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il libro della settimana
CAVALLARI IL RESISTENTE
CORRADO STAJANO
ALIAS n. 06 del 11/02/2012
Con la passione per la carta di giornale si oppose alla mala Italia della P2, infiltratasi nel «Corriere». Ritratto e ricordo di Alberto Cavallari: intelligente, onesto, inquieto
Un testimone intelligente della vita del Novecento. Forse si potrebbe definire semplicemente così Alberto Cavallari, grande giornalista, con il dono di una scrittura di livello alto, difficile da scovare oggi nei nostri giornali. I suoi articoli sono spesso racconti. Lo si capisce ancora una volta leggendo questo libro bello e utile, La forza di Sisifo: ai vecchi per ricordare, ai giovani per imparare. Dietro ogni sua pagina si avverte la presenza di una cultura profonda, la storia, la politica, la letteratura amate. Si avverte anche la ricerca accurata, uno studio mai superficiale dei fatti, un'attenzione agli uomini, siano grandi personaggi del mondo o persone senza nome. Non vamai dimenticata la limpidezza dello stile. Se penso alla povertà e alla sciatteria di tanti striminziti articoli di oggi, chiamatimagari inchieste, costruiti con un paio di telefonate, uno sguardo su internet, senza neppure prendersi la briga di sfogliare una Garzantina.
Cavallari scriveva con estrema attenzione, amava il particolare in nome del generale, il controllo senza risparmio di un articolo era per lui la norma, comel'autocontrollo: il lavoro del giornalista – diceva – andava fatto come lo sa fare un bravo artigiano.
Ho incontrato Alberto, la prima volta, in casa di Elio Vittorini, in viale Gorizia 22 a Milano, lungo i Navigli. Aveva scritto qualcosa sul «Politecnico», settimanale e poi mensile diretto dallo scrittore, edito da Giulio Einaudi dal 1945 al 1947, che fece conoscere la cultura negata dal fascismo, Hemingway, García Lorca, Eluard, Calvino, Natalia Ginzburg, Sereni,Nelo Risi, altri, il meglio di quella stagione di fervore. Sul «Politecnico» escono anche le anticipazioni delle Lettere dal carcere di Gramsci, le traduzioni di Brecht, Eliot, Kafka.
Le interdizioni egemoniche di Togliatti e del Pci contro l'idea di libera cultura segnarono la fine del «Politecnico ». Vittorini che si rifiutò di suonare il piffero per la rivoluzione restò per Cavallari un modello per tutta la vita.
Gli amici pensavano allora che Alberto volesse essere soprattutto uno scrittore. Nella sua collana «I gettoni», Vittorini, negli anni cinquanta, aveva scoperto tanti giovani di talento. Tra gli altri Anna MariaOrtese, Cassola, Arpino, Rigoni Stern, Beppe Fenoglio,Ottieri, oltre a ritrovar Calvino. Si aspettava un «Gettone» anche da Cavallari. Ma il demone del giornalismo fu vincente, la passione per la carta di giornale lo segnò allora e sempre.
La vita di Cavallari si può dividere, credo, in tre periodi. Il primo è quello dell'apprendistato. Che a quei tempi era vissuto con naturalezza e umiltà. Bisognava imparare il mestiere e imaestri erano severi.
Le iniziali del nome e del cognome in alto, vicino alla prima riga del piccolo pezzo: iniziava così l'iter del futuro giornalista. Poi le iniziali calavano in calce al pezzo e, finalmente, compariva il nome e il cognome, interi. Adesso sembra tutto più facile. Nelle pagine più ambite di giornali importanti si leggono nomi mai visti e sentiti. Il prestigio è calato, sembra persino qualche volta che i giornalisti vengano presi dalla strada, come gli attori dei tempi del neorealismo. Sono mutati i codici. La moda del parlare in prima persona, per esempio, è diffusa. Anche i cronisti di nera usano il pronome io.
Cavallari – non aveva un nome famoso, non era figlio di un giornalista – fece la sua gavetta. Approdò al Corriere d'Informazione nel 1954 e pochi anni dopo al Corriere della Sera. Era più bravo di altri. Lo capì subito Alfio Russo, grande direttore oggi dimenticato. Alberto girò il mondo. È il periodo più sereno della sua vita. Di ogni argomento sapeva cogliere l'essenza, dare il piacere della lettura.
