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PRECARIATO: SONO I GIOVANI I VERI COLPEVOLI?
Flora Frate
21.02.2012
Il ministro Fornero insiste che i giovani vogliono lavorare rimanendo vicino a mamma e papà. Monti afferma che il posto fisso è noioso e si dice, inoltre, che chi guadagna 500 euro al mese è uno sfigato al pari, dunque, di una persona che si laurea in ritardo, quasi a costruire un parallelismo di questo tipo: “ lo sfigato che si laurea in ritardo guadagna 500 euro al mese”. Ma cerchiamo di ricostruire un’analisi che possa verificare la veridicità dei fatti. 
Io, in qualità di rappresentante degli studenti e dei precari cercherò di fare un punto della situazione basandomi sulla mia esperienza sia in quanto persona che vive da vicino queste realtà, sia in quanto portavoce degli studenti , eletta democraticamente nel dicembre scorso, all’ateneo Federico II di Napoli.
Uno studente che si laurea alla triennale, quindi parliamo di persone con un’età compresa tra i 22 e 23 anni non aspira sicuramente al posto fisso o almeno non ancora . Ascoltando le testimonianze di molti giovani studenti, posso affermare che questo dato, ovvero l’ aspettativa al posto fisso, non emerge e le motivazioni sono molteplici. Si può iniziare col dire che la coscienza del futuro non è ancora sviluppata tra 22enni , ancora legati ad un ottimismo estremo; perché spesso viene considerata come ipotesi primaria il completamento del percorso di studi, spesso al Nord Italia, e se c’è maggiore possibilità economica, addirittura all’estero; perché i giovani credono di investire nello studio per garantirsi le competenze necessarie indispensabili alla realizzazione dei propri progetti di vita che, in genere, sono molto ambiziosi, come andare a ricoprire ruoli prestigiosi e di grande responsabilità ; e perché, riportando l’esempio più esemplificativo dei sociologi o comunque di professioni non riconosciute, non sono a conoscenza del come spendere la propria laurea nel mercato del lavoro.
Oramai sono in molti, che dedicandosi solo allo studio, ripeto, concepito come un investimento per il futuro, non si ha tempo e forze per accumulare esperienze lavorative o per lo meno nelle modalità che il mercato richiede. Infatti il mercato del lavoro esige sia una preparazione ottimale raggiunta con il massimo dei voti, però alla magistrale e sia un bagaglio di esperienze lavorative solido, specifico almeno in un settore e minimo di 2 anni. Allora, va da se che, occupando la maggior parte del tempo allo studio,durante il percorso universitario, non c’è la possibilità di lavorare se non accettando lavoretti intesi ad integrare la paghetta settimanale dei genitori.
E comunque, una volta laureati noi viviamo il dramma della magistrale: non sappiamo in quale settore specializzarci, non sappiamo quale profilo professionale è più adatto alla nostra forma mentis. Allora succede che la maggior parte degli studenti ha come aspirazione , semplicemente, un tirocinio che possa non solo permettere di sviluppare competenze specifiche e pratiche, possibilmente in coerenza con il proprio ambito di studio, e questa necessità è sentita maggiormente dai laureati nel settore umanistico ovvero quello più carente da questo punto di vista, oppure un efficace ed efficiente servizio di orientamento al lavoro. Non solo, specie al sud, mancano tirocini o stage capaci di immetterci nel mercato del lavoro e addirittura parliamo di scarsissimo feedback tra la laurea e quello che si va a fare con un tirocinio. Troppo spesso lo stage si è rivelato una trappola:i n Campania abbiamo assistito ad un investimento nella formazione senza mai innescare reali sbocchi lavorativi. Una formazione sempre fine a se stessa: Il giovane viene sfruttato dall’azienda e poi arrivederci e grazie.
Ancora,in taluni casi succede che gli sportelli adibiti alla ricerca del tirocinio, funzionano male. Alla Federico Iad esempio, c’è il Softel , un servizio telematico di orientamento al lavoro e all’università, ma onestamente non ho mai sentito nessun studente che usufruendo di tale portale sia rimasto soddisfatto del servizio. A sociologia, ad esempio, esiste il part-time come borsa di studio: il sociologo, se riesce a stare in graduatoria per il requisito del reddito basso, puoi lavorare in biblioteca registrando semplicemente i libri in entrata ed uscita. Per non parlare poi dei meccanismi tutt’ora oscuri con i quali ti permettono di vincere il concorso, ma questa è ancora un’altra storia.
Nella migliore delle ipotesi, i sociologi riescono a fare attività di tirocinio, qualora si è fortunati a conoscere QUALCUNO, firmando, però, un contratto come Assistente sociale. Stessa cosa accade agli archeologi che non riescono ad esercitare la professione perché in Italia e soprattutto al Sud i beni culturali vengono dismessi e la funzione sociale di queste figure non viene sentita e considerata utile per valorizzare il patrimonio culturale e turistico, come invece lo è in altre parti d’Europa. I giornalisti sono costretti al precariato perenne perché l’informazione rimane dominio di pochi e di fatto si trovano a fare gavetta che non finisce mai e per giunta mal retribuita.
