il libro della settimana
IL RE SOLE GIUSEPPE VERDI
di ORESTE BOSSINI
ALIAS della DOMENICA n. 51 del 23/12/2012
A DISPETTO DELMONUMENTOPATRIOTTICO
ERETTO DALLA RETORICA NAZIONALISTA,
LE LETTERE DELL'AUTORE DELLA «TRAVIATA»
NE RIVELANO IL CARATTERE POCO ITALIANO
Il confronto tra Verdi e Wagner,
che ci trascineremo ancora
nel corso di tutto il 2013, non si risolverebbe
in una futile contrapposizione
tra l'Europa e la cultura nazionale
se diventasse il veicolo per
ripensare in forme nuove a un
mondo archiviato in maniera troppo
frettolosa come vecchio e polveroso.
Una delle strade più sicure e
anche piacevoli per entrare in questo
mondo è senz'altro la lettura
delle Lettere di Verdi, che Einaudi
ha pubblicato in un volume della
collana I millenni (pp.
XXXVIII1170, € 90,00). L'antologia,
curata con il consueto garbo e
scrupolo editoriale da Eduardo Rescigno,
presenta al pubblico un'ampia
selezione delle lettere conosciute,
finora disperse in maniera piuttosto
disordinata in numerose pubblicazioni
perlopiù fuori commercio
e introvabili. L'edizione critica
della Corrispondenza, a cura dell'Istituto
Nazionale di Studi Verdiani,
è in corso ormai dal 1978, ma
sembra ancora ben lungi dal vedere
il traguardo, sia per la cronica
mancanza di fondi, sia per la difficoltà
di riunire nell'Archivio un materiale
sparso in numerose collezioni
pubbliche e private, in molti casi
nemmeno accessibili agli studiosi.
Gli epistolari sono un genere letterario che da noi non ha mai avuto molta fortuna, nonostante gli italiani siano particolarmente propensi a impicciarsi dei fatti altrui, fatto che irritava in sommo grado lo scorbutico Maestro. Più d'ogni altra cosa, Verdi non sopportava che qualcuno si azzardasse a frugare tra le sue lenzuola, fosse anche il suo benefattore e suocero Antonio Barezzi, verso il quale dimostrò fino all'ultimo la più sincera e devota riconoscenza. «Voi sapete che a Lui devo tutto, tutto, tutto» scriveva a Clara Maffei nel 1867 «Io ne ho ben conosciuto degli uomini ma giammai uno migliore! Egli mi ha amato quanto i suoi figli, ed io l'amato quanto mio padre».
Eppure, quando nel 1849 Giuseppina Strepponi decise di trasferirsi a Busseto in casa di Verdi, vedovo ormai da quasi dieci anni della figlia del Barezzi, Margherita, anche il buon vecchio dovette buscarsi una bella romanzina, a causa dei pettegolezzi suscitati in paese dalla scandalosa convivenza dei due artisti. «In casamia vive una Signora libera, indipendente, amante come me, della vita solitaria, con una fortuna che la mette al riparo di ogni bisogno. Né io, né Lei dobbiamo a chicchessia conto delle nostre azioni; ma d'altronde chi sa quali rapporti esistano tra noi? Quali gli affari? Quali i legami? Quali i diritti che io ho su di Lei, ed Ella su di me? Chi sa s'Ella è o non è mia moglie? Ed in questo caso chi sa quali sono i motivi particolari, quali le idee da tacerne la publicazione? Chi sa se ciò sia bene o male? Perché non potrebbe anche essere un bene?... E fosse anche un male chi ha diritto scagliarci l'anatema?»
