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MI PIACE O NON MI PIACE FACEBOOK, QUESTO È IL PROBLEMA?
Luca Tomberli
07.08.2013
In questi giorni di inizio agosto pensavo di utilizzare i mass media solo per avere qualche informazione sul tempo, visto l’approssimarsi delle vacanze. Ma un articolo apparso su un giornale nazionale ha stravolto i miei piani e mi ha costretto a rimandare i pensieri vacanzieri.
L’articolo in questione descrive come lo sfruttamento della manodopera a basso costo nel Bangladesh negli ultimi tempi prenda altre forme. Gli stessi capannoni insicuri, che prima ospitavano lavoratori sottopagati e costretti a turni estenuanti per produrre capi d’abbigliamento per le grandi marche, adesso si sono trasformati in fabbriche di "Like".
Chi è avvezzo all’uso di Facebook (in Italia si stima come quasi un 50% della popolazione ne faccia uso) sa bene quello di cui scrivo. Inserire "Mi piace" su facebook aumenta la visibilità di ciò che vogliamo comunicare ma porta a effetti che spesso non vengono considerati: alimenta la dipendenza dal consenso e la confusione di ciò che siamo. Infatti attraverso il "Mi piace" vengono sparate verso i propri “amici” indistintamente raffiche di prodotti, notizie più o meno vere, stati d’animo e sentimenti intimi. Per questo qualcuno afferma che i social network stravolgono e condizionano le emozioni umane.
Secondo l’indagine di "Dispatches", programma della rete televisiva inglese Channel 4, a Dakha circa 25.000 persone, alternandosi in tre turni che coprono le intere 24 ore di un giorno, sono impegnate ad accaparrare "Mi piace" su commissione al costo di 12 dollari al mese o in base alla produttività per un dollaro ogni mille "Like".
La notizia mi ha colpito particolarmente e ha rievocato la discussione avuta con i miei compagni di viaggio della redazione del portale YogaVitaeSalute quando abbiamo deciso di imboccare la strada dei social network, nonostante avessimo valutato che rimanda a delle manovre aliene per alienarci ancor di più. Infatti, nonostante tutto, crediamo che la diffusione della consapevolezza possa contribuire a preservare l’umanità, consapevolezza che, seppur in un mondo avariato, ci può far ritrovare la dignità di essere umani e di accompagnarci verso un’evoluzione ulteriore della coscienza umana.
Di questi tempi la tecnologia sembra interpretare quella tigre che si ripresenta con forme diverse per costringere l’umanità a fare i conti con se stessa in ogni modo. Fino a che l’essere umano non imparerà ad essere responsabile delle proprie azioni e a cercare di stare bene insieme agli altri sviluppando così la comunione, la concordia e la comprensione dell’altro, continueremo ad avere tra le nostre fila, a pieno titolo o no, un celebrato uomo d’affari di turno che dichiara, come nel caso dell’inventore della fabbrica dei "Mi piace": "Il nostro lavoro è del tutto legale, se è immorale è un problema di chi me lo commissiona".
Quello che rappresenta una frase come questa attraversa il tempo e ci rimanda nello spazio a un qualcosa che va respinto con tutte le forze. Un sopruso agito verso un essere umano deve essere riconosciuto come tale e combattuto dall’intera famiglia umana se ogni suo membro vuole vivere degnamente e pienamente. Ora come non mai la tigre è pronta a sferrare il suo attacco, e nonostante Morfeo ci tenga ben stretti tra le sue braccia la nostra storia non può che condurci ad affermare sempre più, in ogni ambito della vita, quegli ideali di innocuità e di amore che ci caratterizzano. Come scrive Massimo Rodolfi: "Al punto in cui siamo non c’è molto da perdere, dobbiamo cavalcare la tigre per ribaltare l’alienazione, affermando tutta la nostra umanità attraverso tutti i canali possibili, in modo da favorire il meglio che possiamo esprimere".
 


 
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