PER UNA NUOVA SCUOLA PUBBLICA. DAL BASSO
Sara Biscioni
26.07.2012
Parlando di “crisi” e tagli alla scuola pubblica il discorso cade quasi sempre su insegnanti, bidelli e fotocopie. Raramente ci si interroga sugli effetti sul cuore della scuola pubblica: gli studenti.
Che ne sarà degli studenti?
Gli studenti verranno darwinianamente classificati e divisi. In classi. Non 1A, 1B, 1C, ma quelle più antiche: chi è di famiglia ricca, e chi è di famiglia povera. I primi, ce la faranno. Per i secondi, saranno percorsi a ostacoli, qualcuno ce la farà, molti cadranno lungo la strada. Sembra antiquato ma non lo è. Spieghiamo.
La letteratura sociologica già da anni parla della relazione fra capitale culturale e umano delle famiglie e risultati scolastici dei figli, intendendo il grado di istruzione dei genitori, il tipo di occupazione, il reddito, la possibilità di accedere a strumenti di elevazione culturale. Per semplificare, possiamo dire che ciò si riferisce alla condizione culturale, sociale ed economica della famiglia.
Studi autorevoli ci dicono che migliori sono le condizioni culturali, sociali ed economiche della famiglia, maggiori sono le possibilità per i figli di conseguire buoni risultati scolastici; di converso, maggiori sono gli svantaggi della famiglia dal punto di vista culturale, sociale ed economico, maggiori sono le probabilità per i figli di avere percorsi scolastici brevi, interrotti, costellati di insuccessi. Questo è vero dappertutto, e soprattutto in una scuola
come quella italiana che è, come scrive il sociologo Dalla Zuanna, modellata sulle esigenze di chi ha una famiglia alle spalle in grado di supportare i figli anche materialmente. Come ai tempi di don Milani, dice.
Tralasciamo il facile discorso su fotocopie e carta igienica, dove chi ha i soldi se li paga, chi non li ha vive di collette dal sapore di elemosine. Andiamo più in profondità.
Quando il numero di studenti per classe aumenta, gli insegnanti diminuiscono, i fondi per corsi di recupero e attività di supporto si azzerano, quando nella scuola che diventa sempre più “part-time” si assottigliano i momenti di interazione fra gli studenti e fra studenti e insegnanti, quando lo studente è lasciato solo nello studio pomeridiano, l'importanza del
supporto familiare è stringente.
Qui si colloca il discorso sul capitale culturale e umano della famiglia.
Senza voler essere deterministi, a fronte di una scuola pubblica mutilata, chi può contare su genitori colti e con sufficiente tempo a disposizione per spiegare il problema di geometria, controllare i compiti nel quaderno, o sentire la lezione di storia senza cadere dal sonno dopo 8 ore di lavoro (più straordinari eventuali), ha più possibilità di farcela. E se i risultati non fossero brillanti, è la famiglia che può permettersi le ripetizioni a offrire maggiori chances ai figli.
E se a “crisi”, voluta e pilotata, ha effetti sulla scuola, prima di tutto ha effetti sulle famiglie:
licenziamenti, precarietà, lavoro che quando c'è spesso è sfruttamento, sfratti. Alcune ricerche mostrano come i figli dei disoccupati abbiano maggiori difficoltà scolastiche. Altre ricerche mostrano come nelle famiglie a basso reddito aumentino le probabilità di vivere quella che viene definita “deprivazione culturale”: non ci sono soldi per libri, teatro, concerti, cinema, tutto il reddito è assorbito dal “sopravvivere”: pagare affitto o mutuo, bollette, cibo, trasporti. Addirittura, infatti, quello che è sempre stato considerato un punto di forza della realtà abitativa italiana, la casa di proprietà, evidenzia risvolti paradossali ed inquietanti: se il mutuo assorbe la maggior parte del reddito delle famiglie, ed il reddito è già magro, allora poco rimane per far fronte ai bisogni scolastici e culturali dei figli. E questo vale anche per gli affitti che, a fronte di politiche pressochè inesistenti di residenza pubblica, drenano una buona fetta delle risorse economiche familiari. Poi, se il mutuo o l'affitto non si riescono più a pagare, arrivano gli sfratti, la precarietà abitativa, che impoveriscono le condizioni materiali delle famiglie, e minano la loro percezione di sicurezza anche dei figli: perchè dietro a ogni famiglia senza casa ci sono studenti che non sanno più quanto a lungo potranno permettersi di studiare, alunni che non hanno più un luogo dove fare i compiti, costretti a
trasferirsi da una scuola all'altra, con padri e madri resi inermi dall'inoccupazione che faticano ad assumere il loro ruolo di guide.
