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il libro della settimana
HADOT E NOI
MARCO PACIONI
ALIAS n. 04 del 28/01/2012
UNA RACCOLTA POSTUMA DI SAGGI SPARSI CI METTE DAVANTI ALLO «SCANDALO» DELLA FILOSOFIA ANTICA
È raro trovare uno storico della filosofia antica come lo studioso francese Pierre Hadot (1922-2010) che sia anche filosofo. Ancora più raro è trovarne uno che abbia attratto alle sue opere lettori che cercano oltre che accuratezza filologica e teoria anche un'esperienza spirituale diretta. Si potrebbero fare paragoni con FriedrichNietzsche, Jacob Burckhardt e, in tempi più recenti, con Giorgio Colli. Ma nel loro caso, a differenza di Hadot, a un certo punto del loro percorso intellettuale, la teoria si è decisamente fatta più importante della filologia e, a parte Nietzsche, i lettori appassionati delle opere di un Burckhardt o Colli hanno continuato a essere soprattutto addetti ai lavori. Complice anche una straordinaria limpidezza di scrittura, alle opere di Hadot ha invece attinto un'audience più variegata come dimostrano anche le molte lettere che egli riceveva da lettori di tutto il mondo e che lo studioso menziona nella sua lunga conversazione con Arnold I. Davidson in La filosofia come modo di vivere (Einaudi). (Interessante sarebbe allestire una raccolta di queste lettere per documentare la ricezione degli studi di Hadot, e più in generale per farsi un'idea della ricerca spirituale del lettore di filosofia odierno). Il pubblico delle opere di Hadot non è stato soltanto quello accademico degli studiosi che passano l'esistenza a sviscerare temi minutissimi, ma anche quello che si potrebbe definire devozionale di persone che anelano a trovare consigli pratici per il benessere spirituale della vita di ogni giorno. D'altro canto la ricerca di Hadot ha interessato anche chi come Michel Foucault si è posto all'avanguardia di una ricerca filosofica nuova investita politicamente nel presente. E al di là dell'uso professionale che ha fatto di Hadot, suo collega al Collège de France, anche Foucault non ha resistito a una lettura più intima delle sue opere come dimostra l'attenzione che ha prestato, negli ultimi anni di vita, all'etica antica e alla «cura di sé».
Hadot ha saputo identificarsi con la sua materia di ricerca, fin quasi a diventare egli stesso un personaggio filosofico ma non a discapito del rigore filologico, anzi grazie a esso. Pur rimanendo un ricercatore specialista di progetti di lunga durata – come dimostrano la più che cinquantennale attenzione a un autore certamente non di spicco nella filosofia e teologia antica come Mario Vittorino, e l'edizione traduzione e commento del Manuale di Epitteto (Einaudi) –, Hadot ha avuto la capacità di trasformare in cibo per l'anima quella che di solito viene considerata accuratezza scientifica. In altre parole, è stato filologo in senso letterale e cioè come colui che ha amore per la parola perché ha cura anzitutto di sforzarsi di trovare quella vera, ma anche perché gli preme di comunicare quella stessa parola a chi può aprire nuovi orizzonti di vita.
Se alcuni temi della ricerca di Hadot come la meraviglia, l'estasi, l'atarassia, il sentimento oceanico e l'esercizio spirituale potevano interessare un'audience di affamati di misticismo più a buon mercato che studiosi intellettuali per certi versi avvicinabili a Hadot,ma per molti altri lontanissimi da lui – come ad esempio un Mircea Eliade o un Raimon Panikkar o un Elémire Zolla – hanno provveduto a sfamare senza troppi scrupoli filologici, è significativo che questi lettori non abbiano trovato in Hadot quello che cercavano. L'aura mistica che Hadot ha evocato nel suo stile e studiato nei detti e nelle pratiche delle scuole filosofiche antiche non è mai stata tentata dal torvo dell'irrazionale, non si è mai offerta alla mistificazione. È stata una mistica del togliere e del moltiplicare, invece che dell'aggiungere e del trapassare, una mistica orizzontale e democratica. Il mistico che Hadot ha osservato nel discorso degli antichi e, in tempimoderni, inWittgenstein, è un'ascesi del pensiero, cioè una disciplina razionale nella quale il microcosmo della persona si pone al cospetto del macrocosmo del logos e del mondo lasciandosi assorbire in essi. In tale processo espansivo del soggetto, dove la ricerca di sé coincide con la perdita di sé – processo che Hadot ha in particolar modo studiato negli stoici –, lo studioso ha voluto vedere anche una dimensione che va oltre l'individuo e tocca la sfera politica.