Sarebbe facile legare lo sfogo al disgusto per il moralismo ipocrita e bigotto della società del suo tempo, uno sdegno riversato di lì a pochi mesi nella Traviata, martoriata come la maggior parte dei libretti e dei copioni teatrali dell'epoca dalle assurde pretese delle occhiute censure dei vari Stati italiani. A Roma, per esempio, la trama della Traviata, diventata Violetta, era stata trasformata in maniera tale da far apparire la protagonista come una vergine pura e innocente costretta a rinunciare al fidanzato per lasciare il posto a una ricca ereditiera gradita dalla famiglia. «Così han guastato tutte le posizioni tutti i caratteri sbottava Verdi in una lettera all'amico scultore Vincenzo Luccardi Una puttana deve essere sempre puttana. Se nella notte splendesse il sole non vi sarebbe più notte». In realtà, più che la corrispondenza tra arte e vita, quello che forse colpisce di più, scorrendo l'epistolario, è il carattere così poco «italiano » di Verdi, a dispetto del monumento patriottico eretto dalla retorica nazionalista. Nelle sue parole affiora invece il ritratto di un uomo per nulla condiscendente verso i vizi tipici dell'antropologia nostrana, ovvero la tendenza al compromesso, lo scambio di favori, la faciloneria sul lavoro, la scorciatoia professionale, il quieto vivere. «Pieghevole?... Io avrei voluto che a tuo elogio dicesse...Giusto e Severo»: così Verdi rampognava il bonario factotum di Sant'Agata Mauro Corticelli, che si era dimostrato troppo arrendevole agli occhi del Maestro in una questione d'affari con Tito Ricordi.
In particolare il suo carattere puritano prendeva di mira la falsa modestia. Qualunque frase potesse nascondere una forma di blague, come la definiva, gli sembrava intollerabile. Avendo vissuto e lavorato a Parigi per lunghi periodi, infatti, aveva imparato a detestare la politesse della buona società, verso la quale la sua anima contadina rimase sempre diffidente e sospettosa.
Quando confessava di essere un musicista ignorante, per esempio, Verdi non cercava affatto facili complimenti, che in genere lo irritavano quanto l'eccesso di réclame assicurato alle sue opere da Ricordi, bensì intendeva sottolineare come nel suo modo di lavorare avesse sempre privilegiato il lato emotivo dell'arte piuttosto che quello speculativo. Ma guai a mancare di rispetto, sia pure in maniera involontaria, al mondo dell'opera italiana, sul quale Verdi regnava come un burbero Re Sole. Solo il pubblico pagante aveva il diritto di formulare un verdetto sul suo lavoro, non certo la critica musicale, né i professori di Conservatorio. Questo vezzo di sottomettersi al giudizio del popolo nascondeva in realtà un rapporto assai controverso e tormentato con il pubblico e il mondo del teatro. Verdi sapeva benissimo di non essere un artista convenzionale e interessato a inseguire il facile successo.
In una bella lettera all'impresario napoletano Vincenzo Torelli, il musicista dispensava buoni consigli al figlio del vecchio amico, Achille, agli inizi di una brillante carriera di drammaturgo: «Quando la critica, anche la più onesta, gli si parrà davanti tiri dritto sempre. La critica fà il suo mestiere; giudica e deve giudicare secondo norme e forme stabilite; l'artista deve scrutare nel futuro, veder nel caos nuovi mondi, e se nella nuova strada, vede in fondo in fondo il lumicino, non lo spaventi il bujo che l'attornia; cammini, e se qualche volta inciampa e cade, s'alzi e tiri dritto sempre». Come suona fuorviante la famosa dichiarazione «Torniamo all'antico e sarà un progresso», citata sempre a sproposito e fuori contesto.
In teatro Verdi era un artista disposto a qualunque rivoluzione, pur di ottenere il cosiddetto effetto. Le innumerevoli osservazioni sparse nelle lettere sulla stesura dei libretti, sulla scelta degli interpreti, sul carattere degli allestimenti rivelano il suo infallibile intuito teatrale, prima ancora che musicale.
Verdi dimostrava di avere una visione organica del dramma, al pari di un regista venuto dopo la rivoluzione teatrale di Adolphe Appia, ed era dispostissimo a sacrificare anche una bella voce o una pagina di musica pur di salvaguardare l'unità di espressione della scena.
Agli occhi della criticamusicale, invece, specie nella Milano della Scapigliatura, Verdi sembrava il campione delle vecchie forme chiuse del melodramma, e questo lo faceva imbestialire. Sono molti i punti della corrispondenza in cui la parola «avvenire», sinonimo di Wagner nell'Italia musicale del secondo Ottocento, risuona con un'intonazione sarcastica e infastidita. L'avversione per la cultura tedesca, culminata nella totale disapprovazione della politica estera di Agostino De Pretis e della cosiddetta Triplice Alleanza, nasceva forse dal disappunto di veder lievitare anche in Italia, specie tra gli artisti più giovani, il culto della musica di Wagner.Ma nella corrispondenza, il nome dell'ingombrante concorrente, ostinatamente chiamato Vagner, non si trova spesso.
