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STUDENTI MIGRANTI E L'ELEMOSINA DEI DIRITTI
Sara Biscioni
11.12.2012
Ormai è cosa nota, e chi lavora nella scuola pubblica lo sa bene: nelle classi sono sempre più numerosi gli studenti migranti o di origine migrante. Nati in Italia, nati all'estero e in Italia da anni, appena arrivati: si tratta di studenti con storie, competenze, necessità differenti dai madrelingua italiani. Ma sono in primo luogo studenti, e in quanto tali, in quanto studenti di una scuola che si dice pubblica e che recepisce le parole della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e della Costituzione Italiana, hanno il diritto a ricevere un'istruzione. Non un'istruzione qualsiasi: non si tratta solo di poter frequentare la scuola e sedere sul banco
(benchè vi siano certe parti politiche ignoranti e razziste che pure questo diritto vorrebbero eliminare), qui si parla di poter ottenere un'istruzione di qualità, che educhi al mondo, che fornisca strumenti per comprenderlo e cambiarlo.
In Italia, adesso, anzi direi da sempre, il diritto degli studenti migranti o di origine migrante a ricevere un'istruzione di qualità non è un diritto. E' un'elemosina. E' una concessione, è magnanimità e filantropia. Quindi non è un diritto.

Ci sono moltissimi studenti migranti o di origine migrante che ottengono senza sforzo risultati eccellenti, complici anche la risorsa culturale e cognitiva del bilinguismo o le strategie di studio acquisite in patria. Ma sappiamo anche che spesso questi ottimi
risultati sono ottenuti al prezzo di fatiche, rinunce, sacrifici; e sappiamo anche che talvolta questa fatica non basta, che la salita è troppo ripida e molti non ce la fanno. Da soli, soprattutto, molti non ce la fanno. E allora, una scuola che si dice pubblica ha il dovere di mettere in campo tutte le risorse possibili affinché questi studenti siano accompagnati alla vetta.
Invece, cosa succede?
Succede che si fa appello alla buona volontà degli insegnanti di classe (o alla loro benevolenza, che è anche peggio), e si dice loro: formatevi, acquisite competenze per insegnare a questi studenti, studiate come coinvolgerli nelle attività di classe, e così via.
Che, dico, è una buona cosa, io stessa tengo corsi di formazione per insegnanti, è giusto che un docente sappia come funzionano certe dinamiche linguistiche e culturali e cosa poter fare in classe per agire in modo appropriato. Ma, attenzione: ancora una volta
si sposta il focus del problema dal generale al personale, ancora una volta si rendono gli insegnanti gli unici responsabili del futuro scolastico di questi studenti (e gli unici capri espiatori del loro insuccesso). Ancora una volta si fa ricadere sulle spalle degli insegnanti tutta la responsabilità per il funzionamento o il malfunzionamento della scuola. Perché, parliamoci chiaro: un insegnante che ha in classe 30 studenti, ognuno con le proprie competenze e necessità, con la sua storia personale e familiare, può da solo riuscire a fornire un curricolo di qualità a tutti, rispettando i tempi di ognuno, valorizzandone la abilità, portando avanti insomma quella che si chiama didattica individualizzata, unico strumento che funzioni nelle classi dell'attuale scuola pubblica italiana (e qui viene fuori l'idiozia dei test e del “merito”)? No, non può. Forse ingegnandosi riesce a non perdere nessuno per strada e a permettere più o meno a tutti di costruirsi un qualche tipo di istruzione. Ma non è la stessa cosa, è evidente.

Ogni insegnante (a parte quelli razzisti e ignoranti, che purtroppo ci sono) sa di cosa avrebbe bisogno: classi più piccole e più gestibili, anche dal punto di vista del rapporto umano; risorse sicure, consistenti, perenni, per aiutarlo nell'intervento educativo individualizzato con gli studenti migranti, ma anche con gli studenti portatori di handicap, con quelli in difficoltà, con quelli che provengono da situazioni di disagio economico e sociale.
Al momento, nella scuola pubblica italiana, le risorse non sono né sicure, né consistenti, né perenni. Anzi, spesso non ci sono proprio. Riguardo al supporto agli studenti migranti o di origine migrante, esistono tre modalità di reperimento di risorse: fondi dal Ministero, fondi da Comuni o Regioni, fondi da fondazioni o grandi imprese private.
I fondi provenienti dal Ministero si risolvono in pratica nel progetto “Aree a rischio e a forte processo immigratorio”: sono pochi, spesso male distribuiti, spesso arrivano ad anno scolastico quasi terminato, su di essi non vi sono in pratica controlli di spesa. E' previsto che debbano essere utilizzati solo con personale interno, quindi con insegnanti in servizio: il fatto che siano esperti nella didattica ad alunni non madrelingua non conta.
Tanto per dire, con questi fondi chiunque può insegnare l'italiano L2 (a non madrelingua): eppure se un docente di lettere insegnasse chimica non parrebbe tanto normale (e qui torna in gioco l'indifferenza verso le materie umanistiche nella nuova scuola-impresa). E nessuno si chiede perché un insegnante in servizio dovrebbe fare più ore, quando ci sono migliaia di precari, ivi compresi esperti nella didattica dell'italiano a migranti che non lavorano.
Al momento la classe di concorso per didattica dell'italiano L2 non esiste neanche, e questo la dice lunga sull'indifferenza che regna al Ministero riguardo al discorso sui diritti linguistici e educativi degli studenti.

