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SPESE FARAONICHE E SPRECHI
A. F.
06.12.2012
Sono un medico anestesista dell'ospedale san Filippo  Neri di Roma.
Ero in sala operatoria lunedì scorso, quando improvvisamente è arrivata la notizia del "ridimensionamento" del nostro ospedale, che poi vuol dire chiusura. Stavamo lavorando: andavano contemporaneamente nel nostro blocco operatorio sette sale operatorie e alle otto di sera, quando l'attività della chirurgia programmata doveva essere conclusa, ancora erano in corso quattro interventi. Le sale operatorie non si fermano mai, nemmeno quando ci vengono a dire che per ragione di soldi dovremmo esporre il cartello "chiuso".
Ci passano davanti agli occhi i tanti che hanno avuto bisogno di cure: perché un ospedale é un posto di sofferenza, ma anche di speranza e di rifugio per chi non può rimanere a confrontarsi con la malattia nella propria casa, e allora l'ospedale, con tutte le sue inefficienze, é un rifugio sicuro.
Sappiamo anche noi che il momento che stiamo vivendo è difficile e che molto deve cambiare  anche nella sanità, ma quello che ci sorprende amaramente è che si è intrapresa una strada troppo semplicistica per affrontare una realtà complessa e delicata come quella che riguarda la salute. Si chiamano tagli lineari; noi invece pensiamo che si debba andare nel dettaglio e sapere come fare a garantire il " diritto di asilo" a quanti cittadini italiani o stranieri cercano aiuto e rifugio nei nostri ospedali.
Se nel nostro servizio sanitario nazionale ci sono state spese faraoniche e sprechi, non siamo noi operatori i responsabili nè i beneficiari; continuando a chiedersi dove sono finiti quei soldi, la maggior parte  di noi va avanti arrangiandosi per continuare a lavorare: il bisturi non taglia: é cinese, la pinza non prende più, cinese anche quella. Bisogna arrangiarsi, anche il cerotto, che risolve quasi tutti i problemi dell'ospedale, non incolla più, ma deve andar bene lo stesso.
Ci sembra allora di essere due volte umiliati, come operatori e come  cittadini di questo paese. Tagliando indiscriminatamente, gli amministratori fanno la cosa per loro più semplice: la macchina è difettosa? Bene, perchè perdere tempo ed energia per ripararla? Si fa la cosa più semplice: la rottamiamo, tanto peggio se chi ci viaggiava deve arrangiarsi. Ma chi ragiona così, dimentica che con questo si disperde un importante bagaglio di conoscenze e di competenze che non sarà facile ricreare, perchè rimane vivo e si trasmette solo in quanto continua a operare; un sistema complessissimo, che sopporta tanto, ma che si mantiene in un equilibrio delicato come un organismo vivente, che una volta perso non si riacquista facilmente, una garanzia per la sicurezza della nostra vita comune.

Chi opera cambiamenti su una materia così delicata - e noi non ci opponiamo ai cambiamenti, noi siamo gente senza paura - dovrebbe pensare a se stesso, ai suoi figli, ai suoi nipoti. Non sono  le case di cura private che si attivano sui traumi della strada, sulle urgenze; i primi che arrivano siamo noi: di giorno, di notte, a Natale, a Capodanno. Un ospedale vicino può salvare la vita, e non solo: può anche evitare invalidità, purchè le cure siano tempestive. A volte è questione di minuti. Tutti noi conosciamo le condizioni della viabilità di Roma e le condizioni di grave congestione in cui versano i posti di Pronto Soccorso della capitale.
Una volta decimati gli ospedali ritenuti "antieconomici", quante volte accadrà che un paziente non raggiunga per tempo uno di quelli risparmiati dalla furia dei tagliatori o non venga smistato in un tempo ragionevole nel reparto appropriato?
 
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