La famosa lettera scritta aGiulio Ricordi all'indomani della scomparsa del rivale, il 13 febbraio 1883, («Triste! Triste! Triste!»), non è sufficiente però a occultare un sentimento di profonda insofferenza verso il carattere della musica tedesca. Dopo la disfatta francese di Sedan, nel 1870, Verdi esprimeva alla Maffei il timore per le sorti dell'Europa: «Che i nostri letterati, ed i nostri politici vantino pure il sapere le scienze, e perfino (Dio glielo perdoni) le arti di questi vincitori, ma se guardassero un po' in dentro, vedrebbero che nelle loro vene scorre sempre l'antico sangue goto, che sono d'uno smisurato orgoglio, duri, intolleranti, sprezzatori di tutto ciò che non è germanico, e d'una rapacità che non ha limiti. Uomini di testa, ma senza cuore».
Entrato nel primo Parlamento italiano dietro le insistenze di Cavour, Verdi parlava spesso di politica, soprattutto con il giornalista Opprandino Arrivabene e il collega senatore Giuseppe Piroli. Pur essendo conservatore e ostile alla sinistra, osservava con allarme il dilagare della povertà nelle campagne emiliane e si domandava se la politica del rigore voluta dal governo per risanare il bilancio fosse lungimirante. «Nelle piccole nostre città come Parma, Piacenza, Cremona recita una lettera a Piroli del 1878 il proprietario non ha denari, e se ne ha qualche poco lo tiene ben stretto in tasca perché ha paura dell'avvenire; e così troppo aggravato di contribuzioni fa i lavori i più grossi, ed i più strettamente necessari, non dà lavoro ai giornalieri, il fondo peggiora, ed intanto la ricchezza pubblica decresce. Se voi vedeste, mio caro Piroli, da noi quanti poveri, e fra questi quanti giovani robusti, che domandano lavoro, e non trovandolo domandano la carità d'un tozzo di pane!»
Ma la compassione per le sofferenze del popolo si legava a una visione tragica della vita, sentita come una ineluttabile sequenza di «agitazioni», ovvero passioni, dilavate dal tempo. Eppure Verdi non si rassegnò mai ad accettare il destino, come dimostra l'ultima lettera alla cognata Barberina, vergata con mano tremante una decina di giorni prima di morire e scritta nel suo italiano mai mondato da errori di ortografia e incertezze grammaticali, malgrado l'antica e immutata venerazione per Alessandro Manzoni: «Oggi però è una bella giornatama io sono ferocemente attacato sulla mia sedia e non mi muovo». Una immagine fulminea, che racchiude il nocciolo dell'artista, incollato alla vita in maniera feroce, come i suoi personaggi, che rimangono avvinghiati alle loro passioni buone e malvage fino all'ultimo respiro, in quell'assurda zattera della medusa sulla quale tutti lottano per la sopravvivenza in attesa di sprofondare nel nulla.
Gli epistolari sono un genere letterario che da noi non ha mai avuto molta fortuna, nonostante gli italiani siano particolarmente propensi a impicciarsi dei fatti altrui, fatto che irritava in sommo grado lo scorbutico Maestro. Più d'ogni altra cosa, Verdi non sopportava che qualcuno si azzardasse a frugare tra le sue lenzuola, fosse anche il suo benefattore e suocero Antonio Barezzi, verso il quale dimostrò fino all'ultimo la più sincera e devota riconoscenza. «Voi sapete che a Lui devo tutto, tutto, tutto» scriveva a Clara Maffei nel 1867 «Io ne ho ben conosciuto degli uomini ma giammai uno migliore! Egli mi ha amato quanto i suoi figli, ed io l'amato quanto mio padre».
