad accumulare armi».
In futuro, spiega il vice ministro Ahmed Yusef, una colomba, Hamas punterà con maggiore decisione ad aprire quel dialogo che Stati Uniti ed Europa hanno sino ad oggi rifiutato, e a riconciliarsi con Fatah. «Ma non ad ogni costo», precisa Yusef in apparente riferimento alla condizione del riconoscimento ufficiale di Israele che il Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Russia, Onu e Ue) hanno posto ad Hamas dopo la sua netta vittoria alle politiche palestinesi del 2006. Scrutano perciò l'orizzonte i dirigenti del movimento islamico, convinti di poter scorgere molto presto altre navi pacifiste, magari degli amici turchi, pronte a sfidare l'embargo, politico oltre che economico, e a rendere evidente il fallimento della strategia israeliana.
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