In questo libro sono ben scelti i suoi articoli, quelli lievi e quelli della tragedia. Grace Kelly che arriva a Monaco, promessa sposa del principe, tra operetta emelodramma,Hollywood a corte; il dramma della rivolta ungherese dove Cavallari rischia la vita, disperso, protagonista lui stesso: sa raccontare senza menzogne quel che vede, come sempre. Il casoGiuffré, personaggio romanzesco, al di là della cronaca, creatore di una fantasiosa catena di Sant'Antonio che vantava misteriose alchimie per moltiplicare un danaro che non esisteva. Il Vajont, poi la diga che non crolla e l'acqua che travolge interi paesi. Qui Cavallari rivela la sua amorosa pietà. «Facciamo i cronisti in un cimitero », confessa amaro.
Incontra i grandi della terra, Ciu En- Lay, Dayan, descrive il dopo Kruscev. E poi Paolo VI. I papi non concedono interviste da duemila anni, annota. Il suo è un colloquio sereno, toglie a Paolo VI la patina che lo accompagna, di uomo scarno, teso, drammatico. Lo umanizza, mette in rilievo la tristezza del suo realismo. Trascura volutamente, penso, il tormento che sarà sempre anche il suo tormento, di uomo inquieto, tra passione, amore, disamore, speranze, nevrosi, autolesionismo, anche. Non può immaginare allora, Cavallari – siamo nel 1965 – quanto accadrà nel 1978, l'anno del sequestro e della morte di Aldo Moro e di quell'appello di Paolo VI che fa rabbrividire: «Uomini delle brigate rosse». Il '78 è anche l'anno della morte di quel papa colto, rimpianto e rimasto ancora oggi un po' misterioso.
Per Cavallari il giornalismo è l'amore e l'angoscia di tutta la vita. Non conosce ambiguità o compromessi, anche quando si trova in situazioni delicate e difficili e deve raccontare del mondo e dei suoi burattinai. È uno che va a vedere. La ricerca della verità possibile per lui non è una formula vuota.
Che cos'è il giornalismo per Cavallari? Lo scrive sul Corriere del 21 novembre 1979: è la scrittura, è riflettere,meditare dentro la scrittura.Non è – prende a prestito le parole di Hubert Beuve- Méry, il fondatore di Le Monde – premere un bottone, affidarsi alle banche dati che possono essere utili, ma che non vanno al cuore del problema e neppure mitizzate.
Cavallari ha fede – poi sentirà nostalgia – dell'autorità di un certo giornalismo di una volta. Non per rimpiangere un tempo passato pieno di brutture e di vergogne, ma perché è stato una scuola. Ce lo conferma un libro prezioso appena pubblicato dalla Fondazione del Corriere della Sera sulla critica letteraria del quotidiano, dalla nascita, nel 1876, al 1945: articoli di scrittori e di critici come Federico De Roberto, Giuseppe Antonio Borgese, Pietro Pancrazi, Emilio Cecchi, Guido Piovene, Giuseppe De Robertis, di idee diverse, citati ancora oggi nei libri di storia, fanno testo in un tempo come il nostro in cui tutto sembra scivolar via in un gran pastone a volte luccicante che dura ancorameno del famoso spazio di un mattino.
Negli articoli di Alberto Cavallari la parola decenza torna di continuo. Nel 1980 ne scrive due che destano un gran clamore. Un articolo disperato sulla realtà italiana dopo la strage di Bologna di quell'anno: sulla classe dirigente del nostro Paese, arrogante, prepotente, complice di mafie, di terrorismi, di inimmaginabili comportamenti. Suscita l'ira di Bettino Craxi.
«La crisi italiana ha moralmente toccato il fondo»: è il tema di un'altra serie di articoli. Di nuovo insulti. I politici protestano con i direttori, come le mamme degli scolari un po' asini che corrono a protestare dalla direttrice didattica, indignate per i pessimi voti che la maestra ha dato ai loro figli.
Comincia allora il terzo periodo – il più doloroso – della vita di giornalista di Alberto Cavallari: quando scoppia lo scandalo della P2 e diventa direttore del Corriere della Sera nel giugno 1981.
Si è detto anche di recente dall'ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, affiliato alla Loggia massonica, che la P2 non era altro che un club di gentiluomini. Non bisogna stancarsi mai di ripetere che gli allora giudici istruttori Giuliano Turone e Gherardo Colombo arrivarono a sequestrare, il 16 marzo 1981, le liste di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi indagando sulla mafia in Sicilia e sull'assassinio dell'avvocato Giorgio Ambrosoli. E che la Loggia è stata sciolta perché ha «costituito motivo di pericolo per la compiuta realizzazione del sistema democratico », come scrive nella relazione finale la presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta Tina Anselmi, che l'ha giudicata «motivo di inquinamento della vita nazionale» mirante «ad alterare in modo spesso determinante il corretto funzionamento delle istituzioni».