I fondi da Comuni e Regioni sono, in pratica, ridotti all'osso, così come il Fondo d'istituto. La “crisi” impone tagli, e i primi settori che soccombono sono istruzione e cultura. Ora, dal punto di vista politico, il fatto che gli amministratori locali si lamentino dei tagli cospargendosi il capo di cenere e poi spesso sostengano un governo che quei tagli li impone dovrebbe quantomeno far riflettere. E comunque, risulta evidente come questo sistema su base territoriale dipenda completamente dalle risorse del singolo Comune o Regione, quindi dalla sua collocazione (non è un segreto che i Comuni del nord riescano a mettere in campo più risorse per i “progetti di integrazione per gli alunni stranieri” rispetto a quelli del sud, per vari motivi) e dalla colorazione politica dei suoi amministratori (anche se a guardar bene ci sono spesso sorprese da questo punto di vista). Resta il fatto che si tratta di risorse non consistenti, non sicure e soprattutto non perenni.
Ultimo, l'“aiuto” da parte di fondazioni e privati. Perché, in effetti, i privati sono già entranti nelle scuole: finanziano progetti, forniscono materiali, promuovono corsi ed attività. Questo, oltre ad aprire al noto problema dell'indipendenza della didattica e della libertà d'insegnamento, dal punto di vista degli interventi educativi a favore degli studenti migranti significa che la scuola, quindi il dirigente o il referente, deve essere in grado di intessere
determinate relazioni sul territorio in modo da racimolare risorse, quindi deve avere tempo, conoscenze giuste, buona dialettica per convincere il privato che sia un “buon investimento”. Si tratta di fondi spesso anche consistenti, ma evidentemente non sicuri e non perenni in quanto basati sulla discrezionalità del consiglio d'amministrazione di fondazioni ed aziende: un anno ti do i fondi, l'anno dopo chissà. E se leggiamo la definizione di elemosina troviamo interessanti corrispondenze.

Sempre meglio di niente, si dirà. E' vero; e chi come me lavora nella scuola con risorse di questo tipo, deve anche ringraziare. E gli studenti migranti e le loro famiglie devono anche ringraziare. E gli insegnanti devono anche ringraziare. Ma sia chiaro che è elemosina. E con l'elemosina e la filantropia non si fa scuola pubblica. Perché queste risorse incerte, discrezionali, misere costringono chi come me fa della didattica agli studenti migranti una
professione seria a lavorare su progetti temporanei, senza alcuna sicurezza lavorativa, senza tutele, a scegliere se accettare compensi da fame o non lavorare proprio. Costringono referenti ed insegnanti ad avere sulle spalle il peso di situazioni didattiche e personali complesse, faticose, demoralizzanti da affrontare in solitudine. Quel che è peggio, se la precarizzazione e la demoralizzazione degli insegnanti non interessano a nessuno,
costringono intere generazioni di studenti ad accontentarsi di un diritto allo studio raffazzonato, elemosinato, improvvisato. La scuola sta costruendo un esercito di cittadini impoveriti e impoveribili. Se siamo fortunati, saranno ribelli. Sennò, schiavi miserabili.
Ma nel discorso sull'insegnamento agli studenti migranti non ci si pone mai la domanda fondamentale: perché la scuola pubblica non si ritiene in dovere di offrire anche a loro un diritto allo studio per intero? Perché le loro possibilità di successo scolastico devono essere legate alla benevolenza filantropica o ai bilanci più o meno ricchi dei Comuni? Eppure, si tratta di scuole pubbliche e statali, non comunali né private.
Forse perché non sono cittadini, e i loro genitori non sono cittadini? O forse perché manca un movimento di rivendicazione del diritto all'istruzione da parte di questi studenti, delle loro famiglie e dei loro insegnanti?

Come insegnanti, io credo che abbiamo il dovere di prendere coscienza di questa situazione e di attivarci per farla conoscere e cambiarla, pena il rischio di far diventare gli studenti migranti un problema da eliminare, con le conseguenti derive razziste.
Ai genitori italiani che si lamentano del “ritardo sul programma” a causa degli studenti migranti, cominciare a dire: “Non sono gli studenti migranti il problema, il problema è uno Stato che non dà risorse che a quegli studenti spetterebbero di diritto, e domani toccherà a tuo figlio, andiamo a protestare insieme!”.
Ai genitori migranti ricordare i loro diritti e dire di non accontentarsi dell'elemosina, ma di unirsi alle proteste degli studenti e degli insegnanti per una scuola pubblica di qualità, portandovi le proprie rivendicazioni.
Come insegnanti, e ancor più come professionisti della didattica dell'italiano L2, come lavoratori precari, a progetto, a partita iva, è necessario focalizzare la vera origine delle difficoltà didattiche e lavorative, e mettere in campo i nostri saperi e i nostri corpi per rivendicare la possibilità di fare scuola serenamente, vivere dignitosamente e lottare per l'affermazione dei nostri e degli altrui diritti. Con tutte le implicazioni politiche e le rivendicazioni sociali necessarie.
 
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