Eppure, quando nel 1849 Giuseppina Strepponi decise di trasferirsi a Busseto in casa di Verdi, vedovo ormai da quasi dieci anni della figlia del Barezzi, Margherita, anche il buon vecchio dovette buscarsi una bella romanzina, a causa dei pettegolezzi suscitati in paese dalla scandalosa convivenza dei due artisti. «In casamia vive una Signora libera, indipendente, amante come me, della vita solitaria, con una fortuna che la mette al riparo di ogni bisogno. Né io, né Lei dobbiamo a chicchessia conto delle nostre azioni; ma d'altronde chi sa quali rapporti esistano tra noi? Quali gli affari? Quali i legami? Quali i diritti che io ho su di Lei, ed Ella su di me? Chi sa s'Ella è o non è mia moglie? Ed in questo caso chi sa quali sono i motivi particolari, quali le idee da tacerne la publicazione? Chi sa se ciò sia bene o male? Perché non potrebbe anche essere un bene?... E fosse anche un male chi ha diritto scagliarci l'anatema?»
Sarebbe facile legare lo sfogo al disgusto per il moralismo ipocrita e bigotto della società del suo tempo, uno sdegno riversato di lì a pochi mesi nella Traviata, martoriata come la maggior parte dei libretti e dei copioni teatrali dell'epoca dalle assurde pretese delle occhiute censure dei vari Stati italiani. A Roma, per esempio, la trama della Traviata, diventata Violetta, era stata trasformata in maniera tale da far apparire la protagonista come una vergine pura e innocente costretta a rinunciare al fidanzato per lasciare il posto a una ricca ereditiera gradita dalla famiglia. «Così han guastato tutte le posizioni tutti i caratteri sbottava Verdi in una lettera all'amico scultore Vincenzo Luccardi Una puttana deve essere sempre puttana. Se nella notte splendesse il sole non vi sarebbe più notte». In realtà, più che la corrispondenza tra arte e vita, quello che forse colpisce di più, scorrendo l'epistolario, è il carattere così poco «italiano » di Verdi, a dispetto del monumento patriottico eretto dalla retorica nazionalista. Nelle sue parole affiora invece il ritratto di un uomo per nulla condiscendente verso i vizi tipici dell'antropologia nostrana, ovvero la tendenza al compromesso, lo scambio di favori, la faciloneria sul lavoro, la scorciatoia professionale, il quieto vivere. «Pieghevole?... Io avrei voluto che a tuo elogio dicesse...Giusto e Severo»: così Verdi rampognava il bonario factotum di Sant'Agata Mauro Corticelli, che si era dimostrato troppo arrendevole agli occhi del Maestro in una questione d'affari con Tito Ricordi.
In particolare il suo carattere puritano prendeva di mira la falsa modestia. Qualunque frase potesse nascondere una forma di blague, come la definiva, gli sembrava intollerabile. Avendo vissuto e lavorato a Parigi per lunghi periodi, infatti, aveva imparato a detestare la politesse della buona società, verso la quale la sua anima contadina rimase sempre diffidente e sospettosa.
Quando confessava di essere un musicista ignorante, per esempio, Verdi non cercava affatto facili complimenti, che in genere lo irritavano quanto l'eccesso di réclame assicurato alle sue opere da Ricordi, bensì intendeva sottolineare come nel suo modo di lavorare avesse sempre privilegiato il lato emotivo dell'arte piuttosto che quello speculativo. Ma guai a mancare di rispetto, sia pure in maniera involontaria, al mondo dell'opera italiana, sul quale Verdi regnava come un burbero Re Sole. Solo il pubblico pagante aveva il diritto di formulare un verdetto sul suo lavoro, non certo la critica musicale, né i professori di Conservatorio. Questo vezzo di sottomettersi al giudizio del popolo nascondeva in realtà un rapporto assai controverso e tormentato con il pubblico e il mondo del teatro. Verdi sapeva benissimo di non essere un artista convenzionale e interessato a inseguire il facile successo.
In una bella lettera all'impresario napoletano Vincenzo Torelli, il musicista dispensava buoni consigli al figlio del vecchio amico, Achille, agli inizi di una brillante carriera di drammaturgo: «Quando la critica, anche la più onesta, gli si parrà davanti tiri dritto sempre. La critica fà il suo mestiere; giudica e deve giudicare secondo norme e forme stabilite; l'artista deve scrutare nel futuro, veder nel caos nuovi mondi, e se nella nuova strada, vede in fondo in fondo il lumicino, non lo spaventi il bujo che l'attornia; cammini, e se qualche volta inciampa e cade, s'alzi e tiri dritto sempre». Come suona fuorviante la famosa dichiarazione «Torniamo all'antico e sarà un progresso», citata sempre a sproposito e fuori contesto.