Proprio l'aspetto pratico e con esso morale, disciplinare e come si è detto mistico della filosofia classica è stato dunque paradossalmente l'assunto teorico più importante della ricerca che Hadot ha enucleato nell'ambito storico dell'antichità e nel modo in cui tale aspetto pratico è sopravvissuto nella cultura occidentale anche dopo che nella filosofia al paradigma della pratica sapienziale si è sostituito quello teorico e scientifico. In Che cos'è la filosofia antica (Einaudi), Esercizi spirituali e filosofia antica (Einaudi), Plotino o la semplicità dello sguardo (Einaudi) e, in un contesto di ricerca di tipo ge- nealogico (tale approccio è stato forse il più forte elemento di influenza di Foucault esercitato su Hadot) e quindi anche orientato alla modernità come la raccolta di scritti Wittgenstein e i limiti del linguaggio (Bollati Boringhieri), o nel libro dedicato a Goethe Ricordati di vivere (Raffaello Cortina) e soprattutto nell'ampio studio sull'idea di natura nei greci Il velo di Iside (Einaudi), Hadot ha continuamente battuto sull'idea della filosofia come forma-divita, della dottrina come saggezza, della teoria come esercizio del logos che abilita a una pratica esistenziale fino al punto di trasformare omeglio di fare ridiventare il filosofo saggio o sapiente.
Principalmente intorno a questa figura umana del sapiente, e quasi a compendiare temi, spirito e stile della ricerca di Hadot, è incardinata ora la raccolta di scritti La felicità degli antichi (trad. it. di Anna Ghilardotti, Raffaello Cortina, pp. 154, € 16,00). Questi testi, comparsi originariamente su riviste e volumi collettanei, coprono un arco temporale ampio (dall'inizio degli anni settanta ai novanta) e significativo del percorso di Hadot. Ma al di là della dimensione testamentaria che questi scritti possono rivestire (anche perché il filosofo è scomparso da meno di due anni), la loro importanza va cercata soprattutto nel fatto che essi affrontano alcuni tra i nodi più problematici della visione della filosofia antica offerta da Hadot. Sono scritti che, per così dire, mettono il dito nella piaga della controversia, come ad esempio il ruolo della rivelazione nella filosofia antica; la determinazione del periodo storico in cui la preminenza dell'insegnamento orale lascia il campo alla lettura e alla scrittura; l'eredità dell'esegesi antica nella filosofia cristiana; la dimensione politica della pratica filosofica individuale e delle scuole. Su quest'ultimo tema Hadot ha insistito spesso con, a volte, una determinazione che sembra voler compensare dubbi non risolti dal punto di vista storicofilosofico, ma che da quello degli effetti prodotti dalla sua stessa opera pone Hadot certamente al riparo. In tal senso quello che egli scrive nello studio La figura del saggio nell'antichità greco-latina si può applicare in positivo anche a lui stesso: «Contrariamente a un'opinionemolto diffusa e radicata, gli antichi saggi non rinunciano all'attività politica. In nessuna scuola filosofica dell'Antichità, in effetti, il saggio abbandona il desiderio e la speranza di esercitare un'azione sugli altri uomini; e se l'ampiezza che egli vuole dare alla sua attività varia secondo le scuole, l'obiettivo è, però, sempre lo stesso: convertire, liberare, salvare gli uomini».
 
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