Ritornando al percorso della laurea, gli studenti, alla magistrale, arrivano stanchi perché le energie per sostenere altri esami, oltre a quei 30 sostenuti alla triennale( i vecchi ordinamenti prevedevano addirittura 40 esami) scarseggiano. Ma comunque non ci fermiamo e ci rimbocchiamo le maniche studiando altri due anni. In questo caso andiamo a scontrarci con un altro problema: i programmi non sono aggiornati e l’applicazione pratica viene a mancare. E se qualche volta la regione indice qualche bando di tirocinio retribuito convenzionato con l’università (rimborso spese di 400 euro) molto spesso si finisce per andare a fare le fotocopie in qualche ufficio.
Una volta finita la magistrale cerchiamo un lavoro in coerenza con il nostro percorso di studi. Passano un anno, passano due , il lavoro non si trova, se non quello saltuario e precario. Partecipiamo a qualche progetto sul territorio, realizziamo attività culturali personali con associazioni, cooperative ma sono solo arrangiamenti. E alla fine dove si finisce? A stare dentro un call center oppure a fare la commessa/o dentro un centro commerciale a tempo DETERMINATO. Arrivando a 30 anni, consapevole che il tuo tempo è scaduto per essere scelti dalle aziende ( dopo i 30 anni, soprattutto una donna è fuori dal mercato del lavoro per rischio maternità) dopo solo tutto questo, guardiamo ai nostri genitori e ci viene da pensare che forse, guardare ai concorsi e al posto fisso, non è poi cosi male. Se l’unica alternativa valida al contratto atipico, a progetto, a tempo determinato con licenziamenti facili,sembra essere il posto fisso, è chiaro che si preferisce la certezza di quest’ultimo. E nonostante tutto questo, l’istat, verifica che l’80% dei giovani è disposto lasciare la propria città per lavorare e addirittura, più del 10% è disposto a trasferirsi all’estero.
Or dunque la figlia della Fornero lavora a Torino, comoda, affianco alla mamma. Quindi di quali giovani e di cosa realmente stiamo parlando? È chiaro che questo governo non conosce la situazione reale dei giovani, non conosce le condizioni cui sono costretti a vivere, ovvero perseguitati dal precariato lavorativo con ricadute sociali e personali (rifermento a Gallino il lavoro non è una merce) e per giunta il governo propone soluzioni chiaramente fuori traccia. Se il focus d’analisi è sbagliato è chiaro che le misure di intervento sono apparenti e fallaci perché non corrispondono con le reali esigenze del paese.
Oltre tutto ditemi voi, cosa possa centrare la riforma Gelmini, e i tagli proposti da Tremonti, che tra l’altro rappresentano solo una serie di provvedimenti diretti a smantellare l’università pubblica e di massa, con i bisogni reali di coloro che studiano e che vivono tutto questo sfacelo. I tagli al fondo di finanziamento ordinario con i conseguenti tagli alla borsa di studio, l’aumento consequenziale delle tasse e il proliferare dei test di ingresso, l’organizzazione verticistica della struttura universitaria rafforzando il baronato, non risolve il precariato, non risolve la qualità della formazione universitaria, non risolve il basso numero di laureati, non facilita l’iscrizione soprattutto a chi non può permettersi economicamente l’università, non cambia il carattere fallimentare dell’investimento nello studio.
La laurea triennale, se ben ci ricordiamo, doveva servire a risolvere il problema che i laureati In italia erano pochi rispetto a quelli dell’Europa, a trovare più facilmente lavoro garantendo una maggiore fluidità nell’acquisizione di competenze. Ma la didattica smontata in 40 esami poi in 36 e poi in 24, corrispondenti con diversi ordinamenti succeduti dopo la Riforma Moratti, ha indebolito la qualità formativa e ha reso poco attrattiva le nostre università per le aziende. Dobbiamo renderci conto che le varie riforme universitarie erano altri tentativi per non affrontare i problemi in maniera risolutiva perché si doveva intervenire solo e soltanto sul lavoro e al massimo sui programmi degli esami, garantendo gli aggiornamenti. Cosa è scaturito da questi metodi? Dal 2000 al 2012 migliaia di studenti precari, senza lavoro e molti parcheggiati ancora all’università. E dunque chi sono gli sfigati? Gli studenti, i giovani, i lavoratori, oppure i ministri al governo? Oltretutto La scelta tra i diritti o il lavoro, in questo caso, tra l’art 18 dei lavoratori che legifera i licenziamenti senza giusta causa tutelando e difendendo il lavoratore e l’assunzione dei precari a tempo determinato, non può continuare ad essere la politica del paese. Noi abbiamo diritto sia all’articolo 18 sia al lavoro perché sono entrambi dei diritti. Il sindacato, la Cgil deve difendere i diritti degli studenti, dei lavoratori, della generazione futura.
Ma non può farlo se non riflette su stessa: la nuova generazione non ricorre più al sindacato, non si tessera, non si iscrive, non si sente adeguatamente rappresentato. La cgil deve iniziare a fare un’attenta analisi e solo attraverso le risposte al perché di questo stato di cose, può realmente difendere i diritti dei lavoratori e recuperare il suo antico valore storico. Il sindacato, come al tempo della catena di montaggio, ha salvato migliaia di operai e figli di operai, cosi oggi, rappresenta la salvezza di precari e dei figli dei precari.

Flora Frate, Udu Napoli Rappresentante studenti in senato accademico, Federico II
 
 
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crisi
Il debito
o il furto del tempo
Il susseguirsi delle crisi finanziarie ha fatto emergere una figura specifica che occupa ormai tutto lo spazio pubblico: quella dell’uomo indebitato. 
 
 
 
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