E intanto la scuola si svuota: di fondi, ma anche di insegnanti, supplenti, idee, attività,
progettualità, formazione, aggiornamenti utili, critica. E si riempie: di “meriti”, indicazioni
ministeriali, aggiornamenti inutili (come quelli che vogliono farci credere che la tecnologia nelleaule risolva tutti i problemi), test che, mentre gli studi sulla didattica vanno verso la
personalizzazione degli apprendimenti, vogliono livellare, in quella falsa democrazia dell'“uguale per tutti”, dimenticando che “non c'è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra diseguali”.
In altri paesi, dove più evidente, anche dal punto di vista territoriale, è la divisione tra benestanti e impoveriti, si assiste già al fenomeno del white flight: chi se lo può permettere sceglie per i figli le scuole migliori, più prestigiose, più “performanti”, chi non può invece rimane lì, in scuole abbruttite, depauperate, scadenti.
In Italia vi sono pochi grandi “ghetti”, la segregazione abitativa delle famiglie con difficoltà
economiche è per ora più rara; ma a fronte dell'erosione del supporto pubblico alle famiglie e alla scuola, il futuro non è certo luminoso.
C'è una soluzione possibile, una sola: ripartire dai rapporti, dentro e fuori la scuola. La letteratura sociologica infatti non parla solo di capitale umano, ma anche di capitale sociale delle famiglie, cioè dei legami, delle reti che la famiglia ha nel territorio e su cui può contare per far fronte alle proprie necessità. E che possono avere molti effetti positivi, soprattutto in
momenti storici in cui lo Stato non può (o meglio non vuole) impegnarsi a sostegno dei cittadini.
Insegnanti, studenti, e famiglie devono capire che solo essendo uniti possono pensare di avere un futuro; devono capire che altri sono i nemici.
Che gli insegnanti smettano di essere lamentosi ripetitori di concetti e stanchi valutatori e ritrovino la loro funzione di educatori ai valori della conoscenza, della socialità, della solidarietà, della critica, della lotta. Non contro gli studenti, ma con gli studenti.
Che gli studenti smettano di essere uditori disinteressati e manichini modaioli e ritrovino la
curiosità, la capacità di criticare, costruire, lottare. Non contro gli insegnanti, ma con gli insegnanti.
Che i genitori smettano di lamentarsi e rinunciare o pretendere, ma diventino parte attiva nella costruzione di una scuola non facile o benevola, ma di rigorosa qualità per tutti.
Per lottare insieme contro una visione dell'insegnamento, e della società, come un grande libero mercato dominato dalla concorrenza, dalla competizione e dalla segregazione.
Che ne sarà degli studenti?
Gli studenti verranno darwinianamente classificati e divisi. In classi. Non 1A, 1B, 1C, ma quelle più antiche: chi è di famiglia ricca, e chi è di famiglia povera. I primi, ce la faranno. Per i secondi, saranno percorsi a ostacoli, qualcuno ce la farà, molti cadranno lungo la strada. Sembra antiquato ma non lo è. Spieghiamo.
La letteratura sociologica già da anni parla della relazione fra capitale culturale e umano delle famiglie e risultati scolastici dei figli, intendendo il grado di istruzione dei genitori, il tipo di occupazione, il reddito, la possibilità di accedere a strumenti di elevazione culturale. Per semplificare, possiamo dire che ciò si riferisce alla condizione culturale, sociale ed economica della famiglia.
Studi autorevoli ci dicono che migliori sono le condizioni culturali, sociali ed economiche della famiglia, maggiori sono le possibilità per i figli di conseguire buoni risultati scolastici; di converso, maggiori sono gli svantaggi della famiglia dal punto di vista culturale, sociale ed economico, maggiori sono le probabilità per i figli di avere percorsi scolastici brevi, interrotti, costellati di insuccessi. Questo è vero dappertutto, e soprattutto in una scuola
come quella italiana che è, come scrive il sociologo Dalla Zuanna, modellata sulle esigenze di chi ha una famiglia alle spalle in grado di supportare i figli anche materialmente. Come ai tempi di don Milani, dice.
Tralasciamo il facile discorso su fotocopie e carta igienica, dove chi ha i soldi se li paga, chi non li ha vive di collette dal sapore di elemosine. Andiamo più in profondità.
Quando il numero di studenti per classe aumenta, gli insegnanti diminuiscono, i fondi per corsi di recupero e attività di supporto si azzerano, quando nella scuola che diventa sempre più “part-time” si assottigliano i momenti di interazione fra gli studenti e fra studenti e insegnanti, quando lo studente è lasciato solo nello studio pomeridiano, l'importanza del
supporto familiare è stringente.
Qui si colloca il discorso sul capitale culturale e umano della famiglia.