In teatro Verdi era un artista disposto a qualunque rivoluzione, pur di ottenere il cosiddetto effetto. Le innumerevoli osservazioni sparse nelle lettere sulla stesura dei libretti, sulla scelta degli interpreti, sul carattere degli allestimenti rivelano il suo infallibile intuito teatrale, prima ancora che musicale.
Verdi dimostrava di avere una visione organica del dramma, al pari di un regista venuto dopo la rivoluzione teatrale di Adolphe Appia, ed era dispostissimo a sacrificare anche una bella voce o una pagina di musica pur di salvaguardare l'unità di espressione della scena.
Agli occhi della criticamusicale, invece, specie nella Milano della Scapigliatura, Verdi sembrava il campione delle vecchie forme chiuse del melodramma, e questo lo faceva imbestialire. Sono molti i punti della corrispondenza in cui la parola «avvenire», sinonimo di Wagner nell'Italia musicale del secondo Ottocento, risuona con un'intonazione sarcastica e infastidita. L'avversione per la cultura tedesca, culminata nella totale disapprovazione della politica estera di Agostino De Pretis e della cosiddetta Triplice Alleanza, nasceva forse dal disappunto di veder lievitare anche in Italia, specie tra gli artisti più giovani, il culto della musica di Wagner.Ma nella corrispondenza, il nome dell'ingombrante concorrente, ostinatamente chiamato Vagner, non si trova spesso.
La famosa lettera scritta aGiulio Ricordi all'indomani della scomparsa del rivale, il 13 febbraio 1883, («Triste! Triste! Triste!»), non è sufficiente però a occultare un sentimento di profonda insofferenza verso il carattere della musica tedesca. Dopo la disfatta francese di Sedan, nel 1870, Verdi esprimeva alla Maffei il timore per le sorti dell'Europa: «Che i nostri letterati, ed i nostri politici vantino pure il sapere le scienze, e perfino (Dio glielo perdoni) le arti di questi vincitori, ma se guardassero un po' in dentro, vedrebbero che nelle loro vene scorre sempre l'antico sangue goto, che sono d'uno smisurato orgoglio, duri, intolleranti, sprezzatori di tutto ciò che non è germanico, e d'una rapacità che non ha limiti. Uomini di testa, ma senza cuore».
Entrato nel primo Parlamento italiano dietro le insistenze di Cavour, Verdi parlava spesso di politica, soprattutto con il giornalista Opprandino Arrivabene e il collega senatore Giuseppe Piroli. Pur essendo conservatore e ostile alla sinistra, osservava con allarme il dilagare della povertà nelle campagne emiliane e si domandava se la politica del rigore voluta dal governo per risanare il bilancio fosse lungimirante. «Nelle piccole nostre città come Parma, Piacenza, Cremona recita una lettera a Piroli del 1878 il proprietario non ha denari, e se ne ha qualche poco lo tiene ben stretto in tasca perché ha paura dell'avvenire; e così troppo aggravato di contribuzioni fa i lavori i più grossi, ed i più strettamente necessari, non dà lavoro ai giornalieri, il fondo peggiora, ed intanto la ricchezza pubblica decresce. Se voi vedeste, mio caro Piroli, da noi quanti poveri, e fra questi quanti giovani robusti, che domandano lavoro, e non trovandolo domandano la carità d'un tozzo di pane!»
Ma la compassione per le sofferenze del popolo si legava a una visione tragica della vita, sentita come una ineluttabile sequenza di «agitazioni», ovvero passioni, dilavate dal tempo. Eppure Verdi non si rassegnò mai ad accettare il destino, come dimostra l'ultima lettera alla cognata Barberina, vergata con mano tremante una decina di giorni prima di morire e scritta nel suo italiano mai mondato da errori di ortografia e incertezze grammaticali, malgrado l'antica e immutata venerazione per Alessandro Manzoni: «Oggi però è una bella giornatama io sono ferocemente attacato sulla mia sedia e non mi muovo». Una immagine fulminea, che racchiude il nocciolo dell'artista, incollato alla vita in maniera feroce, come i suoi personaggi, che rimangono avvinghiati alle loro passioni buone e malvage fino all'ultimo respiro, in quell'assurda zattera della medusa sulla quale tutti lottano per la sopravvivenza in attesa di sprofondare nel nulla.




• 