
Irene, la nave ebraica contro il blocco di Gaza
di Michele Giorgio (28 settembre 2010)
È attesa oggi davanti alla costa di Gaza la piccola imbarcazione a vela «Irene», nota come la «nave ebraica», che intende rompere il blocco israeliano della Striscia e portare aiuti umanitari e solidarietà alla popolazione palestinese. «La navigazione procede tranquilla, i passeggeri stanno bene e sino a questo momento non hanno visto unità della marina militare israeliana», riferiva ieri sera Miri Weingarten, la portavoce della missione navale ebraica. «L'arrivo della Irene a Gaza però non dipenderà dal vento o dalle condizioni del mare, piuttosto dalle intenzioni delle forze armate israeliane. Noi ci aspettiamo che l'imbarcazione venga bloccata e portata con la forza in un porto israeliano», ha aggiunto Weingarten. Alla nave ebraica quindi potrebbe non andare meglio delle sei navi della Freedom Flotilla dirette a Gaza, bloccate il 31 maggio in acque internazionali - in quell'occasione commando israeliani uccisero nove passeggeri della nave turca «Mavi Marmara» scatenando una grave crisi internazionale e nelle relazioni tra Tel Aviv e Ankara - e della Rachel Corrie, intercettata qualche giorno dopo. Il portavoce militare israeliano ha già descritto il viaggio della «Irene» come una «provocazione con motivazioni politiche», lasciando immaginare un nuovo intervento della Marina anche se prevedibilmente più soft rispetto a quello del 31 maggio.
Per mesi gli organizzatori di «European Jews for a Just Peace» hanno mantenuto un riserbo strettissimo sul porto da dove sarebbe partita la nave. Domenica pomeriggio è arrivato l'annuncio improvviso: il veliero «Irene» con a bordo dieci pacifisti israeliani ed ebrei oltre all'equipaggio, è salpata dal porto di Famagosta per dirigersi verso Gaza city dove ad attenderla c'è l'Ong palestinese «Gaza Community Mental Health Programme», diretta dal dottor Eyad Sarraj. Tra i partecipanti vi sono Rami Elhanan, un israeliano che ha perso la figlia in un attentato suicida a Gerusalemme nel 1997 - «Quel milione e mezzo di palestinesi di Gaza sono vittime come lo sono io» ha detto Elhanan ai giornalisti prima di salire a bordo - un sopravvissuto all'Olocausto, Reuven Moshkovitz, di 82 anni, e Carole Angier biografa di Primo Levi. A «guidare» il gruppo è Yonatan Shapira, un ex pilota di elicotteri dell'aviazione israeliana nonché uno dei refusenik più noti. A proposito del probabile arrembaggio israeliano alla "Irene", Shapira ha spiegato che i passeggeri attueranno una resistenza pacifica, non violenta. Uno degli organizzatori, Richard Kuper, ha spiegato che tra gli obiettivi della missione c'è quello di dimostrare che non tutti gli ebrei sostengono le politiche dei governi israeliani nei confronti dei palestinesi.
Per motivi non ancora resi noti la nave ebraica ha scelto di partire adesso, da sola. Pertanto non farà parte della seconda Freedom Flottiglia per Gaza, che comprenderà una decina di imbarcazioni, una delle quali italiana e che porterà il nome del giornalista del manifesto Stefano Chiariri scomparso nel 2007. Ieri rappresentanti del «Movimento per Gaza Libera» hanno annunciato durante una conferenza stampa che il nuovo convoglio pacifista partirà alla fine dell'anno dal Pireo e hanno rivolto un appello affinché Israele rispetti la legge internazionale e non usi ancora una volta la forza per bloccare le navi dirette a Gaza. La scorsa settimana un rapporto diffuso dalla commissione d'inchiesta istituita dal Consiglio dei Diritti Umani dell'Onu sull'arrembaggio in mare del 31 maggio, ha riaffermato in modo netto il dovere che tutti gli Stati, senza eccezioni, hanno di rispettare il diritto internazionale. I membri della commissione hanno scritto che ci sono «prove evidenti» di comportamenti «brutali» compiuti da Israele contro gli attivisti diretti a Gaza al punto da accusare Tel Aviv Israele di «omicidio intenzionale» (dei nove turchi), nonché di «trattamenti disumani», di «gravi sofferenze» e «di ferite inferte intenzionalmente». Il governo israeliano ha seccamente respinto le conclusioni dei tre esperti dell'Onu e ha ribadito la sua posizione, ovvero che i soldati aprirono il fuoco per «legittima difesa» costretto dal comportamento «aggressivo e violento» dei passeggeri.
Per mesi gli organizzatori di «European Jews for a Just Peace» hanno mantenuto un riserbo strettissimo sul porto da dove sarebbe partita la nave. Domenica pomeriggio è arrivato l'annuncio improvviso: il veliero «Irene» con a bordo dieci pacifisti israeliani ed ebrei oltre all'equipaggio, è salpata dal porto di Famagosta per dirigersi verso Gaza city dove ad attenderla c'è l'Ong palestinese «Gaza Community Mental Health Programme», diretta dal dottor Eyad Sarraj. Tra i partecipanti vi sono Rami Elhanan, un israeliano che ha perso la figlia in un attentato suicida a Gerusalemme nel 1997 - «Quel milione e mezzo di palestinesi di Gaza sono vittime come lo sono io» ha detto Elhanan ai giornalisti prima di salire a bordo - un sopravvissuto all'Olocausto, Reuven Moshkovitz, di 82 anni, e Carole Angier biografa di Primo Levi. A «guidare» il gruppo è Yonatan Shapira, un ex pilota di elicotteri dell'aviazione israeliana nonché uno dei refusenik più noti. A proposito del probabile arrembaggio israeliano alla "Irene", Shapira ha spiegato che i passeggeri attueranno una resistenza pacifica, non violenta. Uno degli organizzatori, Richard Kuper, ha spiegato che tra gli obiettivi della missione c'è quello di dimostrare che non tutti gli ebrei sostengono le politiche dei governi israeliani nei confronti dei palestinesi.
Per motivi non ancora resi noti la nave ebraica ha scelto di partire adesso, da sola. Pertanto non farà parte della seconda Freedom Flottiglia per Gaza, che comprenderà una decina di imbarcazioni, una delle quali italiana e che porterà il nome del giornalista del manifesto Stefano Chiariri scomparso nel 2007. Ieri rappresentanti del «Movimento per Gaza Libera» hanno annunciato durante una conferenza stampa che il nuovo convoglio pacifista partirà alla fine dell'anno dal Pireo e hanno rivolto un appello affinché Israele rispetti la legge internazionale e non usi ancora una volta la forza per bloccare le navi dirette a Gaza. La scorsa settimana un rapporto diffuso dalla commissione d'inchiesta istituita dal Consiglio dei Diritti Umani dell'Onu sull'arrembaggio in mare del 31 maggio, ha riaffermato in modo netto il dovere che tutti gli Stati, senza eccezioni, hanno di rispettare il diritto internazionale. I membri della commissione hanno scritto che ci sono «prove evidenti» di comportamenti «brutali» compiuti da Israele contro gli attivisti diretti a Gaza al punto da accusare Tel Aviv Israele di «omicidio intenzionale» (dei nove turchi), nonché di «trattamenti disumani», di «gravi sofferenze» e «di ferite inferte intenzionalmente». Il governo israeliano ha seccamente respinto le conclusioni dei tre esperti dell'Onu e ha ribadito la sua posizione, ovvero che i soldati aprirono il fuoco per «legittima difesa» costretto dal comportamento «aggressivo e violento» dei passeggeri.






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