Senza voler essere deterministi, a fronte di una scuola pubblica mutilata, chi può contare su genitori colti e con sufficiente tempo a disposizione per spiegare il problema di geometria, controllare i compiti nel quaderno, o sentire la lezione di storia senza cadere dal sonno dopo 8 ore di lavoro (più straordinari eventuali), ha più possibilità di farcela. E se i risultati non fossero brillanti, è la famiglia che può permettersi le ripetizioni a offrire maggiori chances ai figli.
E se a “crisi”, voluta e pilotata, ha effetti sulla scuola, prima di tutto ha effetti sulle famiglie:
licenziamenti, precarietà, lavoro che quando c'è spesso è sfruttamento, sfratti. Alcune ricerche mostrano come i figli dei disoccupati abbiano maggiori difficoltà scolastiche. Altre ricerche mostrano come nelle famiglie a basso reddito aumentino le probabilità di vivere quella che viene definita “deprivazione culturale”: non ci sono soldi per libri, teatro, concerti, cinema, tutto il reddito è assorbito dal “sopravvivere”: pagare affitto o mutuo, bollette, cibo, trasporti. Addirittura, infatti, quello che è sempre stato considerato un punto di forza della realtà abitativa italiana, la casa di proprietà, evidenzia risvolti paradossali ed inquietanti: se il mutuo assorbe la maggior parte del reddito delle famiglie, ed il reddito è già magro, allora poco rimane per far fronte ai bisogni scolastici e culturali dei figli. E questo vale anche per gli affitti che, a fronte di politiche pressochè inesistenti di residenza pubblica, drenano una buona fetta delle risorse economiche familiari. Poi, se il mutuo o l'affitto non si riescono più a pagare, arrivano gli sfratti, la precarietà abitativa, che impoveriscono le condizioni materiali delle famiglie, e minano la loro percezione di sicurezza anche dei figli: perchè dietro a ogni famiglia senza casa ci sono studenti che non sanno più quanto a lungo potranno permettersi di studiare, alunni che non hanno più un luogo dove fare i compiti, costretti a
trasferirsi da una scuola all'altra, con padri e madri resi inermi dall'inoccupazione che faticano ad assumere il loro ruolo di guide.
E intanto la scuola si svuota: di fondi, ma anche di insegnanti, supplenti, idee, attività,
progettualità, formazione, aggiornamenti utili, critica. E si riempie: di “meriti”, indicazioni
ministeriali, aggiornamenti inutili (come quelli che vogliono farci credere che la tecnologia nelleaule risolva tutti i problemi), test che, mentre gli studi sulla didattica vanno verso la
personalizzazione degli apprendimenti, vogliono livellare, in quella falsa democrazia dell'“uguale per tutti”, dimenticando che “non c'è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra diseguali”.
In altri paesi, dove più evidente, anche dal punto di vista territoriale, è la divisione tra benestanti e impoveriti, si assiste già al fenomeno del white flight: chi se lo può permettere sceglie per i figli le scuole migliori, più prestigiose, più “performanti”, chi non può invece rimane lì, in scuole abbruttite, depauperate, scadenti.
In Italia vi sono pochi grandi “ghetti”, la segregazione abitativa delle famiglie con difficoltà
economiche è per ora più rara; ma a fronte dell'erosione del supporto pubblico alle famiglie e alla scuola, il futuro non è certo luminoso.
C'è una soluzione possibile, una sola: ripartire dai rapporti, dentro e fuori la scuola. La letteratura sociologica infatti non parla solo di capitale umano, ma anche di capitale sociale delle famiglie, cioè dei legami, delle reti che la famiglia ha nel territorio e su cui può contare per far fronte alle proprie necessità. E che possono avere molti effetti positivi, soprattutto in
momenti storici in cui lo Stato non può (o meglio non vuole) impegnarsi a sostegno dei cittadini.
Insegnanti, studenti, e famiglie devono capire che solo essendo uniti possono pensare di avere un futuro; devono capire che altri sono i nemici.
Che gli insegnanti smettano di essere lamentosi ripetitori di concetti e stanchi valutatori e ritrovino la loro funzione di educatori ai valori della conoscenza, della socialità, della solidarietà, della critica, della lotta. Non contro gli studenti, ma con gli studenti.
Che gli studenti smettano di essere uditori disinteressati e manichini modaioli e ritrovino la
curiosità, la capacità di criticare, costruire, lottare. Non contro gli insegnanti, ma con gli insegnanti.
Che i genitori smettano di lamentarsi e rinunciare o pretendere, ma diventino parte attiva nella costruzione di una scuola non facile o benevola, ma di rigorosa qualità per tutti.
Per lottare insieme contro una visione dell'insegnamento, e della società, come un grande libero mercato dominato dalla concorrenza, dalla competizione e dalla segregazione.




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