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L'ITALIA E' UNA REPUBBLICA FONDATA SULLO SPREAD?
Luigi Della Morte
11.12.2012
In questi giorni, come all’epoca delle dimissioni, si fa un gran parlare delle conseguenze delle parole e delle azioni di Silvio Berlusconi. L’Europa ci guarda, i mercati ci giudicano, lo spread reagisce.
Che il presidente Berlusconi abbia fatto bene a dimettersi un anno fa e male ad annunciare la sua ricandidatura a detta dei più, non pare essere in discussione (al netto dei fedelissimi). Le dimissioni furono, all’epoca, ben viste e generalmente accettate perché nel complesso era quello un governo oramai assente e incapace di dominare gli eventi. La pressione internazionale era tale per cui un cambio di facce fu inevitabile. Con l’aggravante di un Cav lunatico e poco affidabile, distratto da problemi giudiziari e cene eleganti.
Allo stesso modo oggi, con sentimenti uguali e contrari, è stata accolto l’annuncio della ricandidatura. Identiche le reazioni e i timori internazionali, con annessa impennata dello spread, con la conseguenza che da più parti si spera in una rinuncia, per il bene del Paese, delle borse, della nostra credibilità internazionale.
Tutto condivisibile, ma è giusto che si decidano le dimissioni di un governo, si rinunci ad una candidatura, perché lo chiedono i mercati? Perché Silvio Berlusconi non dovrebbe candidarsi? È una questione personale e del suo elettorato. La sua eventuale esclusione dovrebbe avvenire perché privo del consenso necessario. Come per qualsiasi altro candidato.
È probabilmente inopportuno che un ultrasettantenne, che politicamente non ha avuto successo (non a suo dire), che si contraddice un giorno si e l’altro anche, che conduce il suo partito come un padre padrone, si presenti alle elezioni politiche del 2013. Ma non è ora che la sua dipartita politica avvenga attraverso il fisiologico meccanismo democratico, piuttosto che per ingerenze esterne? Certo i suoi modi creano imbarazzo ma qualcuno lo vuole. La maggioranza relativa lo ha voluto.
Il Cav è mal sopportato dai più (pare) e quindi le pressioni internazionali tutto sommato sono gradite, perché accelerano un processo di pensionamento politico dai più parti auspicato. Ma un domani, ragionando per assurdo, qualora ci dovesse essere un governo di nostro gradimento, un governo ben voluto dagli italiani, un candidato premier apprezzato, ma che producesse delle reazioni negative sui mercati, quale sarebbe la cosa da fare? Quale sarebbe la nostra reazione ad eventuali pressioni esterne? Un domani, in nome della stabilità dei mercati, vedremmo ancora di buon occhio le dimissioni di un Governo legittimamente insediato (e non sfiduciato dalle Camere) oppure la mancata candidatura di qualcuno non gradito “ai mercati”?
Certo si tratta di un caso limite, un esempio di scuola ma il pericolo è che con la scusa dei mercati si possa creare un meccanismo di ricatto, indurre governi “sgraditi” alle dimissioni, eliminare dalla competizione elettorale un candidato piuttosto che un’altro; influire sulle dinamiche elettorali e di governo di uno Stato sovrano. Il rischio è che si lasci sempre più ilcomando democratico alle società di rating, e loro simili.
I mercati vengono prima delle democrazie? Chi governa cosa? Chi decide i governi o i candidati? Se non ci fosse Berlusconi ma un altro, quale sarebbe la nostra reazione?
Pensiamoci.
 
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