Fanno parte della Loggia ministri, generali, capi dei servizi segreti, prefetti, diplomatici, professori universitari, magistrati, giornalisti, il direttore del TG1, tra gli altri. È uno scandalo gigantesco che 56 giorni dopo la scoperta dei documenti travolge il governo Forlani. Al quale seguirà il gover- no Spadolini.
Il Corriere della Sera è in mano alla P2, sua proprietà. Tra gli iscritti, l'editore Angelo Rizzoli, l'amministratore delegato Bruno Tassan Din, il direttore Franco Di Bella. Sono associati alla Loggia anche tre redattori del giornale e un collaboratore.
Alberto Cavallari, allora corrispondente da Parigi, viene chiamato alla direzione al posto di Franco Di Bella costretto alle dimissioni. È titubante, ma è il presidente della Repubblica Sandro Pertini, che ne ha molta stima, a convincerlo. A far da garante è l'ex presidente della Corte Costituzionale, Giuseppe Branca. L'Italia pulita.
Cavallari, giornalista indocile, accetta: «Assumo la direzione del Corriere in una fase tempestosa della sua lunga storia». «Intendo solo prendermi la responsabilità di difendere il Corriere, la sua indipendenza, il suo prestigio e quel ruolo di "istituzione" che s'è conquistato nella vita nazionale», scrive nel suo primo editoriale il 20 giugno 1981.
Non è soltanto il giornalista a sentire il dovere di dire sì in quella orribile situazione, ma il cittadino. Contro di lui si scatena subito la reazione, una vera e propria persecuzione: violenze politiche, difficoltà di ogni genere. Cavallari, si dice, è un comunista; Cavallari KGB; Cavallari il Saint-Just di via Solferino.
Non è comunista, Cavallari, non lo è mai stato. «Sono un GL, ama dire, Giustizia e libertà, più la lezione di Piero Gobetti, più il Gramsci che piacque a Gobetti».
Per la conduzione del giornale si è consultato con i professori dell'Università di Parigi dove insegna metodologia del giornalismo: quando un giornale è coinvolto in guai seri – è stato il consiglio – pubblica tutto quanto lo riguarda da una fonte non interna. Il Times ha usato la Reuters, il Figaro la France Press. Cavallari l'Ansa, chilometri di Ansa.
La guerra contro di lui condotta soprattutto dai socialisti di Craxi è continua, offensiva. Tassan Din, ancora per un anno, continua a rimanere al suo posto e ogni giorno nasce un nuovo conflitto. La situazione è grave. Mancano i soldi per pagare i fornitori, la paura del fallimento è ossessiva, le stanze del giornale sembrano cadere a pezzi, la pressione delle forze palesi e occulte della P2 è fortissima. Fa da sfondo un sinistro balletto: da Calvi a Ortolani, dallo Ior, la banca Vaticana diretta da Marcinkus, a Cefis. Calvi muore assassinato, impiccato a un ponte di Londra, l'opinione pubblica non capisce quel che sta accadendo, anche se il rispetto per Cavallari che cerca di salvare il Corriere non viene mai meno.
Alla fine del suo mandato triennale, nella prima estate 1984, un giornalista intervistò Cavallari per un settimanale: «Sono stati anni brutti? Hai avuto paura per la vita?» gli domandò. E lui, «Qualche volta qualche dubbio. A furia di vedere cadaveri e manette uno comincia a pensarci», gli rispose. Non sembra l'intervista al direttore di un grande quotidiano, ma a un giudice dell'Antimafia, piuttosto, a un dirigente dell'Antiterrorismo.
Cavallari è circondato da nemici dentro e fuori via Solferino. È accusato anche di aver diretto un giornale grigio. Con quei pochimezzi a disposizione, in quel clima di guerriglia, tra morti, tragedie, conflitti, non era così facile fare un giornale brillante.
Nonostante tutto, Cavallari ha mantenuto le promesse del suo editoriale d'esordio. Ha salvato il Corriere e la sua indipendenza. Si è comportato con alta dignità e con un'assoluta dirittura morale. Non va dimenticato.
 
si parla di 
La crisi in Grecia, Alberto Grifi, Helsinki capitale mondiale del design,  la nuova serie Hbo «Luck» diretta da Michael Mann e David Milch con Dustin Hoffman (amico del «manifesto»), il corto di animazione «via Curiel 8» di Mara Cerri e Magda Guidi, motion picture, Gianni Amelio e la sua «Lucia di Lammermoor»

crisi
Il debito
o il furto del tempo
Il susseguirsi delle crisi finanziarie ha fatto emergere una figura specifica che occupa ormai tutto lo spazio pubblico: quella dell’uomo indebitato. 
 
 
 
  di Maurizio Lazzarato
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